Stamattina, appena alzato e prima di correre al mare, mi sono casualmente imbattuto in un pensiero del padre gesuita indiano Anthony de Mello (1931-1987): “La religione non è una questione di rituali o di studi accademici. Non è un tipo di culto o compiere delle buone azioni. La religione consiste nello sradicare le impurità del cuore. Questa è la via da percorrere per incontrare Dio.” È proprio così: la religione può essere una manifestazione puramente esteriore che lascia intatto il desolante quadro interiore. Nessun reale cambiamento, nessuna bonifica dei pensieri, nessuna conversione del cuore, ma esteriorità, rituale, paravento che cela ogni sorta di deficienza morale e spirituale. Quelle che de Mello chiama “le buone azioni” possono anch’esse veicolare all’esterno il nostro egoismo, per cui compio una buona azione per gratificare il mio ego piuttosto che per vero amore del mio prossimo. Peggio ancora sarebbe compiere una buona azione per amore di Dio e non dell’uomo, col quale Dio ha voluto identificarsi.
E che dire di certa teologia (gli “studi accademici”) che scava nel mistero insondabile di Dio, confondendo le acque e tramutando il Vangelo in testo filosofico? Comprendere sempre meglio il Vangelo non implica un atto o uno sforzo intellettuale, ma l’adozione di un altro modus vivendi: farsi piccoli, perché soltanto i piccoli, gli umili, i dimenticati hanno accesso alle profondità del mistero di Dio. È Dio stesso che si mostra ai suoi piccoli senza mediazioni umane. L’accesso al cuore del Padre dei poveri è precluso ai dotti ed ai sapienti. Lo ha detto il Cristo: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25-30). Chi sono “i piccoli”? Qualcuno asserisce che siano i discepoli. Può darsi, sebbene preferisca pensare agli umili, ai pastori che si recarono alla grotta di Betlemme, ai tre pastorelli di Fatima, a Bernadette Soubirous, all'indio Juan Diego, al quale apparve la Madonna a Guadalupe, in Messico, a san Francesco D’Assisi. Povertà nel senso letterale del termine, semplicità, assenza di beni cui attaccarsi, rinuncia e distacco dalle sicurezze del denaro e del potere per aderire alle ricchezze del Cristo.
Dobbiamo essere sinceri. Dire la verità non è mai peccato, anzi. C’è una parte della Chiesa-istituzione che cinguetta col potere. Ci sono stati e ci sono esempi nella Chiesa cattolica da non seguire. Alla implacabilità dei principi morali impartiti al popolo dei fedeli non sempre ha corrisposto un comportamento moralmente ineccepibile da parte di molti aderenti alla Chiesa cattolica, si tratti di prelati, di sacerdoti, di suore o di semplici fedeli laici. Portiamo sulle spalle un fardello pesante di responsabilità verso il mondo, al quale avremmo dovuto rivelare il Cristo nella sua onnipotenza d’amore e di salvezza. Sua Santità Benedetto XVI ha ammesso, con verità e senza mezzi termini, che il pericolo peggiore per la Chiesa viene dal suo interno, dal peccato dei suoi membri. È una dichiarazione di forte impatto e dalle molteplici prospettive, cui faranno seguito atti consequenziali. Questo Papa non è affatto debole, sta affrontando con coraggio e fermezza molti nodi venuti al pettine, e lo farà al meglio delle sue possibilità.
È una fase di catarsi e di conversione dei cuori. È una stagione delicata, dolorosa, ma necessaria. Dal male Dio trarrà il bene. Ciascuno di noi è interpellato a collaborare a questo rinnovamento morale e spirituale, partendo da se stesso, dalle proprie azioni, dalle proprie idee, che vanno ri-orientate. Bonificarci per bonificare ed essere meno indegni di Colui che diede la vita per noi. È il compito per questa estate. Arrivederci a settembre! Salvatore Bernocco
Copyright 2010 Fermento, Luglio-Agosto 2010
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giovedì 15 luglio 2010
venerdì 8 gennaio 2010
LA FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA
La Festa della Santa Famiglia a Madrid, promossa nella Plaza de Lima dall'arcidiocesi della capitale spagnola, ha visto la partecipazione di oltre 500 mila persone. La famiglia, oggi conculcata da modelli relazionali che ne mortificano il senso ed il valore, “non si può relegare nella sfera privata, ma è un fatto pubblico. Davanti alla crisi della famiglia e alle istituzioni pseudo-familiari vogliamo annunciare l’amore di Cristo”, ha detto il cardinale vicario Agostino Vallini, che ha portato ai presenti il saluto di Benedetto XVI.
La celebrazione è stata preceduta da una serie di testimonianze e dai saluti del presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, il cardinale Ennio Antonelli, dal presidente del Pontificio Consiglio per i laici, il cardinale Stanislaw Rylko, dal presidente dei vescovi polacchi, mons. Józef Michalik, dal cardinale Josef Cordes, presidente di Cor Unum, e dall’arcivescovo di Berlino, il cardinale Georg Sterzinsky. L’iniziatore del Cammino Neocatecumenale Kiko Argüello, che è stato uno dei promotori dell’incontro, insieme all’arcidiocesi di Madrid, ha detto che “solo la famiglia cristiana può salvare l’Europa”. Il cardinale di Madrid, Antonio Maria Rouco Varela, ha celebrato con numerosi vescovi e cardinali spagnoli su un grande palco, sovrastato da una gigantesca croce bianca. Ai lati, la statua della Vergine dell'Almudena e la Croce della Giornata Mondiale della Gioventù, che si svolgerà a Madrid nel 2011.
Nonostante il freddo intenso per questo incontro sono giunte famiglie da tutta Europa, fra le più numerose quelle spagnole e circa 10 mila dall’Italia, per lo più del Cammino Neocatecumenale, ma anche di diverse diocesi francesi, tedesche, polacche.
Anche nella nostra parrocchia è risuonato l’invito del Parroco a dare testimonianza dei valori cristiani all’interno delle famiglie, lavorando perché si affermino modelli di vita aperti alla procreazione, alla carità sponsale, alla comunione fra uomo e donna fondata sull’amore di Dio, senza il quale nulla è possibile all’uomo. Le famiglie – ha detto il Parroco nella sua omelia, alla presenza di numerosi nuclei familiari e dei fidanzati che celebreranno le loro nozze nel 2010 - sono a rischio perché la mentalità corrente aborrisce il modello familiare di Nazareth, basato su sentimenti di umiltà e reso solido dalla preghiera. L’umiltà della famiglia di Nazareth, modello delle famiglie cristiane, è icona, immagine dell’amore trinitario che fa delle tre persone divine un unicum pulsante di amore.
Senza famiglia, pilastro delle società, non c’è possibilità di un futuro ordinato e sono a rischio i soggetti deboli, specialmente i figli, i quali necessitano di avere punti di riferimento certi, identificabili, per crescere sereni ed equilibrati. I “poli” madre e padre non sono un’invenzione di qualcuno, ma di quel Dio che vuole il bene autentico di ogni essere umano. La altre unioni non garantiscono equilibrio e responsabilità, soprattutto fanno da apripista a scenari inquietanti di sconvolgimenti emotivi e della personalità.
su Fermento gennaio 2010
La Festa della Santa Famiglia a Madrid, promossa nella Plaza de Lima dall'arcidiocesi della capitale spagnola, ha visto la partecipazione di oltre 500 mila persone. La famiglia, oggi conculcata da modelli relazionali che ne mortificano il senso ed il valore, “non si può relegare nella sfera privata, ma è un fatto pubblico. Davanti alla crisi della famiglia e alle istituzioni pseudo-familiari vogliamo annunciare l’amore di Cristo”, ha detto il cardinale vicario Agostino Vallini, che ha portato ai presenti il saluto di Benedetto XVI.
La celebrazione è stata preceduta da una serie di testimonianze e dai saluti del presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, il cardinale Ennio Antonelli, dal presidente del Pontificio Consiglio per i laici, il cardinale Stanislaw Rylko, dal presidente dei vescovi polacchi, mons. Józef Michalik, dal cardinale Josef Cordes, presidente di Cor Unum, e dall’arcivescovo di Berlino, il cardinale Georg Sterzinsky. L’iniziatore del Cammino Neocatecumenale Kiko Argüello, che è stato uno dei promotori dell’incontro, insieme all’arcidiocesi di Madrid, ha detto che “solo la famiglia cristiana può salvare l’Europa”. Il cardinale di Madrid, Antonio Maria Rouco Varela, ha celebrato con numerosi vescovi e cardinali spagnoli su un grande palco, sovrastato da una gigantesca croce bianca. Ai lati, la statua della Vergine dell'Almudena e la Croce della Giornata Mondiale della Gioventù, che si svolgerà a Madrid nel 2011.
Nonostante il freddo intenso per questo incontro sono giunte famiglie da tutta Europa, fra le più numerose quelle spagnole e circa 10 mila dall’Italia, per lo più del Cammino Neocatecumenale, ma anche di diverse diocesi francesi, tedesche, polacche.
Anche nella nostra parrocchia è risuonato l’invito del Parroco a dare testimonianza dei valori cristiani all’interno delle famiglie, lavorando perché si affermino modelli di vita aperti alla procreazione, alla carità sponsale, alla comunione fra uomo e donna fondata sull’amore di Dio, senza il quale nulla è possibile all’uomo. Le famiglie – ha detto il Parroco nella sua omelia, alla presenza di numerosi nuclei familiari e dei fidanzati che celebreranno le loro nozze nel 2010 - sono a rischio perché la mentalità corrente aborrisce il modello familiare di Nazareth, basato su sentimenti di umiltà e reso solido dalla preghiera. L’umiltà della famiglia di Nazareth, modello delle famiglie cristiane, è icona, immagine dell’amore trinitario che fa delle tre persone divine un unicum pulsante di amore.
Senza famiglia, pilastro delle società, non c’è possibilità di un futuro ordinato e sono a rischio i soggetti deboli, specialmente i figli, i quali necessitano di avere punti di riferimento certi, identificabili, per crescere sereni ed equilibrati. I “poli” madre e padre non sono un’invenzione di qualcuno, ma di quel Dio che vuole il bene autentico di ogni essere umano. La altre unioni non garantiscono equilibrio e responsabilità, soprattutto fanno da apripista a scenari inquietanti di sconvolgimenti emotivi e della personalità.
su Fermento gennaio 2010
domenica 3 gennaio 2010
Prefazione all'antologia Poetare è d'Amore

Non sono fra i poeti (minori o minimi) tristi e malinconici. Non amo i versi che incrinano la speranza, come anche certa letteratura che deturpa la realtà, che ne fa una variante impazzita e sconcia della vita. Amo la speranza come amo la vita, quella che stamani mia madre mi ha mostrato quando, all’improvviso, dopo la pioggia, si è disteso un arcobaleno sul mare. Mi ha chiamato con voce squillante e meravigliata, come se quel fenomeno fosse apparso per la prima volta sulla scena del mondo, e mi ha detto: “Vedi, è apparso l’arcobaleno!”. Il freddo pungente del mattino – era il primo giorno del nuovo anno – si è misteriosamente dileguato e ha fatto la sua comparsa un tepore intimo che mi ha sussurrato sentimenti di letizia. Cos’è l’esperienza di Dio se non esperienza di unità interiore, di serenità e di pace, di calore che non ha niente a che fare con una bella giornata di sole? Quando piove, quanto infuria la tempesta, soltanto allora sappiamo di sentire, e sentendo conosciamo le seduzioni dello Spirito, imbastiamo con Lui intimi dialoghi senza parole, che si sviluppano attraverso giochi di sguardi e rimandi, attrazioni e ispirazioni, come fra due innamorati che sospirano al chiaro di luna. La parola si dilegua e sul cuore si distende l’arcobaleno dell’Amore che con gemiti inesprimibili muta il ritmo del tempo, detta cadenze oltremondane. La poesia si fa sotto Sua dettatura. E sono versi di portata e comprensione universali. Ecco Amore, ecco Poesia.
So bene che genitrice della poesia è la melanconia, quella forma di dolce tristezza che ci pervade. Ma so anche che l’amore sorpassa la malinconia, che deve sottrarle terreno fertile per piantarvi la semente degli innamorati. Sono semi che vanno collocati in profondità, nelle profondità dell’anima, affinché i rapaci non se ne nutrano e ne facciano strage.
Desolazione, solo desolazione residua se Amore va via o viene rapito o sottratto allo sguardo interiore. Immaginiamo che un treno stia partendo, portando con sé lontano il soggetto del nostro Amore. Agitiamo un fazzoletto bianco e ricamato, mentre calde lacrime ci rigano le guance. Amore ci sorride con mano aperta mentre il cuore si chiude. Torneremo alle ordinarie cose, ma ogni cosa saprà di quell’addio.
Non tutti gli amori crescono e si fanno Amore, così spetta ai poeti l’arduo compito di far sgorgare versi dalle loro profondità a beneficio degli amanti felici, per curare un cuore smarrito o ferito, per lenirne le sofferenze, per generarne paradossalmente di nuove. Già, se ne generano di nuove e si rievoca il dolore per farne materia di inquietudini redente. Toccare dolenti sensibilità è il modo raffinato di sublimare il dolore. Il verso lo assorbe e, pian piano, ne fa cibo per la memoria, quindi senno di poi, infine esperienza.
Ma faccio subito ammenda, perché l’esperienza serve all’Amore quanto un pizzico di sale al mare. La forza dell’Amore sta nella sua perenne novità. Ai poeti la facoltà di tenerne viva l’inesperienza.
Anche chi si cimenta nello scrivere storie d’amore sa bene che è al limite delle possibilità letterarie contenerlo nella camicia di forza di pochi righi, rattrappirne i contenuti ed i significati. Non esiste una breve storia d’amore; per gli amanti dell’Amore esso tracima l’argine delle pagine, vuole contaminare i luoghi, espandersi, perdersi, giocare a nascondino, celiare, far lacrimare. Chi vi è parzialmente riuscito ha compiuto un piccolo prodigio.
Vive congratulazioni alle vincitrici del nostro concorso, giunto alla seconda edizione. È un caso che si tratti di due rappresentanti del genere femminile? Forse sì, forse no. Di vero c’è che la donna ha una sensibilità esaltata da secoli di mancate promesse d’amore.
Un grazie sincero a tutti coloro che si sono messi alla prova e ai componenti della giuria. Un abbraccio fraterno a Luigi Zazzarini, paziente tessitore di trame organizzative.
So bene che genitrice della poesia è la melanconia, quella forma di dolce tristezza che ci pervade. Ma so anche che l’amore sorpassa la malinconia, che deve sottrarle terreno fertile per piantarvi la semente degli innamorati. Sono semi che vanno collocati in profondità, nelle profondità dell’anima, affinché i rapaci non se ne nutrano e ne facciano strage.
Desolazione, solo desolazione residua se Amore va via o viene rapito o sottratto allo sguardo interiore. Immaginiamo che un treno stia partendo, portando con sé lontano il soggetto del nostro Amore. Agitiamo un fazzoletto bianco e ricamato, mentre calde lacrime ci rigano le guance. Amore ci sorride con mano aperta mentre il cuore si chiude. Torneremo alle ordinarie cose, ma ogni cosa saprà di quell’addio.
Non tutti gli amori crescono e si fanno Amore, così spetta ai poeti l’arduo compito di far sgorgare versi dalle loro profondità a beneficio degli amanti felici, per curare un cuore smarrito o ferito, per lenirne le sofferenze, per generarne paradossalmente di nuove. Già, se ne generano di nuove e si rievoca il dolore per farne materia di inquietudini redente. Toccare dolenti sensibilità è il modo raffinato di sublimare il dolore. Il verso lo assorbe e, pian piano, ne fa cibo per la memoria, quindi senno di poi, infine esperienza.
Ma faccio subito ammenda, perché l’esperienza serve all’Amore quanto un pizzico di sale al mare. La forza dell’Amore sta nella sua perenne novità. Ai poeti la facoltà di tenerne viva l’inesperienza.
Anche chi si cimenta nello scrivere storie d’amore sa bene che è al limite delle possibilità letterarie contenerlo nella camicia di forza di pochi righi, rattrappirne i contenuti ed i significati. Non esiste una breve storia d’amore; per gli amanti dell’Amore esso tracima l’argine delle pagine, vuole contaminare i luoghi, espandersi, perdersi, giocare a nascondino, celiare, far lacrimare. Chi vi è parzialmente riuscito ha compiuto un piccolo prodigio.
Vive congratulazioni alle vincitrici del nostro concorso, giunto alla seconda edizione. È un caso che si tratti di due rappresentanti del genere femminile? Forse sì, forse no. Di vero c’è che la donna ha una sensibilità esaltata da secoli di mancate promesse d’amore.
Un grazie sincero a tutti coloro che si sono messi alla prova e ai componenti della giuria. Un abbraccio fraterno a Luigi Zazzarini, paziente tessitore di trame organizzative.
giovedì 24 dicembre 2009
Recensioni dell'Arch. Mario Di Puppo

SALVATORE BERNOCCO, Lettera ad un single. Di palo in frasca, 2009, Libreria del Santo, Padova
L’ultima fatica letteraria di Salvatore Bernocco, Lettera ad un single non è letteratura di evasione ma d’invasione, mi sia concesso il gioco di parole. Sì, la lettera invade la sfera personale del single, il suo rapporto con la spiritualità mettendo a nudo problematiche nascoste nella quotidianità. Il lettore in possesso di una matrice cristiana condividerà a pieno il messaggio di Bernocco ma è proprio al single “senza valori” che il pamphlet è rivolto.
La narrazione si avvale dell’artificio espositivo della lettera in maniera tale che il racconto scorra velocemente e unitariamente pur concedendosi tredici pause di riflessione corrispondenti ad altrettanti capitoli che non si concentrano su di un unico argomento, come si penserebbe dal titolo, ma costituiscono delle grandi aree semantiche di ponderazione al cui interno confluiscono una serie di tesi ed argomentazioni relative.
