Quando alcune donne, nate dall’unione tra maschi e femmine, fondarono la loro città, dopo la fuga dal regno dei maschi ed un esodo durato moltissimi anni (alcuni storici parlano di 40 anni), decisero di darle il nome della prima martire della lotta di liberazione, lapidata perché aveva osato mettere in dubbio l’umanità del suo uomo, sposato senza il battesimo dell’amore, e per giunta fissandolo negli occhi. Ora la città di Amalia, che contava a quale tempo circa diecimila abitanti, distava poche miglia dal mare, le cui onde accarezzavano o schiaffeggiavano pietre e rocce, e sorgeva ai piedi di una collina da cui, in primavera, scendevano lentamente a valle odori di fresco e fiori ed erba bambina.
A capo della città vi era un triumvirato che restava in carica tre anni e che veniva eletto da un consiglio composto di trenta sagge, scelte per alzata di mano nell’agorà, al cui centro svettava la statua di marmo della martire. Saggia era considerata ogni donna che si fosse distinta per femminilità ed indipendenza, operosità ed intelligenza, e che, soprattutto, avesse dato prova di non rimpiangere l’uomo, sebbene – benché fosse illegale – talune, le più anziane, custodissero gelosamente le reliquie di indumenti od oggetti appartenuti ai loro avi di genere maschile.
Le più giovani non avvertivano il sentimento dell’amore, non sapevano cosa fosse quell’alchimia di cui si leggeva nei testi scolastici e che conduceva uomini e donne ad unirsi e a procreare. Quell’alchimia era rubricata alla voce amore, con postille e note a piè di pagina relative a dolori, illusioni e sofferenze. Molte associavano quel dolore dell’anima a quello fisico o a quello mestruale.
La regola era l’omosessualità. L’alternativa era la solitudine.
Ma come impedire l’estinzione del genere femminile? Come impedire che la città di Amalia si popolasse di vecchie dai grembi sterili e si estinguesse? Come perpetuare la specie in assenza del seme maschile? In un primo tempo si pensò di ricorrere alla scienza, alla biologia. Fu finanziato un progetto per creare sperma maschile dal nulla, da un insieme di piante che si diceva possedessero virtù magiche. La sperimentazione diede esito negativo. Fu per tale ragione che, scartata la scienza, dopo una consultazione popolare si pervenne alla decisione di importare dall’esterno seme maschile di origine controllata. La fecondazione assistita avrebbe risolto il problema della denatalità e del progressivo invecchiamento della popolazione. Alcune ambasciatrici si recarono all’estero e comprarono quantità cospicue di seme maschile. La questione successiva fu: cosa farne di embrioni maschili? In fondo, sostenevano le più ciniche, non si poteva parlare in senso stretto di figli, ma di procreati per ragioni di carattere sociale. Si poteva senza alcuna perplessità procedere alla loro soppressione. La donna doveva conservare il primato. Un maschio, uno solo, avrebbe rotto l’equilibrio. Il serpente si sarebbe intrufolato nel loro giardino e messo a soqquadro le loro vite, proprio come accadde all’origine dei tempi quando si consumò la scissione fra uomo e donna.
L’etica, la morale. Potevano queste “sovrastrutture” aeree imporre una nuova visione della vita? Non era la vita un fatto in sé, più prossima al materiale che allo spirituale? Vennero consultate alcune sacerdotesse del dio Sole, le quali sentenziarono che ogni cosa aveva un’anima, era pervasa dallo spirito. Lo spirito non si vedeva, non lo si poteva toccare, ma era in ogni fibra di ogni essere, dal più piccolo al più grande. Se si uccideva una creatura, che fosse una formica o un uomo, si commetteva un delitto contro il dio Sole. Il conflitto fra religione e Stato diede così luogo ad una lunga diatriba, finché si giunse a sancire la libertà della religione dallo Stato e dello Stato dalla religione. La legge avrebbe tenuto conto della libertà di coscienza, ed una commissione composta di due donne e di due sacerdotesse avrebbe vigilato sull’applicazione del principio.
Una grande filosofa di Amalia scrisse il “Trattato delle cose divine e dello spirito”, in cui introdusse la nozione di relazione fra diversi e di coesistenza delle differenze. Per salvare il genere femminile non si poteva prescindere non già dal seme maschile – fatto puramente meccanico o genetico - ma dall’uomo che si fosse sollevato alle altezze dell’anima, facendo perno sulla forza dello spirituale per dare senso alle cose materiali. Uomini, quindi, non puramente maschi.
Dall’importazione di seme si passò, progressivamente, a consentire l’accesso di uomini dotati di virtù. Non tutti coloro che entrarono nella città di Amalia si mostrarono all’altezza dello spirituale, ma questo – si convenne – era frutto della limitatezza dell’animo di uomo e donne. Su questa comune consapevolezza si costruì il futuro di Amalia, che fu popolata di donne gravide e di uomini con un anima pulsante.
Amalia prosperò e qualcuno la paragonò alla Città del Sole di Tommaso Campanella.
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giovedì 14 luglio 2011
domenica 3 gennaio 2010
Prefazione all'antologia Poetare è d'Amore

Non sono fra i poeti (minori o minimi) tristi e malinconici. Non amo i versi che incrinano la speranza, come anche certa letteratura che deturpa la realtà, che ne fa una variante impazzita e sconcia della vita. Amo la speranza come amo la vita, quella che stamani mia madre mi ha mostrato quando, all’improvviso, dopo la pioggia, si è disteso un arcobaleno sul mare. Mi ha chiamato con voce squillante e meravigliata, come se quel fenomeno fosse apparso per la prima volta sulla scena del mondo, e mi ha detto: “Vedi, è apparso l’arcobaleno!”. Il freddo pungente del mattino – era il primo giorno del nuovo anno – si è misteriosamente dileguato e ha fatto la sua comparsa un tepore intimo che mi ha sussurrato sentimenti di letizia. Cos’è l’esperienza di Dio se non esperienza di unità interiore, di serenità e di pace, di calore che non ha niente a che fare con una bella giornata di sole? Quando piove, quanto infuria la tempesta, soltanto allora sappiamo di sentire, e sentendo conosciamo le seduzioni dello Spirito, imbastiamo con Lui intimi dialoghi senza parole, che si sviluppano attraverso giochi di sguardi e rimandi, attrazioni e ispirazioni, come fra due innamorati che sospirano al chiaro di luna. La parola si dilegua e sul cuore si distende l’arcobaleno dell’Amore che con gemiti inesprimibili muta il ritmo del tempo, detta cadenze oltremondane. La poesia si fa sotto Sua dettatura. E sono versi di portata e comprensione universali. Ecco Amore, ecco Poesia.
So bene che genitrice della poesia è la melanconia, quella forma di dolce tristezza che ci pervade. Ma so anche che l’amore sorpassa la malinconia, che deve sottrarle terreno fertile per piantarvi la semente degli innamorati. Sono semi che vanno collocati in profondità, nelle profondità dell’anima, affinché i rapaci non se ne nutrano e ne facciano strage.
Desolazione, solo desolazione residua se Amore va via o viene rapito o sottratto allo sguardo interiore. Immaginiamo che un treno stia partendo, portando con sé lontano il soggetto del nostro Amore. Agitiamo un fazzoletto bianco e ricamato, mentre calde lacrime ci rigano le guance. Amore ci sorride con mano aperta mentre il cuore si chiude. Torneremo alle ordinarie cose, ma ogni cosa saprà di quell’addio.
Non tutti gli amori crescono e si fanno Amore, così spetta ai poeti l’arduo compito di far sgorgare versi dalle loro profondità a beneficio degli amanti felici, per curare un cuore smarrito o ferito, per lenirne le sofferenze, per generarne paradossalmente di nuove. Già, se ne generano di nuove e si rievoca il dolore per farne materia di inquietudini redente. Toccare dolenti sensibilità è il modo raffinato di sublimare il dolore. Il verso lo assorbe e, pian piano, ne fa cibo per la memoria, quindi senno di poi, infine esperienza.
Ma faccio subito ammenda, perché l’esperienza serve all’Amore quanto un pizzico di sale al mare. La forza dell’Amore sta nella sua perenne novità. Ai poeti la facoltà di tenerne viva l’inesperienza.
Anche chi si cimenta nello scrivere storie d’amore sa bene che è al limite delle possibilità letterarie contenerlo nella camicia di forza di pochi righi, rattrappirne i contenuti ed i significati. Non esiste una breve storia d’amore; per gli amanti dell’Amore esso tracima l’argine delle pagine, vuole contaminare i luoghi, espandersi, perdersi, giocare a nascondino, celiare, far lacrimare. Chi vi è parzialmente riuscito ha compiuto un piccolo prodigio.
Vive congratulazioni alle vincitrici del nostro concorso, giunto alla seconda edizione. È un caso che si tratti di due rappresentanti del genere femminile? Forse sì, forse no. Di vero c’è che la donna ha una sensibilità esaltata da secoli di mancate promesse d’amore.
Un grazie sincero a tutti coloro che si sono messi alla prova e ai componenti della giuria. Un abbraccio fraterno a Luigi Zazzarini, paziente tessitore di trame organizzative.
So bene che genitrice della poesia è la melanconia, quella forma di dolce tristezza che ci pervade. Ma so anche che l’amore sorpassa la malinconia, che deve sottrarle terreno fertile per piantarvi la semente degli innamorati. Sono semi che vanno collocati in profondità, nelle profondità dell’anima, affinché i rapaci non se ne nutrano e ne facciano strage.