Il single al quale l’Autore si rivolge (p.7) sembra lo stereotipo tratto da un reality show. È vanesio, narcisista (p.9), assiduo frequentatore di centri di benessere legati all’effimera bellezza esteriore; la vita del single “se appare fuori colorata e a tinte forti, desiderabile ed addirittura invidiabile, in realtà all’interno, là dove si sperimenta la vita sul serio, spesso è anemica, emaciata, algida”(p.11). Abita un monolocale (p.13) che è sufficiente per la sua vita solitaria (p.7) o, aggiungerei, per la sua vita mondana sempre fuori porta.
Non credo che tutti i single corrispondano alla descrizione di Bernocco ma penso che ognuno, single e non, possa riconoscere come proprio, sia pure segretamente, un aspetto dello stereotipo. Un discorso a parte andrebbe fatto per i “single per costrizione” che non possiedono un reddito che gli permetta una vita agiata rispetto ai “single per scelta”, una opzione tesa all’appagamento del proprio piacere di epicurea memoria.
Alla solitudine del single, al suo vuoto ideologico, al suo relativismo, alla sua depressione, alla sua paura di amare un altro che non sia se stesso, alla sua infelicità l’Autore propone di abbracciare il messaggio cristiano facendo propria la parola di Cristo che “come una lama affilata si conficca nel punto d’intersezione fra lo spirito ed il corpo”. Bernocco è ben consapevole della grande responsabilità della “sequela christi” tanto che afferma saggiamente che “ è meglio zoppicare sulla via della santità che non imboccarla affatto”.
Nel testo emergono molti consigli tanto che il libro potrebbe essere anche un manuale per l’interiorità dei single. Personalmente non credo che l’aridità spirituale termini automaticamente accasandosi e quindi penso che il messaggio del libro possa essere accolto anche dagli sposati o dai conviventi. I single cui l’Autore si rivolge sono quelle persone, sposate e non, che scelgono una vita priva di valori chiudendosi in se stesse anche se circondate da altri.
Bernocco non si pone come un cattedratico che elargisce una “lectio magistralis” ma la narrazione contiene un percorso autobiografico di crescita spirituale. È un “single pentito” dal giorno in cui ritrova per strada, la sua personale via di Damasco, due fogli di calendario dove si leggono due domande esistenziali (a voi scoprirle) che accendono il suo dialogo interiore (p.81) portandolo a rivedere la sua vita, descritta in pagine di grande introspezione che sembrano tratte da un diario personalissimo quanto condivisibile.
A chi sceglierà di leggere il libro affido la scoperta delle descrizioni dei “single modello” fra cui Gesù, Don Tonino Bello e Don Vincenzo Amenduni e la ricerca dei passi ludici tra i quali cito quello di Netty, diminutivo di internet, la ragazza virtuale cercata dai single.
SALVATORE BERNOCCO, Sul passo degli ultimi. Lineamenti del pensiero politico del Servo di Dio Mons. Antonio Bello, 2009 - Libreria del Santo, Padova
L’ultima fatica letteraria di Salvatore Bernocco, Lettera ad un single non è letteratura di evasione ma d’invasione, mi sia concesso il gioco di parole. Sì, la lettera invade la sfera personale del single, il suo rapporto con la spiritualità mettendo a nudo problematiche nascoste nella quotidianità. Il lettore in possesso di una matrice cristiana condividerà a pieno il messaggio di Bernocco ma è proprio al single “senza valori” che il pamphlet è rivolto.
La narrazione si avvale dell’artificio espositivo della lettera in maniera tale che il racconto scorra velocemente e unitariamente pur concedendosi tredici pause di riflessione corrispondenti ad altrettanti capitoli che non si concentrano su di un unico argomento, come si penserebbe dal titolo, ma costituiscono delle grandi aree semantiche di ponderazione al cui interno confluiscono una serie di tesi ed argomentazioni relative.
Il single al quale l’Autore si rivolge (p.7) sembra lo stereotipo tratto da un reality show. È vanesio, narcisista (p.9), assiduo frequentatore di centri di benessere legati all’effimera bellezza esteriore; la vita del single “se appare fuori colorata e a tinte forti, desiderabile ed addirittura invidiabile, in realtà all’interno, là dove si sperimenta la vita sul serio, spesso è anemica, emaciata, algida”(p.11). Abita un monolocale (p.13) che è sufficiente per la sua vita solitaria (p.7) o, aggiungerei, per la sua vita mondana sempre fuori porta.
Non credo che tutti i single corrispondano alla descrizione di Bernocco ma penso che ognuno, single e non, possa riconoscere come proprio, sia pure segretamente, un aspetto dello stereotipo. Un discorso a parte andrebbe fatto per i “single per costrizione” che non possiedono un reddito che gli permetta una vita agiata rispetto ai “single per scelta”, una opzione tesa all’appagamento del proprio piacere di epicurea memoria.
Alla solitudine del single, al suo vuoto ideologico, al suo relativismo, alla sua depressione, alla sua paura di amare un altro che non sia se stesso, alla sua infelicità l’Autore propone di abbracciare il messaggio cristiano facendo propria la parola di Cristo che “come una lama affilata si conficca nel punto d’intersezione fra lo spirito ed il corpo”. Bernocco è ben consapevole della grande responsabilità della “sequela christi” tanto che afferma saggiamente che “ è meglio zoppicare sulla via della santità che non imboccarla affatto”.
Nel testo emergono molti consigli tanto che il libro potrebbe essere anche un manuale per l’interiorità dei single. Personalmente non credo che l’aridità spirituale termini automaticamente accasandosi e quindi penso che il messaggio del libro possa essere accolto anche dagli sposati o dai conviventi. I single cui l’Autore si rivolge sono quelle persone, sposate e non, che scelgono una vita priva di valori chiudendosi in se stesse anche se circondate da altri.
Bernocco non si pone come un cattedratico che elargisce una “lectio magistralis” ma la narrazione contiene un percorso autobiografico di crescita spirituale. È un “single pentito” dal giorno in cui ritrova per strada, la sua personale via di Damasco, due fogli di calendario dove si leggono due domande esistenziali (a voi scoprirle) che accendono il suo dialogo interiore (p.81) portandolo a rivedere la sua vita, descritta in pagine di grande introspezione che sembrano tratte da un diario personalissimo quanto condivisibile.
A chi sceglierà di leggere il libro affido la scoperta delle descrizioni dei “single modello” fra cui Gesù, Don Tonino Bello e Don Vincenzo Amenduni e la ricerca dei passi ludici tra i quali cito quello di Netty, diminutivo di internet, la ragazza virtuale cercata dai single.
SALVATORE BERNOCCO, Sul passo degli ultimi. Lineamenti del pensiero politico del Servo di Dio Mons. Antonio Bello, 2009 - Libreria del Santo, Padova
Don Tonino per la gente, la sua gente, rappresenta una figura semplice seppure emblematica della cristianità. Tanti i contributi critici tesi al chiarimento della sua missione pastorale. È inedito l’approccio di Bernocco che, partendo da citazioni edite e non di Don Tonino, mira sia ad approfondire il pensiero politico belliano sia a tessere un percorso individuale di riflessione sulle tematiche trattate. Per chi volesse approfondire la tematica consiglio la lettura dei testi editi dallo stesso Don Tonino: Vegliare nella notte. Riflessioni sull’impegno cristiano nel servizio sociale e nella politica, Cinisello Balsamo (MI), 1995, e Il vangelo del coraggio. Riflessioni sull’impegno cristiano nel servizio sociale e nella politica, Cinisello Balsamo (MI), 1996.
Don Tonino era di sinistra, di centro o di destra? Bernocco non risponderà subito alla domanda ma guiderà il lettore durante tutta la narrazione attraverso una serie di riflessioni. In alcuni punti si ha l’impressione che le posizioni belliane si attestino su uno schieramento ora sull’altro, fino alla risposta finale: Don Tonino era “semplicemente dalla parte dell’uomo” (p.104) in quanto “chi ama l’uomo ama Dio” (p. X). Infatti affermava che “Dio non ci chiederà conto dell’assenza del crocifisso nelle nostre stanze, ma dell’assenza dell’uomo, col cui volto Dio si è identificato” (p. XI).
Bernocco affianca al tema principale della politica belliana quello di una politica cristiana in generale e quello dei politici cristiani. L’Autore non cede all’oratoria finalizzata alla captatio benevolentiae del lettore, politico e non che sia, ma affronta temi scomodi sia per l’opinione pubblica laica sia cristiana.
Fra i tanti temi sostenuti spiccano, per evidente attualità, il no all’aborto; il passaggio dalla tolleranza dello straniero all’integrazione sociale; lo stato di benessere della Chiesa a fronte della necessità degli indigenti; la piaga della raccomandazione nella ricerca del lavoro; il ruolo dei ricchi nei confronti dei poveri; le spese per le guerre.
L’Autore è conscio che la risposta cristiana ai tanti interrogativi di bioetica, esistenziali, politici possa sembrare utopica tant’è che propone di “esaltare le utopie quasi per distillarne, ricavarne qualche gesto concreto di solidarietà. Come se dalla spremitura delle utopie possa sgocciolare un lenimento, un olio taumaturgico, una essenza odorosa con cui cospargere il corpo sociale martoriato dalle filosofie e dagli stili di vita che relativizzano la vita umana, rendendola un’appendice manovrabile dell’economia, della tecno-finanza, della politica, del potere” (p.39). Oppure, stando alle parole di Don Tonino, “il politico vero, come il buon samaritano, ha misericordia del popolo e gli si fa vicino per restituirgli la mezza vita che gli hanno tolta e non per aggiungergli la mezza morte che gli manca e stenderlo definitivamente” (A. Bello, Il vangelo del coraggio. Riflessioni sull’impegno cristiano nel servizio sociale e nella politica, Cinisello Balsamo (Mi) 1996, pag. 16.
Al termine della lettura del libro è il caso di chiedersi se le riflessioni di don Tonino, commentate e sviluppate da Bernocco, siano da considerarsi cristiane in senso stretto, cioè rispondenti solo a coloro i quali decidano di professare la religione cattolica. Personalmente credo di no in quanto una politica che ponga al centro il rispetto per la dignità di ogni uomo è tale da poter essere condivisa al di là del proprio credo religioso o politico. È evidente che il messaggio belliano va accolto in primo luogo dai cristiani a patto che avvenga quella opportuna rigenerazione spirituale scegliendo di passare dallo status di “cristiano festivo” a quello di “cristiano feriale” procedendo da una cristianità rituale vissuta solo nelle ricorrenze ad una sentita nella quotidianità. O, per dirla con le parole di Don Tonino, “dobbiamo essere contemplattivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione” (A. BELLO, Cirenei della gioia. Esercizi spirituali predicati a Lourdes, Cinisello Balsamo (Mi) 1994, pag. 55).
Mario Di Puppo
Don Tonino era di sinistra, di centro o di destra? Bernocco non risponderà subito alla domanda ma guiderà il lettore durante tutta la narrazione attraverso una serie di riflessioni. In alcuni punti si ha l’impressione che le posizioni belliane si attestino su uno schieramento ora sull’altro, fino alla risposta finale: Don Tonino era “semplicemente dalla parte dell’uomo” (p.104) in quanto “chi ama l’uomo ama Dio” (p. X). Infatti affermava che “Dio non ci chiederà conto dell’assenza del crocifisso nelle nostre stanze, ma dell’assenza dell’uomo, col cui volto Dio si è identificato” (p. XI).
Bernocco affianca al tema principale della politica belliana quello di una politica cristiana in generale e quello dei politici cristiani. L’Autore non cede all’oratoria finalizzata alla captatio benevolentiae del lettore, politico e non che sia, ma affronta temi scomodi sia per l’opinione pubblica laica sia cristiana.
Fra i tanti temi sostenuti spiccano, per evidente attualità, il no all’aborto; il passaggio dalla tolleranza dello straniero all’integrazione sociale; lo stato di benessere della Chiesa a fronte della necessità degli indigenti; la piaga della raccomandazione nella ricerca del lavoro; il ruolo dei ricchi nei confronti dei poveri; le spese per le guerre.
L’Autore è conscio che la risposta cristiana ai tanti interrogativi di bioetica, esistenziali, politici possa sembrare utopica tant’è che propone di “esaltare le utopie quasi per distillarne, ricavarne qualche gesto concreto di solidarietà. Come se dalla spremitura delle utopie possa sgocciolare un lenimento, un olio taumaturgico, una essenza odorosa con cui cospargere il corpo sociale martoriato dalle filosofie e dagli stili di vita che relativizzano la vita umana, rendendola un’appendice manovrabile dell’economia, della tecno-finanza, della politica, del potere” (p.39). Oppure, stando alle parole di Don Tonino, “il politico vero, come il buon samaritano, ha misericordia del popolo e gli si fa vicino per restituirgli la mezza vita che gli hanno tolta e non per aggiungergli la mezza morte che gli manca e stenderlo definitivamente” (A. Bello, Il vangelo del coraggio. Riflessioni sull’impegno cristiano nel servizio sociale e nella politica, Cinisello Balsamo (Mi) 1996, pag. 16.
Al termine della lettura del libro è il caso di chiedersi se le riflessioni di don Tonino, commentate e sviluppate da Bernocco, siano da considerarsi cristiane in senso stretto, cioè rispondenti solo a coloro i quali decidano di professare la religione cattolica. Personalmente credo di no in quanto una politica che ponga al centro il rispetto per la dignità di ogni uomo è tale da poter essere condivisa al di là del proprio credo religioso o politico. È evidente che il messaggio belliano va accolto in primo luogo dai cristiani a patto che avvenga quella opportuna rigenerazione spirituale scegliendo di passare dallo status di “cristiano festivo” a quello di “cristiano feriale” procedendo da una cristianità rituale vissuta solo nelle ricorrenze ad una sentita nella quotidianità. O, per dirla con le parole di Don Tonino, “dobbiamo essere contemplattivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione” (A. BELLO, Cirenei della gioia. Esercizi spirituali predicati a Lourdes, Cinisello Balsamo (Mi) 1994, pag. 55).
Mario Di Puppo
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domenica 29 novembre 2009
sabato 7 novembre 2009
Viaggio spirituale (cap.8)

8. Parole conclusive
Dall’abside volgo il mio sguardo verso l’ingresso, e mi sovvengono gli anni trascorsi qui, in questo ventre accogliente ma non ovattato, mai insonorizzato agli echi delle tragedie umane, molte delle quali – forse tutte - trovano la loro origine nell’egoismo che, come rifletteva il poeta Giacomo Leopardi, “è sempre stato la peste della società e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società”. Don Vincenzo mi chiamò a collaborare con lui più di vent’anni fa al mensile parrocchiale Fermento. Più di vent’anni fa mi chiese di redigere un articolo su Aldo Moro, un uomo ed un cristiano che molte volte sostò a Ruvo e che conobbe una sorte tragica, accettata con rassegnazione alla volontà di Dio, in realtà alla violenza dei suoi carcerieri, perché la volontà di Dio è amore e vita, non odio e morte (forse dovremmo rivedere certe nostre affermazioni e certi luoghi comuni, come anche don Vincenzo sostiene a proposito di alcuni passi dell’atto di dolore: Dio non castiga nessuno, siamo noi che liberamente, quando non aderiamo alla sua volontà di amore, ci castighiamo e ci danniamo). Da allora il mio modesto contributo alla vita parrocchiale non ha conosciuto soste, nella consapevolezza che i talenti vanno messi a disposizione della comunità, che scrivere di Dio e delle cose di Dio - sempre con il tremore dell’iniziato e di chi sa bene che Egli è l’inconoscibile -, è una forma di apostolato, mosso dal desiderio di comunicare l’amore di Dio, il nucleo fondante del messaggio evangelico, sempre con mansuetudine e rispetto per chi semmai è alla ricerca di Dio o non crede. Da don Vincenzo ho attinto il convincimento che occorre difendersi dalle tre “D”: dissipazione, dispersione, disperazione. Perché esse generano una quarta “D”, il dolore, non quello a cui tutti siamo sottoposti a causa della nostra natura umana, fragile e transeunte, ma il dolore dell’anima, la morte dello spirito, il tedium vitae degli antichi, meglio noto come depressione, assenza di stimoli vitali, appassimento della speranza, accidia . Grazie a don Vincenzo ho coltivato la mia passione per la lettura e la scrittura. Gli sono grato anche di questo, per avermi sollecitato a superarmi, a muovermi lungo le direttrici evangeliche, a concentrarmi sull’essenziale, che spesso, come scriveva Antoine de Saint-Exupéry, è invisibile agli occhi, conoscibile soltanto attraverso l’occhio interiore, l’ascolto attento della coscienza, l’adesione alla Verità, una verità che giudica per liberare, non per condannare. Questa è l’immagine serena di Dio che don Vincenzo ha contribuito a trasmettermi. A lui quindi dedico questo mio modesto lavoro nella felice circostanza del suo XXV anniversario di sacerdozio, di servizio alla Chiesa cattolica. A lui che ha arricchito la chiesa del SS. Redentore di nuove opere pregevoli, con gusto e competenza, senza mai tralasciare di custodire, con amore e dedizione, quanto gli pervenne in eredità dai suoi predecessori, in particolare da mons. Michele Montaruli. A lui, che ama la Tradizione e il Concilio Vaticano II, ben sapendo che a nulla vale innovare se non ci si radica nella sostanza del vero culto che si deve a Dio, fatto non tanto di riti quanto di cordiale apertura al mondo e di amore verso il prossimo e se stessi. A lui, in occasione del suo 40° anniversario din sacerdocio, tutta la mia stima ed amicizia, con il sincero augurio di sempre maggiori traguardi umani e spirituali.
Dall’abside volgo il mio sguardo verso l’ingresso, e mi sovvengono gli anni trascorsi qui, in questo ventre accogliente ma non ovattato, mai insonorizzato agli echi delle tragedie umane, molte delle quali – forse tutte - trovano la loro origine nell’egoismo che, come rifletteva il poeta Giacomo Leopardi, “è sempre stato la peste della società e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società”. Don Vincenzo mi chiamò a collaborare con lui più di vent’anni fa al mensile parrocchiale Fermento. Più di vent’anni fa mi chiese di redigere un articolo su Aldo Moro, un uomo ed un cristiano che molte volte sostò a Ruvo e che conobbe una sorte tragica, accettata con rassegnazione alla volontà di Dio, in realtà alla violenza dei suoi carcerieri, perché la volontà di Dio è amore e vita, non odio e morte (forse dovremmo rivedere certe nostre affermazioni e certi luoghi comuni, come anche don Vincenzo sostiene a proposito di alcuni passi dell’atto di dolore: Dio non castiga nessuno, siamo noi che liberamente, quando non aderiamo alla sua volontà di amore, ci castighiamo e ci danniamo). Da allora il mio modesto contributo alla vita parrocchiale non ha conosciuto soste, nella consapevolezza che i talenti vanno messi a disposizione della comunità, che scrivere di Dio e delle cose di Dio - sempre con il tremore dell’iniziato e di chi sa bene che Egli è l’inconoscibile -, è una forma di apostolato, mosso dal desiderio di comunicare l’amore di Dio, il nucleo fondante del messaggio evangelico, sempre con mansuetudine e rispetto per chi semmai è alla ricerca di Dio o non crede. Da don Vincenzo ho attinto il convincimento che occorre difendersi dalle tre “D”: dissipazione, dispersione, disperazione. Perché esse generano una quarta “D”, il dolore, non quello a cui tutti siamo sottoposti a causa della nostra natura umana, fragile e transeunte, ma il dolore dell’anima, la morte dello spirito, il tedium vitae degli antichi, meglio noto come depressione, assenza di stimoli vitali, appassimento della speranza, accidia . Grazie a don Vincenzo ho coltivato la mia passione per la lettura e la scrittura. Gli sono grato anche di questo, per avermi sollecitato a superarmi, a muovermi lungo le direttrici evangeliche, a concentrarmi sull’essenziale, che spesso, come scriveva Antoine de Saint-Exupéry, è invisibile agli occhi, conoscibile soltanto attraverso l’occhio interiore, l’ascolto attento della coscienza, l’adesione alla Verità, una verità che giudica per liberare, non per condannare. Questa è l’immagine serena di Dio che don Vincenzo ha contribuito a trasmettermi. A lui quindi dedico questo mio modesto lavoro nella felice circostanza del suo XXV anniversario di sacerdozio, di servizio alla Chiesa cattolica. A lui che ha arricchito la chiesa del SS. Redentore di nuove opere pregevoli, con gusto e competenza, senza mai tralasciare di custodire, con amore e dedizione, quanto gli pervenne in eredità dai suoi predecessori, in particolare da mons. Michele Montaruli. A lui, che ama la Tradizione e il Concilio Vaticano II, ben sapendo che a nulla vale innovare se non ci si radica nella sostanza del vero culto che si deve a Dio, fatto non tanto di riti quanto di cordiale apertura al mondo e di amore verso il prossimo e se stessi. A lui, in occasione del suo 40° anniversario din sacerdocio, tutta la mia stima ed amicizia, con il sincero augurio di sempre maggiori traguardi umani e spirituali.
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mercoledì 28 ottobre 2009
Viaggio spirituale (cap.6)
6.Le statue dell’Immacolata e di S. Giuseppe
Procedendo verso l’artistico altare realizzato nel 1992 da Vito Zaza, troviamo sulla sinistra la bella statua dell’Immacolata, che si attribuisce ad Achille De Lucrezi. Realizzata nel 1904, fu donata da Francesco Girasoli. L’icona sorprende per la gentilezza dei tratti della Vergine, della quale si esalta il dogma della sua immacolatezza, sancito da Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus del 1854. “La Madonna è l’Immacolata Concezione – scrive mons. Mennonna nel suo Piccolo Glossario del Cristianesimo – perché concepita immune dal peccato originale o macchia originale per singolare privilegio divino […] confermato dalla stessa Vergine SS. nelle apparizioni a S. Bernadetta Soubirou (25 marzo 1858)”. La Vergine, Madre di Dio e madre nostra, è stata cantata da poeti e scrittori. Di straordinaria potenza evocativa, mistica direi, è la Vergine del Sommo Poeta. Nel Canto XXXI del Paradiso, S. Bernardo invita Dante a guardare verso la schiera dei beati, disposti a forma di candida rosa, dove nel punto più alto c’è Maria, grazie alla quale egli potrà sostenere la visione di Dio. La straordinaria ed impareggiabile bellezza della Vergine emerge dai versi del Poeta: “Vidi a lor giochi quivi e a lor canti/ridere una bellezza, che letizia/era ne li occhi a tutti li altri Santi;/e s’io avessi in dir tanta dovizia/quanta ad immaginar, non ardirei/lo minimo tentar di sua delizia[1]”. Una visione che è l’incanto e la gioia dei santi, e che nessuna parola umana, per quanto ricca e capace di volute immaginifiche, può minimamente descrivere. In controluce compaiono le parole di Paolo, che scrive alla comunità di Corinto, citando Isaia: “Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano[2]”. L’uomo che vive secondo lo Spirito è in grado di esprimere “cose spirituali in termini spirituali”, come ancora si esprime l’Apostolo. Dante è uno di costoro, dà voce ad un anelito profondo presente nell’animo umano di bellezza infinita, di gioia senza fine, quindi di Dio. L’Immacolata è segno dell’infinita bellezza di Dio che fa nuove tutte le cose in Cristo. L’uomo naturale – sono sempre insegnamenti di Paolo – non è in grado di comprendere le cose dello Spirito di Dio perché non ha “il pensiero di Cristo”. È quindi necessario vigilare affinché l’uomo cosiddetto naturale, che cioè vive la dimensione esclusivamente materiale senza curarsi di farla fermentare, di farla lievitare per portarla al suo massimo significato e senso, non prenda il sopravvento sull’uomo che vive secondo il piano di Dio, secondo il suo Spirito, che non imbriglia ma libera, e liberando porta a compimento ogni cosa. Qui non si tratta di postulare una sorta di fuga dalla realtà di ogni giorno o di dimenticare la materia, ma di viverla e di usarne secondo i valori e la misura suggeriti dall’amore in cui è lo Spirito di Dio. Maria fu creatura spirituale in sommo grado perché fu capace di amare secondo quello Spirito. L’icona donata dal Girasoli, e alla quale la comunità ruvese è molto legata, immette in questo circuito virtuoso di pensieri ed aneliti, regala di questi inebriamenti, dona la speranza del Paradiso.
La statua di S. Giuseppe (1907), opera di Giuseppe Manzo, schiude altri scenari spirituali ricchi di implicazioni ed insegnamenti. Nulla quaestio sulla purezza di Giuseppe, che tuttavia talvolta viene relegato in un angolo, come se fosse un santo di serie inferiore, persino inferiore per importanza alla sua sposa, Maria. Il centenario dell’icona è stato particolarmente significativo grazie alla presenza ed alla parola di uno dei massimi esperti cattolici del padre putativo di Gesù, Padre Tarcisio Stramare osj, che ho avuto modo di incontrare e di intervistare, il quale mi strappò un sorriso quando disse che se “sulla Madonna ci sono quattro dogmi, tutti contestati, su S. Giuseppe ce ne sono due, sicurissimi: su S. Giuseppe c’è poco da sapere; quel poco da sapere io già lo so, e quindi il discorso è chiuso”. In realtà S. Giuseppe, scelto da S. Teresa D’Avila quale patrono della vita interiore, andrebbe rivalutato quanto meno per i suoi corposi silenzi, senza i quali non può esserci vita spirituale, non si è più in contatto con la propria sfera intima, si è disarmonici ed inconcludenti. L’uomo veramente attivo e paziente conosce bene la pratica del silenzio interiore. L’uomo che ama ne fa esperienza, poiché non vi può essere amore vero se di esso si fa propaganda o lo si dà in pasto all’agorà. La stessa carità ha valore presso Dio se è discreta e silenziosa, come pure la preghiera, che necessita del romitorio interiore, di uno spazio libero sia dagli impegni che dall’incessante mormorio del mondo, non vacante ma popolato di presenze altre. Le anime contemplative sono maestre di silenzio, che potrei definire come la culla delle parole, il logos dove ogni parola trova il suo senso autentico, non artefatto o impoverito, il suo conforto e sapore. Se Carmelo Bene disse che il silenzio “è un tempo musicale”, Boris Pasternak, l’autore del Dottor Zivago, andò oltre, definendolo la cosa più bella che avesse mai udito. Ma S. Giuseppe ci parla anche di paternità responsabile, della figura del pater familias cristiano, di quest’uomo che in famiglia giganteggia senza mai opprimere, educa con autorità, dialoga senza mai imporre, orienta con amore e saggezza. Un padre autorevole concepisce figli che non si perderanno d’animo e sapranno affrontare le prove della vita con coraggio; un padre non autorevole, in cui è assente un tratto di virilità, che non attiene assolutamente alla sfera sessuale ma alla personalità del soggetto, darà alla luce una discendenza con una personalità fragile e per molti versi autoritaria. L’autoritarismo, a cui si accompagna spesso la violenza verbale o fisica, è una reazione psicologica caduca e spropositata alla mancanza del sentimento della forza interiore che non fu esplicitamente trasmesso dal padre al figlio o percepito da questi attraverso l’esame delle azioni paterne. In questo senso possiamo affermare che la qualità della discendenza risale a trent’anni prima della nascita della prole, per cui potremmo dire “dimmi come fu educato tuo padre, e ti dirò chi sei e come sarà la tua discendenza”. Tra genitorialità e paternità vi è una grande differenza, e di essa apprendiamo da S. Giuseppe. Se il genitore genera, assolvendo una funzione biologica, materiale, il padre assolve una missione spirituale, consistente non solo nel trasmettere il dono della vita, ma nell’arricchirla di continuo nell’ordine morale, culturale, spirituale. Ciò equivale a dire che la missione di un padre autentico dura tutta la vita perché la missione educativa, propria ed altrui, dura tutta la vita. Da questa prospettiva, S. Giuseppe non fu genitore del Cristo, ma svolse le veci del Padre celeste, quindi rivestì un ruolo ben più importante di quello di chi genera e semmai dimentica di essere padre, cioè un educatore, una persona che contribuisce a creare l’uomo elevandolo nell’ordine spirituale.
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[1] D. Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXI, vv. 134-138.
[2] 1 Cor 2,9
Procedendo verso l’artistico altare realizzato nel 1992 da Vito Zaza, troviamo sulla sinistra la bella statua dell’Immacolata, che si attribuisce ad Achille De Lucrezi. Realizzata nel 1904, fu donata da Francesco Girasoli. L’icona sorprende per la gentilezza dei tratti della Vergine, della quale si esalta il dogma della sua immacolatezza, sancito da Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus del 1854. “La Madonna è l’Immacolata Concezione – scrive mons. Mennonna nel suo Piccolo Glossario del Cristianesimo – perché concepita immune dal peccato originale o macchia originale per singolare privilegio divino […] confermato dalla stessa Vergine SS. nelle apparizioni a S. Bernadetta Soubirou (25 marzo 1858)”. La Vergine, Madre di Dio e madre nostra, è stata cantata da poeti e scrittori. Di straordinaria potenza evocativa, mistica direi, è la Vergine del Sommo Poeta. Nel Canto XXXI del Paradiso, S. Bernardo invita Dante a guardare verso la schiera dei beati, disposti a forma di candida rosa, dove nel punto più alto c’è Maria, grazie alla quale egli potrà sostenere la visione di Dio. La straordinaria ed impareggiabile bellezza della Vergine emerge dai versi del Poeta: “Vidi a lor giochi quivi e a lor canti/ridere una bellezza, che letizia/era ne li occhi a tutti li altri Santi;/e s’io avessi in dir tanta dovizia/quanta ad immaginar, non ardirei/lo minimo tentar di sua delizia[1]”. Una visione che è l’incanto e la gioia dei santi, e che nessuna parola umana, per quanto ricca e capace di volute immaginifiche, può minimamente descrivere. In controluce compaiono le parole di Paolo, che scrive alla comunità di Corinto, citando Isaia: “Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano[2]”. L’uomo che vive secondo lo Spirito è in grado di esprimere “cose spirituali in termini spirituali”, come ancora si esprime l’Apostolo. Dante è uno di costoro, dà voce ad un anelito profondo presente nell’animo umano di bellezza infinita, di gioia senza fine, quindi di Dio. L’Immacolata è segno dell’infinita bellezza di Dio che fa nuove tutte le cose in Cristo. L’uomo naturale – sono sempre insegnamenti di Paolo – non è in grado di comprendere le cose dello Spirito di Dio perché non ha “il pensiero di Cristo”. È quindi necessario vigilare affinché l’uomo cosiddetto naturale, che cioè vive la dimensione esclusivamente materiale senza curarsi di farla fermentare, di farla lievitare per portarla al suo massimo significato e senso, non prenda il sopravvento sull’uomo che vive secondo il piano di Dio, secondo il suo Spirito, che non imbriglia ma libera, e liberando porta a compimento ogni cosa. Qui non si tratta di postulare una sorta di fuga dalla realtà di ogni giorno o di dimenticare la materia, ma di viverla e di usarne secondo i valori e la misura suggeriti dall’amore in cui è lo Spirito di Dio. Maria fu creatura spirituale in sommo grado perché fu capace di amare secondo quello Spirito. L’icona donata dal Girasoli, e alla quale la comunità ruvese è molto legata, immette in questo circuito virtuoso di pensieri ed aneliti, regala di questi inebriamenti, dona la speranza del Paradiso.
La statua di S. Giuseppe (1907), opera di Giuseppe Manzo, schiude altri scenari spirituali ricchi di implicazioni ed insegnamenti. Nulla quaestio sulla purezza di Giuseppe, che tuttavia talvolta viene relegato in un angolo, come se fosse un santo di serie inferiore, persino inferiore per importanza alla sua sposa, Maria. Il centenario dell’icona è stato particolarmente significativo grazie alla presenza ed alla parola di uno dei massimi esperti cattolici del padre putativo di Gesù, Padre Tarcisio Stramare osj, che ho avuto modo di incontrare e di intervistare, il quale mi strappò un sorriso quando disse che se “sulla Madonna ci sono quattro dogmi, tutti contestati, su S. Giuseppe ce ne sono due, sicurissimi: su S. Giuseppe c’è poco da sapere; quel poco da sapere io già lo so, e quindi il discorso è chiuso”. In realtà S. Giuseppe, scelto da S. Teresa D’Avila quale patrono della vita interiore, andrebbe rivalutato quanto meno per i suoi corposi silenzi, senza i quali non può esserci vita spirituale, non si è più in contatto con la propria sfera intima, si è disarmonici ed inconcludenti. L’uomo veramente attivo e paziente conosce bene la pratica del silenzio interiore. L’uomo che ama ne fa esperienza, poiché non vi può essere amore vero se di esso si fa propaganda o lo si dà in pasto all’agorà. La stessa carità ha valore presso Dio se è discreta e silenziosa, come pure la preghiera, che necessita del romitorio interiore, di uno spazio libero sia dagli impegni che dall’incessante mormorio del mondo, non vacante ma popolato di presenze altre. Le anime contemplative sono maestre di silenzio, che potrei definire come la culla delle parole, il logos dove ogni parola trova il suo senso autentico, non artefatto o impoverito, il suo conforto e sapore. Se Carmelo Bene disse che il silenzio “è un tempo musicale”, Boris Pasternak, l’autore del Dottor Zivago, andò oltre, definendolo la cosa più bella che avesse mai udito. Ma S. Giuseppe ci parla anche di paternità responsabile, della figura del pater familias cristiano, di quest’uomo che in famiglia giganteggia senza mai opprimere, educa con autorità, dialoga senza mai imporre, orienta con amore e saggezza. Un padre autorevole concepisce figli che non si perderanno d’animo e sapranno affrontare le prove della vita con coraggio; un padre non autorevole, in cui è assente un tratto di virilità, che non attiene assolutamente alla sfera sessuale ma alla personalità del soggetto, darà alla luce una discendenza con una personalità fragile e per molti versi autoritaria. L’autoritarismo, a cui si accompagna spesso la violenza verbale o fisica, è una reazione psicologica caduca e spropositata alla mancanza del sentimento della forza interiore che non fu esplicitamente trasmesso dal padre al figlio o percepito da questi attraverso l’esame delle azioni paterne. In questo senso possiamo affermare che la qualità della discendenza risale a trent’anni prima della nascita della prole, per cui potremmo dire “dimmi come fu educato tuo padre, e ti dirò chi sei e come sarà la tua discendenza”. Tra genitorialità e paternità vi è una grande differenza, e di essa apprendiamo da S. Giuseppe. Se il genitore genera, assolvendo una funzione biologica, materiale, il padre assolve una missione spirituale, consistente non solo nel trasmettere il dono della vita, ma nell’arricchirla di continuo nell’ordine morale, culturale, spirituale. Ciò equivale a dire che la missione di un padre autentico dura tutta la vita perché la missione educativa, propria ed altrui, dura tutta la vita. Da questa prospettiva, S. Giuseppe non fu genitore del Cristo, ma svolse le veci del Padre celeste, quindi rivestì un ruolo ben più importante di quello di chi genera e semmai dimentica di essere padre, cioè un educatore, una persona che contribuisce a creare l’uomo elevandolo nell’ordine spirituale.
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[1] D. Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXI, vv. 134-138.