Desolazione, solo desolazione residua se Amore va via o viene rapito o sottratto allo sguardo interiore. Immaginiamo che un treno stia partendo, portando con sé lontano il soggetto del nostro Amore. Agitiamo un fazzoletto bianco e ricamato, mentre calde lacrime ci rigano le guance. Amore ci sorride con mano aperta mentre il cuore si chiude. Torneremo alle ordinarie cose, ma ogni cosa saprà di quell’addio.
Non tutti gli amori crescono e si fanno Amore, così spetta ai poeti l’arduo compito di far sgorgare versi dalle loro profondità a beneficio degli amanti felici, per curare un cuore smarrito o ferito, per lenirne le sofferenze, per generarne paradossalmente di nuove. Già, se ne generano di nuove e si rievoca il dolore per farne materia di inquietudini redente. Toccare dolenti sensibilità è il modo raffinato di sublimare il dolore. Il verso lo assorbe e, pian piano, ne fa cibo per la memoria, quindi senno di poi, infine esperienza.
Ma faccio subito ammenda, perché l’esperienza serve all’Amore quanto un pizzico di sale al mare. La forza dell’Amore sta nella sua perenne novità. Ai poeti la facoltà di tenerne viva l’inesperienza.
Anche chi si cimenta nello scrivere storie d’amore sa bene che è al limite delle possibilità letterarie contenerlo nella camicia di forza di pochi righi, rattrappirne i contenuti ed i significati. Non esiste una breve storia d’amore; per gli amanti dell’Amore esso tracima l’argine delle pagine, vuole contaminare i luoghi, espandersi, perdersi, giocare a nascondino, celiare, far lacrimare. Chi vi è parzialmente riuscito ha compiuto un piccolo prodigio.
Vive congratulazioni alle vincitrici del nostro concorso, giunto alla seconda edizione. È un caso che si tratti di due rappresentanti del genere femminile? Forse sì, forse no. Di vero c’è che la donna ha una sensibilità esaltata da secoli di mancate promesse d’amore.
Un grazie sincero a tutti coloro che si sono messi alla prova e ai componenti della giuria. Un abbraccio fraterno a Luigi Zazzarini, paziente tessitore di trame organizzative.
mercoledì 28 ottobre 2009
Viaggio spirituale (cap.6)
6.Le statue dell’Immacolata e di S. Giuseppe
Procedendo verso l’artistico altare realizzato nel 1992 da Vito Zaza, troviamo sulla sinistra la bella statua dell’Immacolata, che si attribuisce ad Achille De Lucrezi. Realizzata nel 1904, fu donata da Francesco Girasoli. L’icona sorprende per la gentilezza dei tratti della Vergine, della quale si esalta il dogma della sua immacolatezza, sancito da Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus del 1854. “La Madonna è l’Immacolata Concezione – scrive mons. Mennonna nel suo Piccolo Glossario del Cristianesimo – perché concepita immune dal peccato originale o macchia originale per singolare privilegio divino […] confermato dalla stessa Vergine SS. nelle apparizioni a S. Bernadetta Soubirou (25 marzo 1858)”. La Vergine, Madre di Dio e madre nostra, è stata cantata da poeti e scrittori. Di straordinaria potenza evocativa, mistica direi, è la Vergine del Sommo Poeta. Nel Canto XXXI del Paradiso, S. Bernardo invita Dante a guardare verso la schiera dei beati, disposti a forma di candida rosa, dove nel punto più alto c’è Maria, grazie alla quale egli potrà sostenere la visione di Dio. La straordinaria ed impareggiabile bellezza della Vergine emerge dai versi del Poeta: “Vidi a lor giochi quivi e a lor canti/ridere una bellezza, che letizia/era ne li occhi a tutti li altri Santi;/e s’io avessi in dir tanta dovizia/quanta ad immaginar, non ardirei/lo minimo tentar di sua delizia[1]”. Una visione che è l’incanto e la gioia dei santi, e che nessuna parola umana, per quanto ricca e capace di volute immaginifiche, può minimamente descrivere. In controluce compaiono le parole di Paolo, che scrive alla comunità di Corinto, citando Isaia: “Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano[2]”. L’uomo che vive secondo lo Spirito è in grado di esprimere “cose spirituali in termini spirituali”, come ancora si esprime l’Apostolo. Dante è uno di costoro, dà voce ad un anelito profondo presente nell’animo umano di bellezza infinita, di gioia senza fine, quindi di Dio. L’Immacolata è segno dell’infinita bellezza di Dio che fa nuove tutte le cose in Cristo. L’uomo naturale – sono sempre insegnamenti di Paolo – non è in grado di comprendere le cose dello Spirito di Dio perché non ha “il pensiero di Cristo”. È quindi necessario vigilare affinché l’uomo cosiddetto naturale, che cioè vive la dimensione esclusivamente materiale senza curarsi di farla fermentare, di farla lievitare per portarla al suo massimo significato e senso, non prenda il sopravvento sull’uomo che vive secondo il piano di Dio, secondo il suo Spirito, che non imbriglia ma libera, e liberando porta a compimento ogni cosa. Qui non si tratta di postulare una sorta di fuga dalla realtà di ogni giorno o di dimenticare la materia, ma di viverla e di usarne secondo i valori e la misura suggeriti dall’amore in cui è lo Spirito di Dio. Maria fu creatura spirituale in sommo grado perché fu capace di amare secondo quello Spirito. L’icona donata dal Girasoli, e alla quale la comunità ruvese è molto legata, immette in questo circuito virtuoso di pensieri ed aneliti, regala di questi inebriamenti, dona la speranza del Paradiso.