[2] 1 Cor 2,9
sabato 24 ottobre 2009
Viaggio spirituale (cap.4)
4. L’icona del Battesimo di Gesù
Proseguendo nel cammino all’interno del tempio, mi imbatto nella recente (2006) e stupenda icona[1] del Battesimo di Gesù, che sormonta il fonte battesimale del 1904, dono del can. Giuseppe Pellegrini, e collocata nell’omonima cappella. In realtà più che di una icona sarebbe corretto parlare di un dipinto che si rifà o si ispira al codice iconografico classico. E’ anch’essa opera del pittore Gaetano Valerio, che pare sia stato ispirato da Dio, il quale, anzi, secondo la tradizione, ne è il vero artefice. Si credeva infatti che Dio stesso esprimesse la sua perfezione attraverso l’iconografo[2]. Una breve digressione. Mi sovviene il dipinto “San Matteo e l’Angelo” del Caravaggio (1602), che si può ammirare a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Ve ne furono due versioni, in realtà. In entrambe compare l’angelo ispiratore, il quale nella prima versione, quella che fu respinta perché non ortodossa e che andò distrutta negli eventi bellici del 1945 a Berlino, guida materialmente la mano di San Matteo nella stesura del vangelo, mentre nella seconda versione, quella accettata in quanto rispondente alle idee più canoniche circa la rappresentazione di un santo o di un angelo, gli parla dall’alto[3]. L’idea dominante è anche qui quella dell’intervento divino, come se Dio stesso fosse l’artefice dei vangeli, colui che realmente li detta attraverso uno dei suoi angeli. San Matteo quindi è solo un amanuense, l’autore dei testi è il Signore. Un parallelismo che, al di là del valore non comparabile delle due opere, evidenzia in ogni caso quanto pregnante e radicata sia l’idea che ad ispirare certe opere sia Dio, e che l’artista non sia che il mero esecutore dei deliberati divini, seppure con l’apporto determinante della propria sensibilità e la propria tecnica[4].
Per altro verso l’iconografia presupponeva non soltanto una notevole preparazione tecnica, ma anche spirituale da parte dell’artista. Il pittore si preparava adeguatamente per creare l’opera iconografica proprio perché egli diveniva la mano di Dio, con la sua arte entrava in stretto, intimo contatto con la divinità, e ciò richiedeva una profonda e generale catarsi, una generale purificazione mentale, spirituale e fisica.
Prima di addentrarci nel significato evangelico e di fede dell’icona o “festa” del Battesimo di Gesù, ricordiamo brevemente come si perveniva all’icona. Ne emergerà anche l’estrema perizia del suo autore, che si è attenuto a quanto stabilito in proposito dal Concilio in Trullo[5] nonché ai principali dettami della ortodossia iconografica. L’icona era dipinta su tavolette di legno (tiglio, larice o abete). La parte interna della tavola era scavata e chiamata tecnicamente KOVČEG[6] o più comunemente arca. Su questa tavola veniva poi applicata una tela di lino, che voleva ricordare il telo della Veronica, e su di essa si applicavano diversi strati, almeno sette, di LEVKAS[7], che serviva a creare il fondo dell’icona ed era composto dal bianco di Medon mescolato alla colla di coniglio. Sulla superficie che veniva così a crearsi si cominciava a tratteggiare il disegno. Si partiva con uno schizzo della rappresentazione, quindi si passava alla fase della pittura. S’iniziava con la doratura di tutti i particolari (bordi dell’icona, pieghe dei vestiti, sfondo e corone o nimbi), quindi si passava a dipingere i vestiti, gli edifici e il paesaggio. L’effetto tridimensionale dell’icona si otteneva partendo da un fondo scuro che si andava a schiarire in varie fasi fino a raggiungere il bianco che veniva dato solo nei tratti più in rilievo del volto, come zigomi, naso, fronte. Questo procedimento che parte dallo scuro per giungere fino al chiaro prende spunto da quanto Dio operò nella creazione: la luce di Dio irrompe nel caos e, via via che la luce sorge e si diffonde nel creato, si delineano le forme di tutte le cose[8]. La vernice rossa era disposta in uno strato sottile attorno alle labbra, sulle guance e sulla punta del naso. Con una vernice marrone chiara erano dipinti gli occhi, le ciglia ed eventualmente i baffi o la barba. Quanto poi all’espressione del soggetto religioso ritratto, lo sguardo delle icone è ricercato, volto a suscitare inquietudine, riflessione, ricerca di un dialogo con l’aldilà. È una finestra aperta su Dio. Ma essa suscita anche speranza, trattandosi di sguardi provenienti dall’eternità.
Per tali ragioni non si pensi che l’icona sia assimilabile ad un quadro o ad un dipinto qualsiasi. L’icona parla di eternità, parla di Dio, e può essere compresa soltanto da chi conosce le Sacre Scritture, da chi si pone in un’ottica di fede o spirituale per cui Dio è “il giudice ed il supremo occhio che osserva e al quale nulla sfugge”. Non sarebbe quindi corretto parlare di semplice rappresentazione artistica, ricca come essa è di significati simbolici. In tale contesto, ad esempio, i colori hanno una grandissima importanza per la comprensione dell’icona. I colori fondamentali sono quattro. Il blu è il colore della trascendenza, mentre il rosso è il simbolo dell’umano e del sangue sparso dai martiri. Il verde simboleggia la natura, la fertilità o l’abbondanza. Il giallo è, infine, il colore della conoscenza e della sapienza. Quando assume la sfumatura di giallo oro è simbolo della luce divina, della verità. Il marrone non è un colore primario, ma derivato (formato dal rosso e dal verde), e designa ciò che appartiene alla terra e nella sua natura più umile e povero. Anche le lettere dipinte sull’icona assumono un particolare valore: le icone del Cristo presentano sempre la dicitura “IC XC” (forma greca abbreviata di Gesù Cristo) e anche “O ΩN” ("colui che è"; il simbolo è generalmente inserito nel nimbo[9]). La Vergine Maria invece presenta la dicitura “MP OY” (forma greca abbreviata di Madre di Dio); vicino al suo nome possono comparire altre diciture, come ad esempio “Onnipotente”, “Datore di Vita”, “Vergine Madre”.
E veniamo più nel dettaglio alla nostra icona del Battesimo di Gesù. Notiamo, sul lato destro, tre angeli in vesti di colore marrone, i quali reggono un drappo blu che nasconde le loro mani. Il nascondimento delle mani indica una impossibilità o una proibizione, un divieto. Ad essi difatti è precluso toccare la divinità. La loro fisionomia è oblunga come lo sono quelle del Cristo nel fiume Giordano, al centro della scena, e di Giovanni il Battista, sul versante sinistro. Tale raffigurazione ne vuole enfatizzare la natura spirituale[10]. Si tratta di figure esili ed affusolate, prive d’ogni contenuto o elemento corporeo o materiale, quasi diafane. Sono figure che si allungano, si proiettano verso l’alto, il cielo, sede della divinità. Anche questa scelta è in linea con la ortodossia iconografica. Nelle icone i volti dei santi sono chiamati lichi, cioè volti che si trovano fuori dal tempo e dallo spazio, che hanno abbandonato il mondo delle passioni terrene, eternati dalla pittura iconografica. Pur essendo trascinati e coinvolti in questa dimensione spirituale ed eterea, tuttavia mantengono la loro dimensione umana: restano uomini e in qualità d’essere umani mantengono l’immagine di Dio sul loro volto. I tre angeli hanno sembianze umane. Sono puri spiriti, e come tali sarebbero non rappresentabili. Di qui l’attribuzione della sembianza antropomorfa che intende dare una pallida idea di ciò che appartiene alle realtà invisibili e non rappresentabili, con un aggancio probabile ed intuitivo alla Sacra Scrittura dove, a proposito dell’uomo, si dice che fu creato di poco inferiore alle creature angeliche[11]. Questo scarto minimale fra l’uomo e le creature angeliche autorizzerebbe la loro rappresentazione antropomorfa.
Il Cristo quindi si fa uomo e riceve nel fiume Giordano il battesimo da Giovanni il Battista, il precursore. Gesù entra nudo nelle acque, che rappresentano il peccato e la morte, mentre il fiume rappresenta il lento scorrere della vita. Cristo entra nella storia fatta di morte e peccato per uscirne vittorioso dopo il battesimo. Egli, entrando nelle acque, le benedice e queste diventano sante e fonte di vita perché tale è Gesù, il Santo di Dio e datore di vita. E’ importante notare la posizione della mano benedicente del Cristo che indica che egli è sia uomo-Dio (questo il senso dell’unione dell’ indice e del medio), sia una delle tre persone della Santissima Trinità (questo il senso delle altre tre dita: pollice, anulare e mignolo, che si toccano alle punte).
Come per altro verso scrive Micaela Soranzo, “senz’acqua non esiste vita. Nella tradizione ebraica e cristiana l’acqua è legata all’origine della creazione: è la sostanza-madre dalla quale venne creato il mondo, ma, per la sua mancanza di forma, è anche immagine del caos, delle condizioni esistenti prima della creazione del mondo. Prima che fosse creata la luce «le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gen 1,2). L’acqua può essere creativa o distruttiva, sorgente di vita o di morte: tutto l’Antico Testamento esalta il segno di benedizione dell’acqua, poiché «un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino» (Gen 2,10) e il Signore ha fondato la terra sui mari «e sui fiumi l’ha stabilita» (Sal 24,2), anche se constata la sua forza distruttiva nel diluvio e nel passaggio del Mar Rosso”[12]. In un certo senso Gesù, entrando nelle acque, completa l’opera di benedizione e di pacificazione universale del Padre. Il caos è vinto una volta per tutte, le acque si placano. In una prospettiva psicologica e del profondo, il mare si collega alla vita, al cambiamento, a fenomeni di mutazione[13], e con la fede nel Cristo anche il mare magnum dell’inconscio, con le sue acque talvolta torbide ed agitate, scure ed angoscianti, è rasserenato. Agile e non eludibile il riferimento all’episodio della tempesta sedata che può leggersi nel vangelo di Matteo[14].
Tutti i personaggi hanno la testa contornata dal nimbo. Il nimbo, come ho accennato, indica la presenza di Dio nella vita di tutti gli esseri, sia terrestri che celesti. E’ Dio che sorregge la vita. Il nimbo del Cristo è crociato per indicare di quale morte morirà. In questa croce ci sono le scritte Ό ΏΝ, che significano “io sono colui che sono”, nome con cui Dio si manifestò a Mosè sul monte Sinai. Alla destra di Cristo c’è Giovanni il Battista, che è l’unico personaggio a cui è concesso di toccare Gesù. Egli è vestito di pelli di cammello e simboleggia l’uomo vecchio, Adamo, che Cristo, l’uomo nuovo, è venuto a riscattare[15]. La scritta ΙС ХС (Gesù Cristo) è posta sopra le acque, vi aleggia come aleggiò lo spirito del Creatore sulle acque all’origine dei tempi [16].
La natura è arida e brulla, e ciò sta ad indicare la condizione di peccato in cui versa l’umanità. Le montagne poi hanno un significato particolare. Sono quattro, distinguibili solo nella parte alta, mentre alla base sono unite e compatte. Su questa base poggiano i personaggi. Le cime rappresentano i quattro evangelisti; sulla loro testimonianza poggiano i misteri principali della fede cristiana. Se si osserva il movimento delle punte delle montagne, si nota che tre di esse, quelle poste a destra, puntano al cielo, mentre una quarta, quella a sinistra, è ricurva e sembra piegare verso l'emisfero blu, colore che, come si è detto, rappresenta la divinità. Questa montagna ricurva rappresenta il quarto evangelista, Giovanni, che, come dice Clemente d'Alessandria, "vedendo che nei Vangeli degli altri erano narrate piuttosto le cose che riguardavano la parte umana di Cristo, per impulso divino, a richiesta dei suoi discepoli, ultimo di tutti, scrisse un Vangelo spirituale". Questa montagna, quindi, traccia una linea ideale che si protende verso l'alto e conduce a Cristo, e sta a significare che Giovanni evangelista tende a Dio nella sommità e in basso è di sostegno al Battista, il quale con il suo gesto riconduce lo sguardo alla persona del Cristo.
Tuttavia, a ben vedere, nel dipinto è presente tutta la SS. Trinità. La presenza del Padre è simboleggiata dalla nube posta in alto, da cui promana un fascio di luce, mentre una colomba indica la presenza dello Spirito Santo. Le lettere greche che compaiono accanto alla figura di Giovanni significano “Giovanni Battista precursore”, mentre l’espressione collocata in alto, HBAП TIGIG, vorrebbe dire “Battesimo di Gesù”.
L’opera di Gaetano Valerio può dirsi un compendio di teologia che si offre alla vista del visitatore, invogliato a soffermarsi sui particolari per scoprirne il messaggio di fede e di speranza. E per inclinare alla preghiera, quel movimento essenziale dell’anima che si volge al Padre come al sole della vita, e che è facilitato dalle immagini sacre. Queste aiutano la fede senza mai sostituirsi ad essa o esserne una pericolosa scorciatoia o deviazione. Se così fosse dovremmo dare ragione, seppure postuma, alle eresie iconoclastiche[17], mentre siamo nel campo della latria e della dulia, non dell’idolatria[18], quando ci serviamo delle immagini sacre scolpite o raffigurate.
Valgano in questa sede alcune considerazioni di ordine teologico di cui sono in parte debitore all’apologeta Giampaolo Barra. Ma prima un po’ di storia. Nel 730 Leone III Isaurico, imperatore d’Oriente, si intromette nelle questioni ecclesiastiche, essendoci state in Oriente degli episodi di fanatismo nella venerazione delle immagini sacre, e vieta il culto delle icone e delle immagini, diffuso in tutto l’orbe cristiano. Egli ordina la distruzione di un’immagine del Cristo assai venerata. La proibizione dà la stura alla distruzione feroce di stupende opere d’arte. Germano, patriarca di Costantinopoli, gli si oppone, ma viene destituito ed i difensori delle immagini sacre duramente perseguitati. La persecuzione durerà anche dopo Leone III. Nel 787 il Concilio di Nicea finalmente sancì l’assoluta liceità di rappresentare con immagini le figure di Gesù, di Maria, degli angeli e dei santi, in quanto la contemplazione di esse invita il fedele ad imitare i personaggi rappresentati. Imitazione, ma non solo. Esse servono anche ad abbellire i luoghi di culto e ad approfondire la conoscenza degli episodi biblici. Come affermò Gregorio Magno[19], “la pittura può servire all’analfabeta quanto la scrittura a chi sa leggere”. Nel XVI secolo l’iconoclastia riprese impulso. Furono soprattutto i calvinisti a distinguersi nella distruzione di molte statue e di molte immagini nelle chiese che occuparono dopo lo strappo con la Chiesa romana. A fianco del mondo protestante, anche la setta dei Testimoni di Geova è contraria alla venerazione delle immagini.
Tale contrarietà si fonda su una lettura errata della Bibbia. I versetti 2, 3 e 4 del capitolo 20 del libro dell’Esodo sono quelli sub judice: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.” Ad una lettura superficiale, il divieto parrebbe esistere. Ma così non è perché soccorre il versetto 5, che spiega la ragione di quel divieto: “Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai.” Dio quindi non proibisce l’uso delle immagini sacre in quanto tali, ma l’idolatria, cioè la sostituzione di Dio con un idolo e la sua adorazione. Ma soccorrono altri passi. Sempre nel libro dell’Esodo si legge che Mosé convocò tutti gli uomini di ingegno perché eseguissero i lavori della costruzione del santuario, facendo ogni cosa secondo i voleri del Signore[20], consistenti nell’adornare con statue ed immagini l’Arca dell’Alleanza. Esplicita fu la richiesta di Dio di fare due cherubini d’oro. Egli impartì espresse disposizioni sul modo come lavorarli e sulla loro disposizione[21]. Ancora, Bezaleel, uno degli artisti convocati da Mosé, “fece il velo di porpora viola e di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto. Lo fece con figure di cherubini, lavoro di disegnatore”.[22] E finanche troppo agevole concludere che il Signore non aborre né le statue né i disegni, purché siano “funzionali” al suo culto, cioè al culto dell’unico vero Dio, e non siano piegate o dirette all’idolatria. Altri esempi possono estrapolarsi dalla Bibbia ed altri ancora dalla storia delle prime comunità cristiane. Ad esempio, lo scrittore Tertulliano nel De Pudicitia ci parla delle immagini del Buon Pastore con cui i primi cristiani adornavano i calici, mentre lo storico Eusebio di Cesarea nell’Historia Ecclesiastica dice di aver visto coi propri occhi le immagini dipinte di Gesù e dei Santi apostoli Pietro e Paolo. Per quanto attiene al culto dei santi, la stessa Bibbia e la storia della chiesa primitiva ci autorizzano a sostenere che la loro venerazione è gradita a Dio, non è contraria all’insegnamento della Bibbia e in sintonia con quello che i cristiani hanno sempre fatto.
Per venire a tempi più recenti, Giovanni Paolo II chiese ai Vescovi di tutto il mondo di “mantenere fermamente l’uso di proporre nelle Chiese alla venerazione dei fedeli le immagini sacre”. Questo perché il fedele deve essere aiutato nella preghiera e nella vita spirituale con la visione di opere che cercano di esprimere il mistero senza occultarlo. Per il predecessore di Benedetti XVI, “la scoperta dell’icona cristiana aiuterà anche a far prendere coscienza dell’urgenza di reagire contro gli effetti spersonalizzanti, e talvolta degradanti, delle molteplici immagini che condizionano la nostra vita nella pubblicità e nei mass-media”. Sono parole che confortano l’impegno costante di don Vincenzo Pellegrini a voler conservare il patrimonio ereditato e nel contempo a dotare il tempio di opere significative ai fini spirituali, volte a favorire l’espressione del culto che si deve a Dio ed ai suoi santi che, in ultima analisi, si risolve sempre in un atto di culto a Colui che è la sorgente sempre viva e zampillante della Santità[23]. Trovo ad abundantiam che la sua dedizione sia perfettamente conforme ai dettami della Chiesa in materia di arte sacra.