La statua di S. Giuseppe (1907), opera di Giuseppe Manzo, schiude altri scenari spirituali ricchi di implicazioni ed insegnamenti. Nulla quaestio sulla purezza di Giuseppe, che tuttavia talvolta viene relegato in un angolo, come se fosse un santo di serie inferiore, persino inferiore per importanza alla sua sposa, Maria. Il centenario dell’icona è stato particolarmente significativo grazie alla presenza ed alla parola di uno dei massimi esperti cattolici del padre putativo di Gesù, Padre Tarcisio Stramare osj, che ho avuto modo di incontrare e di intervistare, il quale mi strappò un sorriso quando disse che se “sulla Madonna ci sono quattro dogmi, tutti contestati, su S. Giuseppe ce ne sono due, sicurissimi: su S. Giuseppe c’è poco da sapere; quel poco da sapere io già lo so, e quindi il discorso è chiuso”. In realtà S. Giuseppe, scelto da S. Teresa D’Avila quale patrono della vita interiore, andrebbe rivalutato quanto meno per i suoi corposi silenzi, senza i quali non può esserci vita spirituale, non si è più in contatto con la propria sfera intima, si è disarmonici ed inconcludenti. L’uomo veramente attivo e paziente conosce bene la pratica del silenzio interiore. L’uomo che ama ne fa esperienza, poiché non vi può essere amore vero se di esso si fa propaganda o lo si dà in pasto all’agorà. La stessa carità ha valore presso Dio se è discreta e silenziosa, come pure la preghiera, che necessita del romitorio interiore, di uno spazio libero sia dagli impegni che dall’incessante mormorio del mondo, non vacante ma popolato di presenze altre. Le anime contemplative sono maestre di silenzio, che potrei definire come la culla delle parole, il logos dove ogni parola trova il suo senso autentico, non artefatto o impoverito, il suo conforto e sapore. Se Carmelo Bene disse che il silenzio “è un tempo musicale”, Boris Pasternak, l’autore del Dottor Zivago, andò oltre, definendolo la cosa più bella che avesse mai udito. Ma S. Giuseppe ci parla anche di paternità responsabile, della figura del pater familias cristiano, di quest’uomo che in famiglia giganteggia senza mai opprimere, educa con autorità, dialoga senza mai imporre, orienta con amore e saggezza. Un padre autorevole concepisce figli che non si perderanno d’animo e sapranno affrontare le prove della vita con coraggio; un padre non autorevole, in cui è assente un tratto di virilità, che non attiene assolutamente alla sfera sessuale ma alla personalità del soggetto, darà alla luce una discendenza con una personalità fragile e per molti versi autoritaria. L’autoritarismo, a cui si accompagna spesso la violenza verbale o fisica, è una reazione psicologica caduca e spropositata alla mancanza del sentimento della forza interiore che non fu esplicitamente trasmesso dal padre al figlio o percepito da questi attraverso l’esame delle azioni paterne. In questo senso possiamo affermare che la qualità della discendenza risale a trent’anni prima della nascita della prole, per cui potremmo dire “dimmi come fu educato tuo padre, e ti dirò chi sei e come sarà la tua discendenza”. Tra genitorialità e paternità vi è una grande differenza, e di essa apprendiamo da S. Giuseppe. Se il genitore genera, assolvendo una funzione biologica, materiale, il padre assolve una missione spirituale, consistente non solo nel trasmettere il dono della vita, ma nell’arricchirla di continuo nell’ordine morale, culturale, spirituale. Ciò equivale a dire che la missione di un padre autentico dura tutta la vita perché la missione educativa, propria ed altrui, dura tutta la vita. Da questa prospettiva, S. Giuseppe non fu genitore del Cristo, ma svolse le veci del Padre celeste, quindi rivestì un ruolo ben più importante di quello di chi genera e semmai dimentica di essere padre, cioè un educatore, una persona che contribuisce a creare l’uomo elevandolo nell’ordine spirituale.
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[1] D. Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXI, vv. 134-138.
[2] 1 Cor 2,9
Procedendo verso l’artistico altare realizzato nel 1992 da Vito Zaza, troviamo sulla sinistra la bella statua dell’Immacolata, che si attribuisce ad Achille De Lucrezi. Realizzata nel 1904, fu donata da Francesco Girasoli. L’icona sorprende per la gentilezza dei tratti della Vergine, della quale si esalta il dogma della sua immacolatezza, sancito da Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus del 1854. “La Madonna è l’Immacolata Concezione – scrive mons. Mennonna nel suo Piccolo Glossario del Cristianesimo – perché concepita immune dal peccato originale o macchia originale per singolare privilegio divino […] confermato dalla stessa Vergine SS. nelle apparizioni a S. Bernadetta Soubirou (25 marzo 1858)”. La Vergine, Madre di Dio e madre nostra, è stata cantata da poeti e scrittori. Di straordinaria potenza evocativa, mistica direi, è la Vergine del Sommo Poeta. Nel Canto XXXI del Paradiso, S. Bernardo invita Dante a guardare verso la schiera dei beati, disposti a forma di candida rosa, dove nel punto più alto c’è Maria, grazie alla quale egli potrà sostenere la visione di Dio. La straordinaria ed impareggiabile bellezza della Vergine emerge dai versi del Poeta: “Vidi a lor giochi quivi e a lor canti/ridere una bellezza, che letizia/era ne li occhi a tutti li altri Santi;/e s’io avessi in dir tanta dovizia/quanta ad immaginar, non ardirei/lo minimo tentar di sua delizia[1]”. Una visione che è l’incanto e la gioia dei santi, e che nessuna parola umana, per quanto ricca e capace di volute immaginifiche, può minimamente descrivere. In controluce compaiono le parole di Paolo, che scrive alla comunità di Corinto, citando Isaia: “Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano[2]”. L’uomo che vive secondo lo Spirito è in grado di esprimere “cose spirituali in termini spirituali”, come ancora si esprime l’Apostolo. Dante è uno di costoro, dà voce ad un anelito profondo presente nell’animo umano di bellezza infinita, di gioia senza fine, quindi di Dio. L’Immacolata è segno dell’infinita bellezza di Dio che fa nuove tutte le cose in Cristo. L’uomo naturale – sono sempre insegnamenti di Paolo – non è in grado di comprendere le cose dello Spirito di Dio perché non ha “il pensiero di Cristo”. È quindi necessario vigilare affinché l’uomo cosiddetto naturale, che cioè vive la dimensione esclusivamente materiale senza curarsi di farla fermentare, di farla lievitare per portarla al suo massimo significato e senso, non prenda il sopravvento sull’uomo che vive secondo il piano di Dio, secondo il suo Spirito, che non imbriglia ma libera, e liberando porta a compimento ogni cosa. Qui non si tratta di postulare una sorta di fuga dalla realtà di ogni giorno o di dimenticare la materia, ma di viverla e di usarne secondo i valori e la misura suggeriti dall’amore in cui è lo Spirito di Dio. Maria fu creatura spirituale in sommo grado perché fu capace di amare secondo quello Spirito. L’icona donata dal Girasoli, e alla quale la comunità ruvese è molto legata, immette in questo circuito virtuoso di pensieri ed aneliti, regala di questi inebriamenti, dona la speranza del Paradiso.
La statua di S. Giuseppe (1907), opera di Giuseppe Manzo, schiude altri scenari spirituali ricchi di implicazioni ed insegnamenti. Nulla quaestio sulla purezza di Giuseppe, che tuttavia talvolta viene relegato in un angolo, come se fosse un santo di serie inferiore, persino inferiore per importanza alla sua sposa, Maria. Il centenario dell’icona è stato particolarmente significativo grazie alla presenza ed alla parola di uno dei massimi esperti cattolici del padre putativo di Gesù, Padre Tarcisio Stramare osj, che ho avuto modo di incontrare e di intervistare, il quale mi strappò un sorriso quando disse che se “sulla Madonna ci sono quattro dogmi, tutti contestati, su S. Giuseppe ce ne sono due, sicurissimi: su S. Giuseppe c’è poco da sapere; quel poco da sapere io già lo so, e quindi il discorso è chiuso”. In realtà S. Giuseppe, scelto da S. Teresa D’Avila quale patrono della vita interiore, andrebbe rivalutato quanto meno per i suoi corposi silenzi, senza i quali non può esserci vita spirituale, non si è più in contatto con la propria sfera intima, si è disarmonici ed inconcludenti. L’uomo veramente attivo e paziente conosce bene la pratica del silenzio interiore. L’uomo che ama ne fa esperienza, poiché non vi può essere amore vero se di esso si fa propaganda o lo si dà in pasto all’agorà. La stessa carità ha valore presso Dio se è discreta e silenziosa, come pure la preghiera, che necessita del romitorio interiore, di uno spazio libero sia dagli impegni che dall’incessante mormorio del mondo, non vacante ma popolato di presenze altre. Le anime contemplative sono maestre di silenzio, che potrei definire come la culla delle parole, il logos dove ogni parola trova il suo senso autentico, non artefatto o impoverito, il suo conforto e sapore. Se Carmelo Bene disse che il silenzio “è un tempo musicale”, Boris Pasternak, l’autore del Dottor Zivago, andò oltre, definendolo la