Ne fornisco qualche riscontro documentale, con un incipit “laico” dello scrittore Hermann Hesse, che nel suo libro “Peter Camenzind” così scrive: “L’arte di tutti i tempi si sforza di dare espressioni al muto desiderio del divino che è in noi”. È un efficace proemio a quanto segue, una straordinaria sintesi. Ad esempio, la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa in un documento del 15 ottobre 1992 intitolato “La formazione dei futuri presbiteri all’attenzione verso i beni culturali della Chiesa” ed indirizzato ai vescovi diocesani, pose l’accento sulla “promozione, la custodia e la valorizzazione delle più alte espressioni dello spirito umano in campo artistico e storico”. La Chiesa, si legge fra l’altro nel documento, “ha infatti annunciato il Vangelo e perfezionato il culto divino in molteplici modi attraverso le arti letterarie, figurative, musicali, architettoniche; nonché attraverso la conservazione di memorie storiche e di preziosi documenti della vita e della riflessione dei credenti. Il messaggio della salvezza si è comunicato, e ancora oggi si comunica, pure attraverso tali mezzi a intere moltitudini di credenti e non credenti”. In un contesto storico caratterizzato da grossolanità e volgarità, come pure dalla immanenza e dal fallimento della cultura dell’effimero, “sono molti, e sempre più numerosi, le donne e gli uomini che si fanno sensibili al valore umanizzante delle espressioni culturali e artistiche. Cresce di conseguenza la convinzione che è importante, per il futuro dell'umanità, por mano alla loro retta conservazione, alla difesa dalla dispersione e dalla strumentalizzazione (che derivano da un loro uso orientato solo a fini economici), alla loro valorizzazione come veicoli di senso e di valore per la vita umana”. La stessa preghiera comunitaria ed individuale dei futuri presbiteri, prosegue il documento, deve farsi spazio estetico, nel senso che essi devono essere educati alla preghiera “in modo da lasciare spazio anche alle dimensioni della sensibilità, dell'immaginazione, della contemplazione estetica. Quest'ultima, se ben inserita nell'esperienza della grazia e nell'accoglienza dello Spirito, non è per nulla distraente o evasiva; al contrario è veicolo di una sempre più profonda celebrazione delle “grandi opere del Signore” ”. Per venire a tempi a noi più vicini, si ricordi quanto Papa Giovanni Paolo II scrisse nella lettera apostolica Spiritus et Sponsa (4 dicembre 2003) nel quarantesimo anniversario della Costituzione Sacrosantum Concilium sulla Sacra Liturgia: “Un altro tema fecondo di sviluppi, affrontato dalla Costituzione conciliare, è quello concernente l'arte sacra. Il Concilio offre chiare indicazioni affinché essa continui ad avere, anche ai giorni nostri, un notevole spazio, sicché il culto possa risplendere anche per il decoro e la bellezza dell'arte liturgica”. Ciò perché l’arte, e in particolare l’arte sacra, è riflesso dell’infinita bellezza di Dio che l’uomo deve in qualche modo esprimere attraverso le sue opere. Bellezza e bene sono in rapporto osmotico. In una lettera agli artisti (4 aprile 1999), ancora Giovanni Paolo II osservava che “il rapporto tra buono e bello suscita riflessioni stimolanti. La bellezza è in un certo senso l'espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza. Lo avevano ben capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: “kalokagathía”, ossia « bellezza-bontà ». Platone scrive al riguardo: “La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello” ”.
Don Vincenzo ha quindi compreso che l’espressione artistica è un modo eccellente, oserei dire moderno o sempre attuale, per inserirsi nel vivo dei contenuti della nostra fede, in quanto la bellezza rimanda al buono, ed il buono al vero. È il circuito virtuoso dello spirito che prende le mosse da una qualificazione del Cristo, che la spiritualità orientale presenta come “il Bellissimo di bellezza più di tutti i mortali”[24]. Del resto egli, che ha vissuto appieno l’atmosfera del Concilio Vaticano II, di certo conserva vivida memoria dell’appello che i Padri Conciliari rivolsero agli artisti in conclusione del Concilio: “Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza, per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell'ammirazione“.
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[1] Il termine icona deriva dal greco "eikon", che può essere tradotto con “immagine”. È l’espressione visiva del messaggio cristiano, affermato nel vangelo con le parole. Si tratta di una creazione bizantina del V secolo. L’occasione fu offerta dal ritratto della "Vergine odighitria" attribuito dalla tradizione all’evangelista San Luca. Quando nel 1453 crollò l’Impero Romano d’Oriente, i popoli balcanici contribuirono ad incrementare sia la produzione sia la diffusione di queste raffigurazioni sacre.
[2] Ciò spiega perché l’icona non riporta il nome dell’iconografo, cioè di colui del quale Dio stesso si è servito. Il dipinto iconografico del SS. Redentore invece riporta il nome del suo autore in basso a sinistra.
[3] A Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, “era stato ordinato un quadro di San Matteo per l’altare di una chiesa romana: il santo doveva essere rappresentato nell’atto di scrivere il Vangelo, e per mostrare che i Vangeli erano la parola divina doveva essergli posto vicino l’angelo ispiratore. Il Caravaggio, un giovane artista altamente creativo e intransigente, cercò di raffigurarsi la scena di un vecchio e povero operaio, un semplice pubblicano, improvvisamente alle prese con un libro da scrivere. Così dipinse San Matteo calvo, con i piedi nudi e polverosi, che afferra goffamente il grosso volume e aggrotta ansiosamente la fronte nell’insolito sforzo della scrittura. Al suo fianco dipinse un angelo adolescente, che sembra appena giunto dall’alto e che dolcemente gli guida la mano come può fare un maestro con il bambino. Quando il Caravaggio consegnò il quadro alla chiesa sul cui altare doveva essere appeso, suscitò scandalo per questa presunta mancanza di rispetto. Il dipinto non fu accettato e il Caravaggio dovette ricominciare da capo. Non volendo però correre ulteriori rischi, si attenne rigorosamente alle idee più convenzionali circa l’aspetto di un angelo o di un santo.” Ernst H. Gombrich, La storia dell’arte, Mondadori Electa Spa, Ristampa italiana 2002, Milano, pag. 31.
[4] Tuttavia va detto che la seconda versione, quella accettata, è più aderente all'idea cristiana di ispirazione, per cui l’autore sacro è solo ispirato da Dio e mantiene salve le sue facoltà di vero autore del testo sacro, tant’è che è possibile affermare che Dio e l'uomo sono coautori del testo biblico.
[5] Il Quinisext Concilio o Concilio in Trullo si tenne a Costantinopoli nel 692. Si affermò la centralità della figura umana del Cristo, che in ambito iconografico venne storicizzata allo stesso modo dei santi (ai quali si associa l’espressione di rappresentazione antropomorfica), vietandone nel contempo le raffigurazioni allegoriche non antropomorfe quali l'agnello, il pesce e la colomba.
[6] Il termine nel linguaggio biblico indica l’arca dell’alleanza.
[7] Il termine deriva dal greco leukos e significa bianco.
[8] “In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno” (Gn. 1, 1-5).
[9] La parola nimbo deriva dal latino nimbus, che significa “nuvola”. Altra cosa è l’aureola, che è il cerchio di luce che avvolge la testa di un santo, di un angelo o di Gesù. Il nimbo è invece il disco dorato che avvolge il capo di costoro. L'aureola non può essere usata per i personaggi ancora viventi o che non sono ancora stati canonizzati dalla Chiesa. In alcuni dipinti, persone viventi in fama di santità sono ritratte con un'aureola quadrata. A volte il diavolo viene rappresentato con un'aureola nera, e così pure Giuda Iscariota.
[10] Mi sovviene – ma siamo su un piano prosaico – la distinzione degli uomini in due categorie tracciata dallo scrittore russo Nikolaj Gogol’ nel suo romanzo “Anime Morte”. Egli li distingue nei sottili e nei grassi o “non troppo grassi, ma neppure magri.” I primi sono esseri volteggianti, leggeri, aerei, mentre i secondi sono stabili e certi, più radicati nelle cose terrene. Come si vede, alle figure snelle o sottili è più agevole associare qualità spirituali.
[11] “Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato [...]” (Sal 8, 4-6).
[12] Micaela Soranzo, Simbolismo dell’acqua e oggetti collegati, su Vita Pastorale, n. 3, marzo 2007.
[13] “Mi è stato dato di vedere numerosi sogni di immersione totale nell’acqua e, a quanto ho potuto notare, essi corrispondono sempre ad un momento di possibile, radicale trasformazione dell’individuo. Non mi riferisco, ovviamente, ad immagini di lavacri in una vasca da bagno, o simili: sogni che possono anche essere importanti, ma solo a livello di purificazione, di pulizia da qualche cosa - ma certamente non di più. Parlo, invece, di sogni di immersione nel mare, in una sorgente, nell’acqua viva. Si tratta qui di un segno che è contemporaneamente un evento, una realtà dello spirito in cammino”. È ciò che scrive Mirjam Viterbi Ben Horin, psicoanalista junghiana, che si è dedicata in modo particolare allo studio dell’inconscio collettivo ebraico. Il passo in cui mi sono imbattuto mentre navigavo in Internet, è estrapolato da un capitolo del testo Il Sogno di Giacobbe, Edizioni Borla, Roma, 1993. Lia Luzzatto e Renata Pompas, nel loro interessante saggio intitolato “Il significato dei colori nelle civiltà antiche”, scrivono che il colore nero “connota la parte più celata dell’anima, quella che Jung chiama “ombra”, l’aspetto notturno della psiche”, l’inconscio dove, con le parole di Jung, “si agitano le belve e i mostri: l’inferno dello psichismo, che è anche riserva di energia da ordinare”. Cfr L. Luzzatto e Renata Pompas, Il significato dei colori nelle civiltà antiche, Bompiani, Milano, 2005, 2^ edizione Tascabili, pag. 66.
[14] “Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?»” (Mt 8, vv. 24-27).
[15] “Il Signore Dio fece per Adamo e sua moglie delle tuniche di pelle e li rivestì” (Gn 3, 21).
[16] “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn 1, 2).
[17] La parola iconoclastia viene dal greco è significa “distruzione delle immagini”. L’iconoclastia afflisse la Chiesa dal 726 all’ 842 d.C. Riprese vigore col Protestantesimo nel XVI secolo.
[18] Per latria si intende il culto di adorazione dovuto solo a Dio. L’etimo deriva dal greco latreia, servitù, che deriva da latris, servo; la dulia è il culto reso ai santi, in quanto servi di Dio, mentre quello dovuto alla Madonna è di iperdulia. Infine, l’idolatria è l’adorazione di false divinità. Cfr Antonio Rosario Mennonna, Piccolo glossario del Cristianesimo, Edizioni Dehoniane, Roma, 2^ Edizione, gennaio 1992.
[19] Gregorio I o Gregorio Magno (540 – 12 marzo 604) fu papa della Chiesa cattolica dal 3 settembre 590 alla sua morte.
[20] Es 36, 1
[21] Es 25, 18-20
[22] Es 37, 35
[23] L’errore da evitare è di rivolgersi al santo non in qualità di intermediario, di intercessore, ma di “elargitore autonomo” di grazie e favori.
[24] Enkomia dell'Orthós del Santo e Grande Sabato.
Proseguendo nel cammino all’interno del tempio, mi imbatto nella recente (2006) e stupenda icona[1] del Battesimo di Gesù, che sormonta il fonte battesimale del 1904, dono del can. Giuseppe Pellegrini, e collocata nell’omonima cappella. In realtà più che di una icona sarebbe corretto parlare di un dipinto che si rifà o si ispira al codice iconografico classico. E’ anch’essa opera del pittore Gaetano Valerio, che pare sia stato ispirato da Dio, il quale, anzi, secondo la tradizione, ne è il vero artefice. Si credeva infatti che Dio stesso esprimesse la sua perfezione attraverso l’iconografo[2]. Una breve digressione. Mi sovviene il dipinto “San Matteo e l’Angelo” del Caravaggio (1602), che si può ammirare a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Ve ne furono due versioni, in realtà. In entrambe compare l’angelo ispiratore, il quale nella prima versione, quella che fu respinta perché non ortodossa e che andò distrutta negli eventi bellici del 1945 a Berlino, guida materialmente la mano di San Matteo nella stesura del vangelo, mentre nella seconda versione, quella accettata in quanto rispondente alle idee più canoniche circa la rappresentazione di un santo o di un angelo, gli parla dall’alto[3]. L’idea dominante è anche qui quella dell’intervento divino, come se Dio stesso fosse l’artefice dei vangeli, colui che realmente li detta attraverso uno dei suoi angeli. San Matteo quindi è solo un amanuense, l’autore dei testi è il Signore. Un parallelismo che, al di là del valore non comparabile delle due opere, evidenzia in ogni caso quanto pregnante e radicata sia l’idea che ad ispirare certe opere sia Dio, e che l’artista non sia che il mero esecutore dei deliberati divini, seppure con l’apporto determinante della propria sensibilità e la propria tecnica[4].
Per altro verso l’iconografia presupponeva non soltanto una notevole preparazione tecnica, ma anche spirituale da parte dell’artista. Il pittore si preparava adeguatamente per creare l’opera iconografica proprio perché egli diveniva la mano di Dio, con la sua arte entrava in stretto, intimo contatto con la divinità, e ciò richiedeva una profonda e generale catarsi, una generale purificazione mentale, spirituale e fisica.
Prima di addentrarci nel significato evangelico e di fede dell’icona o “festa” del Battesimo di Gesù, ricordiamo brevemente come si perveniva all’icona. Ne emergerà anche l’estrema perizia del suo autore, che si è attenuto a quanto stabilito in proposito dal Concilio in Trullo[5] nonché ai principali dettami della ortodossia iconografica. L’icona era dipinta su tavolette di legno (tiglio, larice o abete). La parte interna della tavola era scavata e chiamata tecnicamente KOVČEG[6] o più comunemente arca. Su questa tavola veniva poi applicata una tela di lino, che voleva ricordare il telo della Veronica, e su di essa si applicavano diversi strati, almeno sette, di LEVKAS[7], che serviva a creare il fondo dell’icona ed era composto dal bianco di Medon mescolato alla colla di coniglio. Sulla superficie che veniva così a crearsi si cominciava a tratteggiare il disegno. Si partiva con uno schizzo della rappresentazione, quindi si passava alla fase della pittura. S’iniziava con la doratura di tutti i particolari (bordi dell’icona, pieghe dei vestiti, sfondo e corone o nimbi), quindi si passava a dipingere i vestiti, gli edifici e il paesaggio. L’effetto tridimensionale dell’icona si otteneva partendo da un fondo scuro che si andava a schiarire in varie fasi fino a raggiungere il bianco che veniva dato solo nei tratti più in rilievo del volto, come zigomi, naso, fronte. Questo procedimento che parte dallo scuro per giungere fino al chiaro prende spunto da quanto Dio operò nella creazione: la luce di Dio irrompe nel caos e, via via che la luce sorge e si diffonde nel creato, si delineano le forme di tutte le cose[8]. La vernice rossa era disposta in uno strato sottile attorno alle labbra, sulle guance e sulla punta del naso. Con una vernice marrone chiara erano dipinti gli occhi, le ciglia ed eventualmente i baffi o la barba. Quanto poi all’espressione del soggetto religioso ritratto, lo sguardo delle icone è ricercato, volto a suscitare inquietudine, riflessione, ricerca di un dialogo con l’aldilà. È una finestra aperta su Dio. Ma essa suscita anche speranza, trattandosi di sguardi provenienti dall’eternità.
Per tali ragioni non si pensi che l’icona sia assimilabile ad un quadro o ad un dipinto qualsiasi. L’icona parla di eternità, parla di Dio, e può essere compresa soltanto da chi conosce le Sacre Scritture, da chi si pone in un’ottica di fede o spirituale per cui Dio è “il giudice ed il supremo occhio che osserva e al quale nulla sfugge”. Non sarebbe quindi corretto parlare di semplice rappresentazione artistica, ricca come essa è di significati simbolici. In tale contesto, ad esempio, i colori hanno una grandissima importanza per la comprensione dell’icona. I colori fondamentali sono quattro. Il blu è il colore della trascendenza, mentre il rosso è il simbolo dell’umano e del sangue sparso dai martiri. Il verde simboleggia la natura, la fertilità o l’abbondanza. Il giallo è, infine, il colore della conoscenza e della sapienza. Quando assume la sfumatura di giallo oro è simbolo della luce divina, della verità. Il marrone non è un colore primario, ma derivato (formato dal rosso e dal verde), e designa ciò che appartiene alla terra e nella sua natura più umile e povero. Anche le lettere dipinte sull’icona assumono un particolare valore: le icone del Cristo presentano sempre la dicitura “IC XC” (forma greca abbreviata di Gesù Cristo) e anche “O ΩN” ("colui che è"; il simbolo è generalmente inserito nel nimbo[9]). La Vergine Maria invece presenta la dicitura “MP OY” (forma greca abbreviata di Madre di Dio); vicino al suo nome possono comparire altre diciture, come ad esempio “Onnipotente”, “Datore di Vita”, “Vergine Madre”.
E veniamo più nel dettaglio alla nostra icona del Battesimo di Gesù. Notiamo, sul lato destro, tre angeli in vesti di colore marrone, i quali reggono un drappo blu che nasconde le loro mani. Il nascondimento delle mani indica una impossibilità o una proibizione, un divieto. Ad essi difatti è precluso toccare la divinità. La loro fisionomia è oblunga come lo sono quelle del Cristo nel fiume Giordano, al centro della scena, e di Giovanni il Battista, sul versante sinistro. Tale raffigurazione ne vuole enfatizzare la natura spirituale[10]. Si tratta di figure esili ed affusolate, prive d’ogni contenuto o elemento corporeo o materiale, quasi diafane. Sono figure che si allungano, si proiettano verso l’alto, il cielo, sede della divinità. Anche questa scelta è in linea con la ortodossia iconografica. Nelle icone i volti dei santi sono chiamati lichi, cioè volti che si trovano fuori dal tempo e dallo spazio, che hanno abbandonato il mondo delle passioni terrene, eternati dalla pittura iconografica. Pur essendo trascinati e coinvolti in questa dimensione spirituale ed eterea, tuttavia mantengono la loro dimensione umana: restano uomini e in qualità d’essere umani mantengono l’immagine di Dio sul loro volto. I tre angeli hanno sembianze umane. Sono puri spiriti, e come tali sarebbero non rappresentabili. Di qui l’attribuzione della sembianza antropomorfa che intende dare una pallida idea di ciò che appartiene alle realtà invisibili e non rappresentabili, con un aggancio probabile ed intuitivo alla Sacra Scrittura dove, a proposito dell’uomo, si dice che fu creato di poco inferiore alle creature angeliche[11]. Questo scarto minimale fra l’uomo e le creature angeliche autorizzerebbe la loro rappresentazione antropomorfa.