cosa più bella che avesse mai udito. Ma S. Giuseppe ci parla anche di paternità responsabile, della figura del pater familias cristiano, di quest’uomo che in famiglia giganteggia senza mai opprimere, educa con autorità, dialoga senza mai imporre, orienta con amore e saggezza. Un padre autorevole concepisce figli che non si perderanno d’animo e sapranno affrontare le prove della vita con coraggio; un padre non autorevole, in cui è assente un tratto di virilità, che non attiene assolutamente alla sfera sessuale ma alla personalità del soggetto, darà alla luce una discendenza con una personalità fragile e per molti versi autoritaria. L’autoritarismo, a cui si accompagna spesso la violenza verbale o fisica, è una reazione psicologica caduca e spropositata alla mancanza del sentimento della forza interiore che non fu esplicitamente trasmesso dal padre al figlio o percepito da questi attraverso l’esame delle azioni paterne. In questo senso possiamo affermare che la qualità della discendenza risale a trent’anni prima della nascita della prole, per cui potremmo dire “dimmi come fu educato tuo padre, e ti dirò chi sei e come sarà la tua discendenza”. Tra genitorialità e paternità vi è una grande differenza, e di essa apprendiamo da S. Giuseppe. Se il genitore genera, assolvendo una funzione biologica, materiale, il padre assolve una missione spirituale, consistente non solo nel trasmettere il dono della vita, ma nell’arricchirla di continuo nell’ordine morale, culturale, spirituale. Ciò equivale a dire che la missione di un padre autentico dura tutta la vita perché la missione educativa, propria ed altrui, dura tutta la vita. Da questa prospettiva, S. Giuseppe non fu genitore del Cristo, ma svolse le veci del Padre celeste, quindi rivestì un ruolo ben più importante di quello di chi genera e semmai dimentica di essere padre, cioè un educatore, una persona che contribuisce a creare l’uomo elevandolo nell’ordine spirituale.
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[1] D. Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXI, vv. 134-138.
[2] 1 Cor 2,9
lunedì 19 ottobre 2009
Viaggio spirituale (cap. 3)

3. Primi passi all’interno del tempio
Varcata la soglia del tempio si è abbacinati dall'immagine del Cristo Redentore, l'opera musiva absidale composta di oltre 750.000 tessere realizzata nel 1992 dalla Mosaic Art di Domenico Colledani di Milano su disegni di Gaetano Valerio di Cassano Murge. Il mosaico attrae, colpisce, suggerisce percorsi spirituali, impennate di fede, ma di esso parlerò in seguito.
La chiesa ospita numerose statue di Santi. Uno sguardo ad esse, non meramente legato alla loro fattura ed all’estetica, si impone. Ad esse si collegano antiche quanto feconde devozioni popolari.
Le prime che incontro sono quelle di S. Giovanna D'Arco e di S. Ciro[1]. Traiamone una breve riflessione a beneficio dello spirito e dell'azione, in quanto ogni bagliore spirituale deve poter illuminare il nostro mondo interiore ed influire sulla sfera delle nostre azioni. Nell'uomo non può esserci separazione fra interno ed esterno. Inevitabilmente la sfera interiore si riflette su quella esteriore, i nostri volti narrano le nostre peripezie, dicono della nostra pace interiore o dei nostri conflitti non sanati, e mentre la nostra quiete interiore si fa benevolenza e mansuetudine, apertura sul mondo ed amore verso l'altro, i nostri conflitti si traducono spesso in latitanze o in dolorose ed esacerbanti diatribe. È profondamente vero che le grandi guerre cominciano nel fondo del cuore d'ognuno, quel cuore che, sede dei sentimenti per il popolo ebraico, soltanto Dio può mutare in un cuore di carne, mite ed umile, accogliente ed amorevole. La pace nasce dentro, e anche se una legislazione la imponesse, essa non potrebbe raggiungersi che a condizione di viverla dentro di sé, nel proprio cuore. La pace come la dà il mondo non è la pace come la dà il Cristo. La prima è fragile ed esposta, sotto il profilo politico, alle distorsioni del pacifismo che, essendo una pace ideologica, non può condurre alla vera pace. È una pace senza chiesa, per cui non ha le sue radici in alto, nei cieli, da dove proviene la parola liberante. Nella sua versione materialista, è stordimento da consumo di cose, è droga, è l'appagamento del rapporto 1'erotico. Dura poco, è effimera, e verte sul soddisfacimento dei propri bisogni e delle proprie pulsioni. In questo contesto marcato a fuoco dal materialismo e dal relativismo, l'altro non assurge alla dignità di prossimo, è strumento, utensile, non fine. La seconda, la pace del Cristo, è invece definitiva perché prescinde dalle cose e si fonda sulla roccia dello Spirito che è vita e dà la vita. Noi non saremmo senza il soffio dello Spirito. Ma la pace deve includere la gioia. Se vi è pace vera, vi è anche gioia, ed è per questa ragione che la presenza della pace si misura col metro della gioia. Se non vi è molta gioia in giro e sono in vertiginoso aumento i casi di violenza pubblici e privati, è perché non ci rivolgiamo al Cristo ed alla sua pace.
Ma andiamo a Giovanna d’Arco. La Pulzella d'Orlèans fu condannata dalla scienza teologica del tempo perché ritenuta eretica. Il connubio micidiale fra cultura teologica dell'epoca (francese) e politica (il dominio inglese) la condannò al rogo. Era il 30 maggio 1431. Sarebbe stata riabilitata anni dopo l'atroce morte, nel 1450, e proclamata santa da Benedetto XV nel 1920. Come non riflettere su certa teologia che perde di vista la centralità del messaggio cristiano e che, talvolta e per finalità di potere mondano, civetta con la politica? L'infausta commistione fra gli interessi politici e la cura spirituale mina alle basi la vitalità e la freschezza del messaggio evangelico, la cui cifra peculiare sta nella sua assoluta gratuità, nella sua universalità, nell’essere assolutamente refrattario alle lusinghe del potere, che si convertono in favori e privilegi. Il potere ha un prezzo, le sue liturgie prevedono il ricorso alla furbizia e al compromesso deteriore, mentre il messaggio evangelico è dono e grazia.
Esemplare è la vicenda di Ciro, vescovo di Alessandria, martire nel 303. Fu medico anargiro, cioè senza compenso (letteralmente, senza argento), perché prestava le sue cure a tutti, specie ai poveri, senza farsi pagare. Curò non solo i corpi ma anche le anime, e proprio per consolare Atanasia e le sue tre figlie Eudossia, Teodota e Teotiste, catturate dai Romani, si recò col suo seguace Giovanni d’Edessa a Canopo, dove subì le stesse torture inflitte alle quattro donne. Fu decapitato il 31 gennaio.
Da una parte, quindi, estrapoliamo il monito a non mischiare la fede con il potere, dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (Mt 22,21), sulla scia del resto dell'episodio evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto. Quando il diavolo gli offre tutti i regni del mondo con la loro gloria, quindi il potere, Gesù gli risponde: “Vattene, satana. Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” (Mt 4,10). Tre furono le tentazioni, e se il numero tre indica la perfezione o la totalità, è evidente che la terza tentazione fu (ed è) la tentazione "perfetta", quella più subdola ed ostica da vincere, quella che in sé racchiude le prime due, le tentazioni del pane e del prodigio. Il potere dà pane e promette prodigi, cioè cose mirabili sul piano mondano, ed in questo senso esso può dirsi la tentazione per eccellenza, quella che comprende le prime due. Vinta la terza tentazione, solo allora “il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano” (Mt 4,11).
Dall’altra parte c'è la testimonianza di Ciro, un esempio dì gratuità e di testimonianza cristiana, un invito alla carità, che sempre ha a che fare con la persona umana in carne ed ossa. Amando si ottengono vita e pace, per cui se le pratiche di meditazione orientale oggi molto in voga nel mondo occidentale possono avere un effetto rilassante, non possono a stretto rigore considerarsi pratiche spirituali, nel senso che, iniziando e finendo nell’uomo singolarmente inteso, non sono pratiche caritative[2]. In esse si parla di amore universale, di pace, di armonia, ma l’amore universale non ha senso se non soccorre l’altro nelle sue difficoltà particolari, cosicché la pace e l'armonia sono, in quelle discipline filosofiche o meditative, pure astrazioni, vivono più nel mondo delle idee e delle utopie che nella realtà. Con ciò non voglio demonizzarle, ma soltanto evidenziarne i limiti sul piano dell’amore in azione, delle opere, sulle quali saremo giudicati. Alle filosofie della pace ed alle teorie sull'amore, che provengano da est o da ovest, dobbiamo sostituire, contrapporre quasi, ma sempre con mansuetudine e rispetto, la teologia della gioia e dell’amore cristiano, dell’agape, che ha in sé poca teoria e molta pratica.
Prima di incontrare i nostri due Santi, molto venerati nella chiesa del SS. Redentore, vi è una nicchia con una statua di Santa Rita da Cascia. E ci si imbatte in un monito, o meglio in una frase esortativa sul piano spirituale che induce a riflettere. È posta ai piedi di un bel crocefisso: “Questi occhi chiusi guardano ogni pianto”. Tempo fa sono stato a Cascia. Mi recai al cosiddetto “scoglio”, dove Rita andava a pregare. Un luogo romito, impervio, di grande fascino e bellezza, dove tocchi con mano quel tipo di solitudine che è la porta d’accesso alla preghiera del cuore. Uno scoglio posto in alto, che quasi uncina il cielo, contro cui si infrangono le onde del mondo, i suoi clamori, le sue insensatezze. Lo circonda l’invisibile mare dell’eterno in cui Rita amava immergersi. Noi che temiamo la solitudine come i gatti temono l’acqua, e che necessitiamo di chiasso, abbiamo molto da apprendere da questa donna singolare. Una vita tribolata, grandi difficoltà, la morte violenta del marito e quella dei suoi due figli, l’immersione totale nell’amore di Dio, la preghiera nella solitudine di quel luogo, dove in realtà l’anima non è sola ma sperimenta la presenza del Signore. Sgorga dal vangelo il consiglio del Cristo agli oranti: “Tu invece quando preghi, entra nella tua camera, e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6).