Il Cristo quindi si fa uomo e riceve nel fiume Giordano il battesimo da Giovanni il Battista, il precursore. Gesù entra nudo nelle acque, che rappresentano il peccato e la morte, mentre il fiume rappresenta il lento scorrere della vita. Cristo entra nella storia fatta di morte e peccato per uscirne vittorioso dopo il battesimo. Egli, entrando nelle acque, le benedice e queste diventano sante e fonte di vita perché tale è Gesù, il Santo di Dio e datore di vita. E’ importante notare la posizione della mano benedicente del Cristo che indica che egli è sia uomo-Dio (questo il senso dell’unione dell’ indice e del medio), sia una delle tre persone della Santissima Trinità (questo il senso delle altre tre dita: pollice, anulare e mignolo, che si toccano alle punte).
Come per altro verso scrive Micaela Soranzo, “senz’acqua non esiste vita. Nella tradizione ebraica e cristiana l’acqua è legata all’origine della creazione: è la sostanza-madre dalla quale venne creato il mondo, ma, per la sua mancanza di forma, è anche immagine del caos, delle condizioni esistenti prima della creazione del mondo. Prima che fosse creata la luce «le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gen 1,2). L’acqua può essere creativa o distruttiva, sorgente di vita o di morte: tutto l’Antico Testamento esalta il segno di benedizione dell’acqua, poiché «un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino» (Gen 2,10) e il Signore ha fondato la terra sui mari «e sui fiumi l’ha stabilita» (Sal 24,2), anche se constata la sua forza distruttiva nel diluvio e nel passaggio del Mar Rosso”[12]. In un certo senso Gesù, entrando nelle acque, completa l’opera di benedizione e di pacificazione universale del Padre. Il caos è vinto una volta per tutte, le acque si placano. In una prospettiva psicologica e del profondo, il mare si collega alla vita, al cambiamento, a fenomeni di mutazione[13], e con la fede nel Cristo anche il mare magnum dell’inconscio, con le sue acque talvolta torbide ed agitate, scure ed angoscianti, è rasserenato. Agile e non eludibile il riferimento all’episodio della tempesta sedata che può leggersi nel vangelo di Matteo[14].
Tutti i personaggi hanno la testa contornata dal nimbo. Il nimbo, come ho accennato, indica la presenza di Dio nella vita di tutti gli esseri, sia terrestri che celesti. E’ Dio che sorregge la vita. Il nimbo del Cristo è crociato per indicare di quale morte morirà. In questa croce ci sono le scritte Ό ΏΝ, che significano “io sono colui che sono”, nome con cui Dio si manifestò a Mosè sul monte Sinai. Alla destra di Cristo c’è Giovanni il Battista, che è l’unico personaggio a cui è concesso di toccare Gesù. Egli è vestito di pelli di cammello e simboleggia l’uomo vecchio, Adamo, che Cristo, l’uomo nuovo, è venuto a riscattare[15]. La scritta ΙС ХС (Gesù Cristo) è posta sopra le acque, vi aleggia come aleggiò lo spirito del Creatore sulle acque all’origine dei tempi [16].
La natura è arida e brulla, e ciò sta ad indicare la condizione di peccato in cui versa l’umanità. Le montagne poi hanno un significato particolare. Sono quattro, distinguibili solo nella parte alta, mentre alla base sono unite e compatte. Su questa base poggiano i personaggi. Le cime rappresentano i quattro evangelisti; sulla loro testimonianza poggiano i misteri principali della fede cristiana. Se si osserva il movimento delle punte delle montagne, si nota che tre di esse, quelle poste a destra, puntano al cielo, mentre una quarta, quella a sinistra, è ricurva e sembra piegare verso l'emisfero blu, colore che, come si è detto, rappresenta la divinità. Questa montagna ricurva rappresenta il quarto evangelista, Giovanni, che, come dice Clemente d'Alessandria, "vedendo che nei Vangeli degli altri erano narrate piuttosto le cose che riguardavano la parte umana di Cristo, per impulso divino, a richiesta dei suoi discepoli, ultimo di tutti, scrisse un Vangelo spirituale". Questa montagna, quindi, traccia una linea ideale che si protende verso l'alto e conduce a Cristo, e sta a significare che Giovanni evangelista tende a Dio nella sommità e in basso è di sostegno al Battista, il quale con il suo gesto riconduce lo sguardo alla persona del Cristo.
Tuttavia, a ben vedere, nel dipinto è presente tutta la SS. Trinità. La presenza del Padre è simboleggiata dalla nube posta in alto, da cui promana un fascio di luce, mentre una colomba indica la presenza dello Spirito Santo. Le lettere greche che compaiono accanto alla figura di Giovanni significano “Giovanni Battista precursore”, mentre l’espressione collocata in alto, HBAП TIGIG, vorrebbe dire “Battesimo di Gesù”.
L’opera di Gaetano Valerio può dirsi un compendio di teologia che si offre alla vista del visitatore, invogliato a soffermarsi sui particolari per scoprirne il messaggio di fede e di speranza. E per inclinare alla preghiera, quel movimento essenziale dell’anima che si volge al Padre come al sole della vita, e che è facilitato dalle immagini sacre. Queste aiutano la fede senza mai sostituirsi ad essa o esserne una pericolosa scorciatoia o deviazione. Se così fosse dovremmo dare ragione, seppure postuma, alle eresie iconoclastiche[17], mentre siamo nel campo della latria e della dulia, non dell’idolatria[18], quando ci serviamo delle immagini sacre scolpite o raffigurate.
Valgano in questa sede alcune considerazioni di ordine teologico di cui sono in parte debitore all’apologeta Giampaolo Barra. Ma prima un po’ di storia. Nel 730 Leone III Isaurico, imperatore d’Oriente, si intromette nelle questioni ecclesiastiche, essendoci state in Oriente degli episodi di fanatismo nella venerazione delle immagini sacre, e vieta il culto delle icone e delle immagini, diffuso in tutto l’orbe cristiano. Egli ordina la distruzione di un’immagine del Cristo assai venerata. La proibizione dà la stura alla distruzione feroce di stupende opere d’arte. Germano, patriarca di Costantinopoli, gli si oppone, ma viene destituito ed i difensori delle immagini sacre duramente perseguitati. La persecuzione durerà anche dopo Leone III. Nel 787 il Concilio di Nicea finalmente sancì l’assoluta liceità di rappresentare con immagini le figure di Gesù, di Maria, degli angeli e dei santi, in quanto la contemplazione di esse invita il fedele ad imitare i personaggi rappresentati. Imitazione, ma non solo. Esse servono anche ad abbellire i luoghi di culto e ad approfondire la conoscenza degli episodi biblici. Come affermò Gregorio Magno[19], “la pittura può servire all’analfabeta quanto la scrittura a chi sa leggere”. Nel XVI secolo l’iconoclastia riprese impulso. Furono soprattutto i calvinisti a distinguersi nella distruzione di molte statue e di molte immagini nelle chiese che occuparono dopo lo strappo con la Chiesa romana. A fianco del mondo protestante, anche la setta dei Testimoni di Geova è contraria alla venerazione delle immagini.
Tale contrarietà si fonda su una lettura errata della Bibbia. I versetti 2, 3 e 4 del capitolo 20 del libro dell’Esodo sono quelli sub judice: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.” Ad una lettura superficiale, il divieto parrebbe esistere. Ma così non è perché soccorre il versetto 5, che spiega la ragione di quel divieto: “Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai.” Dio quindi non proibisce l’uso delle immagini sacre in quanto tali, ma l’idolatria, cioè la sostituzione di Dio con un idolo e la sua adorazione. Ma soccorrono altri passi. Sempre nel libro dell’Esodo si legge che Mosé convocò tutti gli uomini di ingegno perché eseguissero i lavori della costruzione del santuario, facendo ogni cosa secondo i voleri del Signore[20], consistenti nell’adornare con statue ed immagini l’Arca dell’Alleanza. Esplicita fu la richiesta di Dio di fare due cherubini d’oro. Egli impartì espresse disposizioni sul modo come lavorarli e sulla loro disposizione[21]. Ancora, Bezaleel, uno degli artisti convocati da Mosé, “fece il velo di porpora viola e di porpora rossa, di scarlatto e di bisso ritorto. Lo fece con figure di cherubini, lavoro di disegnatore”.[22] E finanche troppo agevole concludere che il Signore non aborre né le statue né i disegni, purché siano “funzionali” al suo culto, cioè al culto dell’unico vero Dio, e non siano piegate o dirette all’idolatria. Altri esempi possono estrapolarsi dalla Bibbia ed altri ancora dalla storia delle prime comunità cristiane. Ad esempio, lo scrittore Tertulliano nel De Pudicitia ci parla delle immagini del Buon Pastore con cui i primi cristiani adornavano i calici, mentre lo storico Eusebio di Cesarea nell’Historia Ecclesiastica dice di aver visto coi propri occhi le immagini dipinte di Gesù e dei Santi apostoli Pietro e Paolo. Per quanto attiene al culto dei santi, la stessa Bibbia e la storia della chiesa primitiva ci autorizzano a sostenere che la loro venerazione è gradita a Dio, non è contraria all’insegnamento della Bibbia e in sintonia con quello che i cristiani hanno sempre fatto.
Per venire a tempi più recenti, Giovanni Paolo II chiese ai Vescovi di tutto il mondo di “mantenere fermamente l’uso di proporre nelle Chiese alla venerazione dei fedeli le immagini sacre”. Questo perché il fedele deve essere aiutato nella preghiera e nella vita spirituale con la visione di opere che cercano di esprimere il mistero senza occultarlo. Per il predecessore di Benedetti XVI, “la scoperta dell’icona cristiana aiuterà anche a far prendere coscienza dell’urgenza di reagire contro gli effetti spersonalizzanti, e talvolta degradanti, delle molteplici immagini che condizionano la nostra vita nella pubblicità e nei mass-media”. Sono parole che confortano l’impegno costante di don Vincenzo Pellegrini a voler conservare il patrimonio ereditato e nel contempo a dotare il tempio di opere significative ai fini spirituali, volte a favorire l’espressione del culto che si deve a Dio ed ai suoi santi che, in ultima analisi, si risolve sempre in un atto di culto a Colui che è la sorgente sempre viva e zampillante della Santità[23]. Trovo ad abundantiam che la sua dedizione sia perfettamente conforme ai dettami della Chiesa in materia di arte sacra.
Ne fornisco qualche riscontro documentale, con un incipit “laico” dello scrittore Hermann Hesse, che nel suo libro “Peter Camenzind” così scrive: “L’arte di tutti i tempi si sforza di dare espressioni al muto desiderio del divino che è in noi”. È un efficace proemio a quanto segue, una straordinaria sintesi. Ad esempio, la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa in un documento del 15 ottobre 1992 intitolato “La formazione dei futuri presbiteri all’attenzione verso i beni culturali della Chiesa” ed indirizzato ai vescovi diocesani, pose l’accento sulla “promozione, la custodia e la valorizzazione delle più alte espressioni dello spirito umano in campo artistico e storico”. La Chiesa, si legge fra l’altro nel documento, “ha infatti annunciato il Vangelo e perfezionato il culto divino in molteplici modi attraverso le arti letterarie, figurative, musicali, architettoniche; nonché attraverso la conservazione di memorie storiche e di preziosi documenti della vita e della riflessione dei credenti. Il messaggio della salvezza si è comunicato, e ancora oggi si comunica, pure attraverso tali mezzi a intere moltitudini di credenti e non credenti”. In un contesto storico caratterizzato da grossolanità e volgarità, come pure dalla immanenza e dal fallimento della cultura dell’effimero, “sono molti, e sempre più numerosi, le donne e gli uomini che si fanno sensibili al valore umanizzante delle espressioni culturali e artistiche. Cresce di conseguenza la convinzione che è importante, per il futuro dell'umanità, por mano alla loro retta conservazione, alla difesa dalla dispersione e dalla strumentalizzazione (che derivano da un loro uso orientato solo a fini economici), alla loro valorizzazione come veicoli di senso e di valore per la vita umana”. La stessa preghiera comunitaria ed individuale dei futuri presbiteri, prosegue il documento, deve farsi spazio estetico, nel senso che essi devono essere educati alla preghiera “in modo da lasciare spazio anche alle dimensioni della sensibilità, dell'immaginazione, della contemplazione estetica. Quest'ultima, se ben inserita nell'esperienza della grazia e nell'accoglienza dello Spirito, non è per nulla distraente o evasiva; al contrario è veicolo di una sempre più profonda celebrazione delle “grandi opere del Signore” ”. Per venire a tempi a noi più vicini, si ricordi quanto Papa Giovanni Paolo II scrisse nella lettera apostolica Spiritus et Sponsa (4 dicembre 2003) nel quarantesimo anniversario della Costituzione Sacrosantum Concilium sulla Sacra Liturgia: “Un altro tema fecondo di sviluppi, affrontato dalla Costituzione conciliare, è quello concernente l'arte sacra. Il Concilio offre chiare indicazioni affinché essa continui ad avere, anche ai giorni nostri, un notevole spazio, sicché il culto possa risplendere anche per il decoro e la bellezza dell'arte liturgica”. Ciò perché l’arte, e in particolare l’arte sacra, è riflesso dell’infinita bellezza di Dio che l’uomo deve in qualche modo esprimere attraverso le sue opere. Bellezza e bene sono in rapporto osmotico. In una lettera agli artisti (4 aprile 1999), ancora Giovanni Paolo II osservava che “il rapporto tra buono e bello suscita riflessioni stimolanti. La bellezza è in un certo senso l'espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza. Lo avevano ben capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: “kalokagathía”, ossia « bellezza-bontà ». Platone scrive al riguardo: “La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello” ”.
Don Vincenzo ha quindi compreso che l’espressione artistica è un modo eccellente, oserei dire moderno o sempre attuale, per inserirsi nel vivo dei contenuti della nostra fede, in quanto la bellezza rimanda al buono, ed il buono al vero. È il circuito virtuoso dello spirito che prende le mosse da una qualificazione del Cristo, che la spiritualità orientale presenta come “il Bellissimo di bellezza più di tutti i mortali”[24]. Del resto egli, che ha vissuto appieno l’atmosfera del Concilio Vaticano II, di certo conserva vivida memoria dell’appello che i Padri Conciliari rivolsero agli artisti in conclusione del Concilio: “Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza, per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell'ammirazione“.
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[1] Il termine icona deriva dal greco "eikon", che può essere tradotto con “immagine”. È l’espressione visiva del messaggio cristiano, affermato nel vangelo con le parole. Si tratta di una creazione bizantina del V secolo. L’occasione fu offerta dal ritratto della "Vergine odighitria" attribuito dalla tradizione all’evangelista San Luca. Quando nel 1453 crollò l’Impero Romano d’Oriente, i popoli balcanici contribuirono ad incrementare sia la produzione sia la diffusione di queste raffigurazioni sacre.
[2] Ciò spiega perché l’icona non riporta il nome dell’iconografo, cioè di colui del quale Dio stesso si è servito. Il dipinto iconografico del SS. Redentore invece riporta il nome del suo autore in basso a sinistra.
[3] A Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, “era stato ordinato un quadro di San Matteo per l’altare di una chiesa romana: il santo doveva essere rappresentato nell’atto di scrivere il Vangelo, e per mostrare che i Vangeli erano la parola divina doveva essergli posto vicino l’angelo ispiratore. Il Caravaggio, un giovane artista altamente creativo e intransigente, cercò di raffigurarsi la scena di un vecchio e povero operaio, un semplice pubblicano, improvvisamente alle prese con un libro da scrivere. Così dipinse San Matteo calvo, con i piedi nudi e polverosi, che afferra goffamente il grosso volume e aggrotta ansiosamente la fronte nell’insolito sforzo della scrittura. Al suo fianco dipinse un angelo adolescente, che sembra appena giunto dall’alto e che dolcemente gli guida la mano come può fare un maestro con il bambino. Quando il Caravaggio consegnò il quadro alla chiesa sul cui altare doveva essere appeso, suscitò scandalo per questa presunta mancanza di rispetto. Il dipinto non fu accettato e il Caravaggio dovette ricominciare da capo. Non volendo però correre ulteriori rischi, si attenne rigorosamente alle idee più convenzionali circa l’aspetto di un angelo o di un santo.” Ernst H. Gombrich, La storia dell’arte, Mondadori Electa Spa, Ristampa italiana 2002, Milano, pag. 31.
[4] Tuttavia va detto che la seconda versione, quella accettata, è più aderente all'idea cristiana di ispirazione, per cui l’autore sacro è solo ispirato da Dio e mantiene salve le sue facoltà di vero autore del testo sacro, tant’è che è possibile affermare che Dio e l'uomo sono coautori del testo biblico.
[5] Il Quinisext Concilio o Concilio in Trullo si tenne a Costantinopoli nel 692. Si affermò la centralità della figura umana del Cristo, che in ambito iconografico venne storicizzata allo stesso modo dei santi (ai quali si associa l’espressione di rappresentazione antropomorfica), vietandone nel contempo le raffigurazioni allegoriche non antropomorfe quali l'agnello, il pesce e la colomba.
[6] Il termine nel linguaggio biblico indica l’arca dell’alleanza.
[7] Il termine deriva dal greco leukos e significa bianco.
[8] “In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno” (Gn. 1, 1-5).
[9] La parola nimbo deriva dal latino nimbus, che significa “nuvola”. Altra cosa è l’aureola, che è il cerchio di luce che avvolge la testa di un santo, di un angelo o di Gesù. Il nimbo è invece il disco dorato che avvolge il capo di costoro. L'aureola non può essere usata per i personaggi ancora viventi o che non sono ancora stati canonizzati dalla Chiesa. In alcuni dipinti, persone viventi in fama di santità sono ritratte con un'aureola quadrata. A volte il diavolo viene rappresentato con un'aureola nera, e così pure Giuda Iscariota.
[10] Mi sovviene – ma siamo su un piano prosaico – la distinzione degli uomini in due categorie tracciata dallo scrittore russo Nikolaj Gogol’ nel suo romanzo “Anime Morte”. Egli li distingue nei sottili e nei grassi o “non troppo grassi, ma neppure magri.” I primi sono esseri volteggianti, leggeri, aerei, mentre i secondi sono stabili e certi, più radicati nelle cose terrene. Come si vede, alle figure snelle o sottili è più agevole associare qualità spirituali.
[11] “Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato [...]” (Sal 8, 4-6).
[12] Micaela Soranzo, Simbolismo dell’acqua e oggetti collegati, su Vita Pastorale, n. 3, marzo 2007.
[13] “Mi è stato dato di vedere numerosi sogni di immersione totale nell’acqua e, a quanto ho potuto notare, essi corrispondono sempre ad un momento di possibile, radicale trasformazione dell’individuo. Non mi riferisco, ovviamente, ad immagini di lavacri in una vasca da bagno, o simili: sogni che possono anche essere importanti, ma solo a livello di purificazione, di pulizia da qualche cosa - ma certamente non di più. Parlo, invece, di sogni di immersione nel mare, in una sorgente, nell’acqua viva. Si tratta qui di un segno che è contemporaneamente un evento, una realtà dello spirito in cammino”. È ciò che scrive Mirjam Viterbi Ben Horin, psicoanalista junghiana, che si è dedicata in modo particolare allo studio dell’inconscio collettivo ebraico. Il passo in cui mi sono imbattuto mentre navigavo in Internet, è estrapolato da un capitolo del testo Il Sogno di Giacobbe, Edizioni Borla, Roma, 1993. Lia Luzzatto e Renata Pompas, nel loro interessante saggio intitolato “Il significato dei colori nelle civiltà antiche”, scrivono che il colore nero “connota la parte più celata dell’anima, quella che Jung chiama “ombra”, l’aspetto notturno della psiche”, l’inconscio dove, con le parole di Jung, “si agitano le belve e i mostri: l’inferno dello psichismo, che è anche riserva di energia da ordinare”. Cfr L. Luzzatto e Renata Pompas, Il significato dei colori nelle civiltà antiche, Bompiani, Milano, 2005, 2^ edizione Tascabili, pag. 66.
[14] “Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?»” (Mt 8, vv. 24-27).
[15] “Il Signore Dio fece per Adamo e sua moglie delle tuniche di pelle e li rivestì” (Gn 3, 21).
[16] “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn 1, 2).
[17] La parola iconoclastia viene dal greco è significa “distruzione delle immagini”. L’iconoclastia afflisse la Chiesa dal 726 all’ 842 d.C. Riprese vigore col Protestantesimo nel XVI secolo.
[18] Per latria si intende il culto di adorazione dovuto solo a Dio. L’etimo deriva dal greco latreia, servitù, che deriva da latris, servo; la dulia è il culto reso ai santi, in quanto servi di Dio, mentre quello dovuto alla Madonna è di iperdulia. Infine, l’idolatria è l’adorazione di false divinità. Cfr Antonio Rosario Mennonna, Piccolo glossario del Cristianesimo, Edizioni Dehoniane, Roma, 2^ Edizione, gennaio 1992.
[19] Gregorio I o Gregorio Magno (540 – 12 marzo 604) fu papa della Chiesa cattolica dal 3 settembre 590 alla sua morte.
[20] Es 36, 1
[21] Es 25, 18-20
[22] Es 37, 35
[23] L’errore da evitare è di rivolgersi al santo non in qualità di intermediario, di intercessore, ma di “elargitore autonomo” di grazie e favori.
[24] Enkomia dell'Orthós del Santo e Grande Sabato.

"You will make great progress with your writing in this lifetime. I am assured of that. Whatever God bestows upon us as gifts, He desires for us to use fully and completely . . . your words and your ability to express thoughts with those words so eloquently upon the paper are God's hands at work through you. They will take you very far in this life. You have already changed lives, hearts and peoples' thoughts with yours. All my love, C."...
Thanks a lot for these thoughts...We all are in His hands...
lunedì 19 ottobre 2009
Viaggio spirituale (cap. 3)

3. Primi passi all’interno del tempio
Varcata la soglia del tempio si è abbacinati dall'immagine del Cristo Redentore, l'opera musiva absidale composta di oltre 750.000 tessere realizzata nel 1992 dalla Mosaic Art di Domenico Colledani di Milano su disegni di Gaetano Valerio di Cassano Murge. Il mosaico attrae, colpisce, suggerisce percorsi spirituali, impennate di fede, ma di esso parlerò in seguito.
La chiesa ospita numerose statue di Santi. Uno sguardo ad esse, non meramente legato alla loro fattura ed all’estetica, si impone. Ad esse si collegano antiche quanto feconde devozioni popolari.
Le prime che incontro sono quelle di S. Giovanna D'Arco e di S. Ciro[1]. Traiamone una breve riflessione a beneficio dello spirito e dell'azione, in quanto ogni bagliore spirituale deve poter illuminare il nostro mondo interiore ed influire sulla sfera delle nostre azioni. Nell'uomo non può esserci separazione fra interno ed esterno. Inevitabilmente la sfera interiore si riflette su quella esteriore, i nostri volti narrano le nostre peripezie, dicono della nostra pace interiore o dei nostri conflitti non sanati, e mentre la nostra quiete interiore si fa benevolenza e mansuetudine, apertura sul mondo ed amore verso l'altro, i nostri conflitti si traducono spesso in latitanze o in dolorose ed esacerbanti diatribe. È profondamente vero che le grandi guerre cominciano nel fondo del cuore d'ognuno, quel cuore che, sede dei sentimenti per il popolo ebraico, soltanto Dio può mutare in un cuore di carne, mite ed umile, accogliente ed amorevole. La pace nasce dentro, e anche se una legislazione la imponesse, essa non potrebbe raggiungersi che a condizione di viverla dentro di sé, nel proprio cuore. La pace come la dà il mondo non è la pace come la dà il Cristo. La prima è fragile ed esposta, sotto il profilo politico, alle distorsioni del pacifismo che, essendo una pace ideologica, non può condurre alla vera pace. È una pace senza chiesa, per cui non ha le sue radici in alto, nei cieli, da dove proviene la parola liberante. Nella sua versione materialista, è stordimento da consumo di cose, è droga, è l'appagamento del rapporto 1'erotico. Dura poco, è effimera, e verte sul soddisfacimento dei propri bisogni e delle proprie pulsioni. In questo contesto marcato a fuoco dal materialismo e dal relativismo, l'altro non assurge alla dignità di prossimo, è strumento, utensile, non fine. La seconda, la pace del Cristo, è invece definitiva perché prescinde dalle cose e si fonda sulla roccia dello Spirito che è vita e dà la vita. Noi non saremmo senza il soffio dello Spirito. Ma la pace deve includere la gioia. Se vi è pace vera, vi è anche gioia, ed è per questa ragione che la presenza della pace si misura col metro della gioia. Se non vi è molta gioia in giro e sono in vertiginoso aumento i casi di violenza pubblici e privati, è perché non ci rivolgiamo al Cristo ed alla sua pace.
Ma andiamo a Giovanna d’Arco. La Pulzella d'Orlèans fu condannata dalla scienza teologica del tempo perché ritenuta eretica. Il connubio micidiale fra cultura teologica dell'epoca (francese) e politica (il dominio inglese) la condannò al rogo. Era il 30 maggio 1431. Sarebbe stata riabilitata anni dopo l'atroce morte, nel 1450, e proclamata santa da Benedetto XV nel 1920. Come non riflettere su certa teologia che perde di vista la centralità del messaggio cristiano e che, talvolta e per finalità di potere mondano, civetta con la politica? L'infausta commistione fra gli interessi politici e la cura spirituale mina alle basi la vitalità e la freschezza del messaggio evangelico, la cui cifra peculiare sta nella sua assoluta gratuità, nella sua universalità, nell’essere assolutamente refrattario alle lusinghe del potere, che si convertono in favori e privilegi. Il potere ha un prezzo, le sue liturgie prevedono il ricorso alla furbizia e al compromesso deteriore, mentre il messaggio evangelico è dono e grazia.
Esemplare è la vicenda di Ciro, vescovo di Alessandria, martire nel 303. Fu medico anargiro, cioè senza compenso (letteralmente, senza argento), perché prestava le sue cure a tutti, specie ai poveri, senza farsi pagare. Curò non solo i corpi ma anche le anime, e proprio per consolare Atanasia e le sue tre figlie Eudossia, Teodota e Teotiste, catturate dai Romani, si recò col suo seguace Giovanni d’Edessa a Canopo, dove subì le stesse torture inflitte alle quattro donne. Fu decapitato il 31 gennaio.
Da una parte, quindi, estrapoliamo il monito a non mischiare la fede con il potere, dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (Mt 22,21), sulla scia del resto dell'episodio evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto. Quando il diavolo gli offre tutti i regni del mondo con la loro gloria, quindi il potere, Gesù gli risponde: “Vattene, satana. Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” (Mt 4,10). Tre furono le tentazioni, e se il numero tre indica la perfezione o la totalità, è evidente che la terza tentazione fu (ed è) la tentazione "perfetta", quella più subdola ed ostica da vincere, quella che in sé racchiude le prime due, le tentazioni del pane e del prodigio. Il potere dà pane e promette prodigi, cioè cose mirabili sul piano mondano, ed in questo senso esso può dirsi la tentazione per eccellenza, quella che comprende le prime due. Vinta la terza tentazione, solo allora “il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano” (Mt 4,11).
Dall’altra parte c'è la testimonianza di Ciro, un esempio dì gratuità e di testimonianza cristiana, un invito alla carità, che sempre ha a che fare con la persona umana in carne ed ossa. Amando si ottengono vita e pace, per cui se le pratiche di meditazione orientale oggi molto in voga nel mondo occidentale possono avere un effetto rilassante, non possono a stretto rigore considerarsi pratiche spirituali, nel senso che, iniziando e finendo nell’uomo singolarmente inteso, non sono pratiche caritative[2]. In esse si parla di amore universale, di pace, di armonia, ma l’amore universale non ha senso se non soccorre l’altro nelle sue difficoltà particolari, cosicché la pace e l'armonia sono, in quelle discipline filosofiche o meditative, pure astrazioni, vivono più nel mondo delle idee e delle utopie che nella realtà. Con ciò non voglio demonizzarle, ma soltanto evidenziarne i limiti sul piano dell’amore in azione, delle opere, sulle quali saremo giudicati. Alle filosofie della pace ed alle teorie sull'amore, che provengano da est o da ovest, dobbiamo sostituire, contrapporre quasi, ma sempre con mansuetudine e rispetto, la teologia della gioia e dell’amore cristiano, dell’agape, che ha in sé poca teoria e molta pratica.
Prima di incontrare i nostri due Santi, molto venerati nella chiesa del SS. Redentore, vi è una nicchia con una statua di Santa Rita da Cascia. E ci si imbatte in un monito, o meglio in una frase esortativa sul piano spirituale che induce a riflettere. È posta ai piedi di un bel crocefisso: “Questi occhi chiusi guardano ogni pianto”. Tempo fa sono stato a Cascia. Mi recai al cosiddetto “scoglio”, dove Rita andava a pregare. Un luogo romito, impervio, di grande fascino e bellezza, dove tocchi con mano quel tipo di solitudine che è la porta d’accesso alla preghiera del cuore. Uno scoglio posto in alto, che quasi uncina il cielo, contro cui si infrangono le onde del mondo, i suoi clamori, le sue insensatezze. Lo circonda l’invisibile mare dell’eterno in cui Rita amava immergersi. Noi che temiamo la solitudine come i gatti temono l’acqua, e che necessitiamo di chiasso, abbiamo molto da apprendere da questa donna singolare. Una vita tribolata, grandi difficoltà, la morte violenta del marito e quella dei suoi due figli, l’immersione totale nell’amore di Dio, la preghiera nella solitudine di quel luogo, dove in realtà l’anima non è sola ma sperimenta la presenza del Signore. Sgorga dal vangelo il consiglio del Cristo agli oranti: “Tu invece quando preghi, entra nella tua camera, e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6).
Varcata la soglia del tempio si è abbacinati dall'immagine del Cristo Redentore, l'opera musiva absidale composta di oltre 750.000 tessere realizzata nel 1992 dalla Mosaic Art di Domenico Colledani di Milano su disegni di Gaetano Valerio di Cassano Murge. Il mosaico attrae, colpisce, suggerisce percorsi spirituali, impennate di fede, ma di esso parlerò in seguito.
La chiesa ospita numerose statue di Santi. Uno sguardo ad esse, non meramente legato alla loro fattura ed all’estetica, si impone. Ad esse si collegano antiche quanto feconde devozioni popolari.
Le prime che incontro sono quelle di S. Giovanna D'Arco e di S. Ciro[1]. Traiamone una breve riflessione a beneficio dello spirito e dell'azione, in quanto ogni bagliore spirituale deve poter illuminare il nostro mondo interiore ed influire sulla sfera delle nostre azioni. Nell'uomo non può esserci separazione fra interno ed esterno. Inevitabilmente la sfera interiore si riflette su quella esteriore, i nostri volti narrano le nostre peripezie, dicono della nostra pace interiore o dei nostri conflitti non sanati, e mentre la nostra quiete interiore si fa benevolenza e mansuetudine, apertura sul mondo ed amore verso l'altro, i nostri conflitti si traducono spesso in latitanze o in dolorose ed esacerbanti diatribe. È profondamente vero che le grandi guerre cominciano nel fondo del cuore d'ognuno, quel cuore che, sede dei sentimenti per il popolo ebraico, soltanto Dio può mutare in un cuore di carne, mite ed umile, accogliente ed amorevole. La pace nasce dentro, e anche se una legislazione la imponesse, essa non potrebbe raggiungersi che a condizione di viverla dentro di sé, nel proprio cuore. La pace come la dà il mondo non è la pace come la dà il Cristo. La prima è fragile ed esposta, sotto il profilo politico, alle distorsioni del pacifismo che, essendo una pace ideologica, non può condurre alla vera pace. È una pace senza chiesa, per cui non ha le sue radici in alto, nei cieli, da dove proviene la parola liberante. Nella sua versione materialista, è stordimento da consumo di cose, è droga, è l'appagamento del rapporto 1'erotico. Dura poco, è effimera, e verte sul soddisfacimento dei propri bisogni e delle proprie pulsioni. In questo contesto marcato a fuoco dal materialismo e dal relativismo, l'altro non assurge alla dignità di prossimo, è strumento, utensile, non fine. La seconda, la pace del Cristo, è invece definitiva perché prescinde dalle cose e si fonda sulla roccia dello Spirito che è vita e dà la vita. Noi non saremmo senza il soffio dello Spirito. Ma la pace deve includere la gioia. Se vi è pace vera, vi è anche gioia, ed è per questa ragione che la presenza della pace si misura col metro della gioia. Se non vi è molta gioia in giro e sono in vertiginoso aumento i casi di violenza pubblici e privati, è perché non ci rivolgiamo al Cristo ed alla sua pace.
Ma andiamo a Giovanna d’Arco. La Pulzella d'Orlèans fu condannata dalla scienza teologica del tempo perché ritenuta eretica. Il connubio micidiale fra cultura teologica dell'epoca (francese) e politica (il dominio inglese) la condannò al rogo. Era il 30 maggio 1431. Sarebbe stata riabilitata anni dopo l'atroce morte, nel 1450, e proclamata santa da Benedetto XV nel 1920. Come non riflettere su certa teologia che perde di vista la centralità del messaggio cristiano e che, talvolta e per finalità di potere mondano, civetta con la politica? L'infausta commistione fra gli interessi politici e la cura spirituale mina alle basi la vitalità e la freschezza del messaggio evangelico, la cui cifra peculiare sta nella sua assoluta gratuità, nella sua universalità, nell’essere assolutamente refrattario alle lusinghe del potere, che si convertono in favori e privilegi. Il potere ha un prezzo, le sue liturgie prevedono il ricorso alla furbizia e al compromesso deteriore, mentre il messaggio evangelico è dono e grazia.
Esemplare è la vicenda di Ciro, vescovo di Alessandria, martire nel 303. Fu medico anargiro, cioè senza compenso (letteralmente, senza argento), perché prestava le sue cure a tutti, specie ai poveri, senza farsi pagare. Curò non solo i corpi ma anche le anime, e proprio per consolare Atanasia e le sue tre figlie Eudossia, Teodota e Teotiste, catturate dai Romani, si recò col suo seguace Giovanni d’Edessa a Canopo, dove subì le stesse torture inflitte alle quattro donne. Fu decapitato il 31 gennaio.
Da una parte, quindi, estrapoliamo il monito a non mischiare la fede con il potere, dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (Mt 22,21), sulla scia del resto dell'episodio evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto. Quando il diavolo gli offre tutti i regni del mondo con la loro gloria, quindi il potere, Gesù gli risponde: “Vattene, satana. Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” (Mt 4,10). Tre furono le tentazioni, e se il numero tre indica la perfezione o la totalità, è evidente che la terza tentazione fu (ed è) la tentazione "perfetta", quella più subdola ed ostica da vincere, quella che in sé racchiude le prime due, le tentazioni del pane e del prodigio. Il potere dà pane e promette prodigi, cioè cose mirabili sul piano mondano, ed in questo senso esso può dirsi la tentazione per eccellenza, quella che comprende le prime due. Vinta la terza tentazione, solo allora “il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano” (Mt 4,11).
Dall’altra parte c'è la testimonianza di Ciro, un esempio dì gratuità e di testimonianza cristiana, un invito alla carità, che sempre ha a che fare con la persona umana in carne ed ossa. Amando si ottengono vita e pace, per cui se le pratiche di meditazione orientale oggi molto in voga nel mondo occidentale possono avere un effetto rilassante, non possono a stretto rigore considerarsi pratiche spirituali, nel senso che, iniziando e finendo nell’uomo singolarmente inteso, non sono pratiche caritative[2]. In esse si parla di amore universale, di pace, di armonia, ma l’amore universale non ha senso se non soccorre l’altro nelle sue difficoltà particolari, cosicché la pace e l'armonia sono, in quelle discipline filosofiche o meditative, pure astrazioni, vivono più nel mondo delle idee e delle utopie che nella realtà. Con ciò non voglio demonizzarle, ma soltanto evidenziarne i limiti sul piano dell’amore in azione, delle opere, sulle quali saremo giudicati. Alle filosofie della pace ed alle teorie sull'amore, che provengano da est o da ovest, dobbiamo sostituire, contrapporre quasi, ma sempre con mansuetudine e rispetto, la teologia della gioia e dell’amore cristiano, dell’agape, che ha in sé poca teoria e molta pratica.
Prima di incontrare i nostri due Santi, molto venerati nella chiesa del SS. Redentore, vi è una nicchia con una statua di Santa Rita da Cascia. E ci si imbatte in un monito, o meglio in una frase esortativa sul piano spirituale che induce a riflettere. È posta ai piedi di un bel crocefisso: “Questi occhi chiusi guardano ogni pianto”. Tempo fa sono stato a Cascia. Mi recai al cosiddetto “scoglio”, dove Rita andava a pregare. Un luogo romito, impervio, di grande fascino e bellezza, dove tocchi con mano quel tipo di solitudine che è la porta d’accesso alla preghiera del cuore. Uno scoglio posto in alto, che quasi uncina il cielo, contro cui si infrangono le onde del mondo, i suoi clamori, le sue insensatezze. Lo circonda l’invisibile mare dell’eterno in cui Rita amava immergersi. Noi che temiamo la solitudine come i gatti temono l’acqua, e che necessitiamo di chiasso, abbiamo molto da apprendere da questa donna singolare. Una vita tribolata, grandi difficoltà, la morte violenta del marito e quella dei suoi due figli, l’immersione totale nell’amore di Dio, la preghiera nella solitudine di quel luogo, dove in realtà l’anima non è sola ma sperimenta la presenza del Signore. Sgorga dal vangelo il consiglio del Cristo agli oranti: “Tu invece quando preghi, entra nella tua camera, e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6).
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[1] La statua di S. Giovanna d’Arco fu realizzata nel 1940 da Carmelo Bruno, mentre quella di S. Ciro è del 1946, opera dello scultore Giuseppe Stuffleser.
[2] “Al monologo silenzioso dell’asceta indù sulla stuoia si oppone, non meno silenzioso – poiché non è composto di parole – il dialogo di ogni cristiano, dal più umile al più mistico, ansioso di rispondere alle offerte, alle premure del suo Dio. […] Ora se lo hatha-yoga si adatta, senza troppa difficoltà, a questa esigenza fondamentale, non si può dire lo stesso di altri yoga. Del raja-yoga, per esempio, che nella sua essenza sembra essere il ripiegamento assoluto su di sé, cioè lo stato di chi si è staccato da tutto, anche da ogni conoscenza positiva e obiettiva […]. Una simile tendenza, come chiunque può constatare, è incompatibile con l’essenza del cristianesimo e certamente in contraddizione con l’esperienza dei santi.” Tuttavia alcune tecniche delle discipline yogiche possono favorire la pratica della preghiera e della meditazione cristiane, scartando “tutto ciò che porterebbe soltanto al ripiegamento, all’isolamento”. Jean-Marie Déchanet, Yoga per i cristiani, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, decima edizione, 2002, pag. 22 e segg.
[1] La statua di S. Giovanna d’Arco fu realizzata nel 1940 da Carmelo Bruno, mentre quella di S. Ciro è del 1946, opera dello scultore Giuseppe Stuffleser.
[2] “Al monologo silenzioso dell’asceta indù sulla stuoia si oppone, non meno silenzioso – poiché non è composto di parole – il dialogo di ogni cristiano, dal più umile al più mistico, ansioso di rispondere alle offerte, alle premure del suo Dio. […] Ora se lo hatha-yoga si adatta, senza troppa difficoltà, a questa esigenza fondamentale, non si può dire lo stesso di altri yoga. Del raja-yoga, per esempio, che nella sua essenza sembra essere il ripiegamento assoluto su di sé, cioè lo stato di chi si è staccato da tutto, anche da ogni conoscenza positiva e obiettiva […]. Una simile tendenza, come chiunque può constatare, è incompatibile con l’essenza del cristianesimo e certamente in contraddizione con l’esperienza dei santi.” Tuttavia alcune tecniche delle discipline yogiche possono favorire la pratica della preghiera e della meditazione cristiane, scartando “tutto ciò che porterebbe soltanto al ripiegamento, all’isolamento”. Jean-Marie Déchanet, Yoga per i cristiani, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, decima edizione, 2002, pag. 22 e segg.
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martedì 6 ottobre 2009
Recensione apparsa su “La Nuova Città” di Terlizzi, settembre 2009
Biblì-ografia
Percorsi di lettura fra testi, saggi, romanzi di recente pubblicazione
I libri sono messi a disposizione dalla Libreria Biblì, Corso Dante 50, Terlizzi
Questo mese ci occupiamo di un pamphlet di Salvatore Bernocco, “Lettera ad un single”, dedicato a quanti per scelta o necessità sono single. Bernocco descrive alcuni topoi della vita del single, enunciandone i limiti e fornendo consigli e suggerimenti che possano rimediare al superficiale e autoreferenziale individualismo (spesso povero di spiritualità) che la caratterizza. L’autore, estremamente sensibile agli stimoli del pensiero cattolico, lungi dall’assumere posizioni dogmatiche o bigotte, si mostra capace di un confronto col mondo, aperto e capace di ascolto, senza per questo rinunciare al messaggio cristiano, e anzi tentando un avvicinamento tra le esperienze dell’uomo d’oggi e i valori della tradizione cristiana.
La società contemporanea tende a mettere in crisi il modello di famiglia ed esalta un individuo che nella sua schizofrenica mania edonistica si abbandona lascivo al consumo, all’effimero; un omuncolo che idolatra le merci, insegue le marche, osserva i corpi femminili misurandoli con proporzioni auree inestetiche e inutili, ripiega nel banale, sopporta l’ignoranza, trasforma il senso del pudore in orgoglio scollacciato e in questo modo brucia il tempo; e così avanzan irredenti, impenitenti, irriducibili, fuggendo le responsabilità e le relazioni sentimentali serie, sempre fuori orario; si ritrovan quarantenni dal crine brizzolato e non sanno perché. Li troviamo madidi e maleodoranti affaticarsi in palestra, poi correre dall’estetista, non prima d’essersi fatti una lampada. Esiste tuttavia anche un egocentrismo sano, una salubre solitudine; chi coltiva il proprio animo lontano dai clamori e dalle deiezioni del nostro tempo: omne tulit punctum qui miscuit utile dulci. Solitudine rara come una stella alpina su roccia.
E dunque la proposta di Bernocco, si articola nella riscoperta di un rapporto con Dio (il Dio cristiano ovviamente), che senza fingimenti riporti il single sbandato a riscoprir senza ipocrisie la possibilità di una religiosità autentica e di una sincera affettività. Redarguisce i suoi lettori l’autore: “la parola del Cristo è come una lama affilata che si conficca nel punto di intersezione fra lo spirito e il corpo”. E mentre scriviamo il cardinal Angelo Bagnasco, in una lectio magistralis tenuta a Genova sull'ultima enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate dichiara: “Aver sottovalutato l'impatto della famiglia sul piano sociale ed economico riconducendola ad una questione privata, quando non addirittura ad un retaggio culturale del passato, è stata una miopia di cui oggi pagano le conseguenze soprattutto le generazioni più giovani, sempre meno numerose e sempre meno importanti”. Fedele alla linea, ma non troppo, Bernocco si rivolge con pietas e rispetto a singles cattolici e non, incoraggiandoli a esprimer le loro intenzioni più intime, a non temere di mettersi in gioco, a evitare l’esclusione sociale, “a far parlare il cuore”. E come amava dire il giansenista Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce e il cuore, e non la ragione, sente Dio. Questa è la fede» (Blaise Pascal, “Pensieri”, 277-278). “Lettera ad un single” è edito dalla casa editrice LibreriadelSanto.it di Padova, una della prime case editrici cattoliche on-line d'Italia.
Di recente la medesima casa editrice ha pubblicato anche “Sul passo degli ultimi”, testo in cui Salvatore Bernocco prende spunto da alcune affermazioni di Don Tonino Bello intorno alla politica e ne descrive il pensiero: l’impegno di Don Tonino ricorda che separare la realtà umana da Dio, relegandolo nelle sagrestie e nei cenacoli, impedisce di innervare la comunità con l’energia del messaggio evangelico, che incita i fedeli ad agire per il bene comune e a prestare attenzione all’eco di dolore dei derelitti. Don Tonino che citava Croce e La Pira, De Gasperi e Salvemini era espressione di un cattolicesimo dialogante e inclusivo che si misurava con le parole di intellettuali come Pasolini.
A molti politici, cattolici e non, varrebbe la pena di ricordare quanto scrisse Don Milani nella sua lettera ai giudici: «Su una parete della nostra scuola c'è scritto grande “I care”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista ”Me ne frego”».
Nico Marinelli
Biblì-ografia
Percorsi di lettura fra testi, saggi, romanzi di recente pubblicazione
I libri sono messi a disposizione dalla Libreria Biblì, Corso Dante 50, Terlizzi
Questo mese ci occupiamo di un pamphlet di Salvatore Bernocco, “Lettera ad un single”, dedicato a quanti per scelta o necessità sono single. Bernocco descrive alcuni topoi della vita del single, enunciandone i limiti e fornendo consigli e suggerimenti che possano rimediare al superficiale e autoreferenziale individualismo (spesso povero di spiritualità) che la caratterizza. L’autore, estremamente sensibile agli stimoli del pensiero cattolico, lungi dall’assumere posizioni dogmatiche o bigotte, si mostra capace di un confronto col mondo, aperto e capace di ascolto, senza per questo rinunciare al messaggio cristiano, e anzi tentando un avvicinamento tra le esperienze dell’uomo d’oggi e i valori della tradizione cristiana.
La società contemporanea tende a mettere in crisi il modello di famiglia ed esalta un individuo che nella sua schizofrenica mania edonistica si abbandona lascivo al consumo, all’effimero; un omuncolo che idolatra le merci, insegue le marche, osserva i corpi femminili misurandoli con proporzioni auree inestetiche e inutili, ripiega nel banale, sopporta l’ignoranza, trasforma il senso del pudore in orgoglio scollacciato e in questo modo brucia il tempo; e così avanzan irredenti, impenitenti, irriducibili, fuggendo le responsabilità e le relazioni sentimentali serie, sempre fuori orario; si ritrovan quarantenni dal crine brizzolato e non sanno perché. Li troviamo madidi e maleodoranti affaticarsi in palestra, poi correre dall’estetista, non prima d’essersi fatti una lampada. Esiste tuttavia anche un egocentrismo sano, una salubre solitudine; chi coltiva il proprio animo lontano dai clamori e dalle deiezioni del nostro tempo: omne tulit punctum qui miscuit utile dulci. Solitudine rara come una stella alpina su roccia.
E dunque la proposta di Bernocco, si articola nella riscoperta di un rapporto con Dio (il Dio cristiano ovviamente), che senza fingimenti riporti il single sbandato a riscoprir senza ipocrisie la possibilità di una religiosità autentica e di una sincera affettività. Redarguisce i suoi lettori l’autore: “la parola del Cristo è come una lama affilata che si conficca nel punto di intersezione fra lo spirito e il corpo”. E mentre scriviamo il cardinal Angelo Bagnasco, in una lectio magistralis tenuta a Genova sull'ultima enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate dichiara: “Aver sottovalutato l'impatto della famiglia sul piano sociale ed economico riconducendola ad una questione privata, quando non addirittura ad un retaggio culturale del passato, è stata una miopia di cui oggi pagano le conseguenze soprattutto le generazioni più giovani, sempre meno numerose e sempre meno importanti”. Fedele alla linea, ma non troppo, Bernocco si rivolge con pietas e rispetto a singles cattolici e non, incoraggiandoli a esprimer le loro intenzioni più intime, a non temere di mettersi in gioco, a evitare l’esclusione sociale, “a far parlare il cuore”. E come amava dire il giansenista Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce e il cuore, e non la ragione, sente Dio. Questa è la fede» (Blaise Pascal, “Pensieri”, 277-278). “Lettera ad un single” è edito dalla casa editrice LibreriadelSanto.it di Padova, una della prime case editrici cattoliche on-line d'Italia.
Di recente la medesima casa editrice ha pubblicato anche “Sul passo degli ultimi”, testo in cui Salvatore Bernocco prende spunto da alcune affermazioni di Don Tonino Bello intorno alla politica e ne descrive il pensiero: l’impegno di Don Tonino ricorda che separare la realtà umana da Dio, relegandolo nelle sagrestie e nei cenacoli, impedisce di innervare la comunità con l’energia del messaggio evangelico, che incita i fedeli ad agire per il bene comune e a prestare attenzione all’eco di dolore dei derelitti. Don Tonino che citava Croce e La Pira, De Gasperi e Salvemini era espressione di un cattolicesimo dialogante e inclusivo che si misurava con le parole di intellettuali come Pasolini.
A molti politici, cattolici e non, varrebbe la pena di ricordare quanto scrisse Don Milani nella sua lettera ai giudici: «Su una parete della nostra scuola c'è scritto grande “I care”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista ”Me ne frego”».
Nico Marinelli
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domenica 4 ottobre 2009
Pensieri sulle altezze spirituali

Chi desidera le altezze, tenga i piedi per terra, evitando di farsi travolgere dalla polvere (il cosiddetto spirito del mondo). Ammiri le vette (la scalata, l'ascesi, la fatica), consideri il lento incedere delle nuvole (invito alla pazienza), osservi il flettersi dei cipressi (richiamo all'umiltà, all'abbassamento), l'oscillare delle spighe al vento di scirocco (malleabilità, duttilità, perdono), rifletta sull'alternarsi delle stagioni, della notte al giorno, del caldo al freddo (accettazione dei propri stati d'animo). Chi desidera le altezze, quindi Dio, faccia tutto questo, ma ancora prima esca da se stesso per incontrare gli altri, per creare occasioni di incontro, di comunicazione profonda, parola che ha lo stesso prefisso di comune e di comunione e la stessa eco di unità.
martedì 29 settembre 2009
Mi ami?
Quando diciamo ad un’altra persona: ti voglio bene, ti amo, intendiamo chiedergli nello stesso tempo: mi vuoi bene, mi ami? Affermiamo mentre vorremmo interpellare, ottenere conferme, rassicurazioni. In noi la domanda d’amore precede la sua offerta. Con Dio le cose non funzionano così. La sua offerta d’amore precede, e di molto, la nostra domanda. E, ciò che più conta, la sua risposta è sempre affermativa.
domenica 27 settembre 2009
venerdì 25 settembre 2009

Iniziamo col bonificare il terreno, ed il terreno su cui agire è il nostro spirito, il modo come percepiamo e sentiamo i rapporti, le vicende, noi stessi. È una operazione complessa, talvolta dolorosa, ma necessaria. Recidere i rami secchi, estirpare la sterpaglia che è cresciuta nel nostro orto interiore, dissodare, arare, piantare nuove idee e sentimenti, sorvegliarne i progressi e la crescita, portarvi acqua, segnare i confini del nostro territorio (giacché non possiamo tutto sebbene siamo nati per non morire: eternità non equivale ad infinità). Sono tutte attività prettamente spirituali destinate ad incidere sulla qualità della vita, affinché sia una vita che induce ad un di più di vita ed in cui sono lasciati ad essiccare i semi di morte. In realtà dovremmo parlare più correttamente di bonifica complessiva, non limitata esclusivamente allo spirito, ma a tutta la persona umana, che è un unicum inscindibile di corpo, anima e spirito. Ma curare l’uomo, intervenire sull’uomo equivale ad intervenire innanzitutto sul suo spirito, sul nucleo fondante del suo essere. La bonifica spirituale è l’operazione che precede tutte le altre. È l’intervento fondamentale. Essa ha per oggetto il parto di una visione nuova e liberante di Dio, il Padre misericordioso, l’esclusivamente buono, che ha mandato il suo unico figlio per liberarci dalle morti quotidiane e dalla morte seconda.
mercoledì 23 settembre 2009

L’anatra-coniglio del filosofo Wittgenstein: la medesima immagine sembra contenere sia l’anatra che il coniglio. La nostra immaginazione, le nostre inclinazioni di pensiero, il nostro vissuto, fanno la differenza, cosicché c’è chi vi vedrà un’anatra e chi vi scorgerà un coniglio. Lo stesso procedimento usiamo a proposito dell’idea di Dio: c’è chi lo concepirà buono e paterno, ma fino ad un certo punto, e c’è chi lo percepirà come un giudice meticoloso ed ossessionato dai nostri peccati, ma fino ad un certo punto. Da quel “certo punto” in poi chi ci vede un coniglio si fa perplesso e pensa in cuor suo che si possa trattare di un’anatra, e viceversa. Ma Dio, per nostra fortuna, non è l’anatra-coniglio del filosofo tedesco. Di lui possiamo dire che è puro amore. In lui non c’è ambiguità o ambivalenza.
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