Varcata la soglia del tempio si è abbacinati dall'immagine del Cristo Redentore, l'opera musiva absidale composta di oltre 750.000 tessere realizzata nel 1992 dalla Mosaic Art di Domenico Colledani di Milano su disegni di Gaetano Valerio di Cassano Murge. Il mosaico attrae, colpisce, suggerisce percorsi spirituali, impennate di fede, ma di esso parlerò in seguito.
La chiesa ospita numerose statue di Santi. Uno sguardo ad esse, non meramente legato alla loro fattura ed all’estetica, si impone. Ad esse si collegano antiche quanto feconde devozioni popolari.
Le prime che incontro sono quelle di S. Giovanna D'Arco e di S. Ciro[1]. Traiamone una breve riflessione a beneficio dello spirito e dell'azione, in quanto ogni bagliore spirituale deve poter illuminare il nostro mondo interiore ed influire sulla sfera delle nostre azioni. Nell'uomo non può esserci separazione fra interno ed esterno. Inevitabilmente la sfera interiore si riflette su quella esteriore, i nostri volti narrano le nostre peripezie, dicono della nostra pace interiore o dei nostri conflitti non sanati, e mentre la nostra quiete interiore si fa benevolenza e mansuetudine, apertura sul mondo ed amore verso l'altro, i nostri conflitti si traducono spesso in latitanze o in dolorose ed esacerbanti diatribe. È profondamente vero che le grandi guerre cominciano nel fondo del cuore d'ognuno, quel cuore che, sede dei sentimenti per il popolo ebraico, soltanto Dio può mutare in un cuore di carne, mite ed umile, accogliente ed amorevole. La pace nasce dentro, e anche se una legislazione la imponesse, essa non potrebbe raggiungersi che a condizione di viverla dentro di sé, nel proprio cuore. La pace come la dà il mondo non è la pace come la dà il Cristo. La prima è fragile ed esposta, sotto il profilo politico, alle distorsioni del pacifismo che, essendo una pace ideologica, non può condurre alla vera pace. È una pace senza chiesa, per cui non ha le sue radici in alto, nei cieli, da dove proviene la parola liberante. Nella sua versione materialista, è stordimento da consumo di cose, è droga, è l'appagamento del rapporto 1'erotico. Dura poco, è effimera, e verte sul soddisfacimento dei propri bisogni e delle proprie pulsioni. In questo contesto marcato a fuoco dal materialismo e dal relativismo, l'altro non assurge alla dignità di prossimo, è strumento, utensile, non fine. La seconda, la pace del Cristo, è invece definitiva perché prescinde dalle cose e si fonda sulla roccia dello Spirito che è vita e dà la vita. Noi non saremmo senza il soffio dello Spirito. Ma la pace deve includere la gioia. Se vi è pace vera, vi è anche gioia, ed è per questa ragione che la presenza della pace si misura col metro della gioia. Se non vi è molta gioia in giro e sono in vertiginoso aumento i casi di violenza pubblici e privati, è perché non ci rivolgiamo al Cristo ed alla sua pace.
Ma andiamo a Giovanna d’Arco. La Pulzella d'Orlèans fu condannata dalla scienza teologica del tempo perché ritenuta eretica. Il connubio micidiale fra cultura teologica dell'epoca (francese) e politica (il dominio inglese) la condannò al rogo. Era il 30 maggio 1431. Sarebbe stata riabilitata anni dopo l'atroce morte, nel 1450, e proclamata santa da Benedetto XV nel 1920. Come non riflettere su certa teologia che perde di vista la centralità del messaggio cristiano e che, talvolta e per finalità di potere mondano, civetta con la politica? L'infausta commistione fra gli interessi politici e la cura spirituale mina alle basi la vitalità e la freschezza del messaggio evangelico, la cui cifra peculiare sta nella sua assoluta gratuità, nella sua universalità, nell’essere assolutamente refrattario alle lusinghe del potere, che si convertono in favori e privilegi. Il potere ha un prezzo, le sue liturgie prevedono il ricorso alla furbizia e al compromesso deteriore, mentre il messaggio evangelico è dono e grazia.
Esemplare è la vicenda di Ciro, vescovo di Alessandria, martire nel 303. Fu medico anargiro, cioè senza compenso (letteralmente, senza argento), perché prestava le sue cure a tutti, specie ai poveri, senza farsi pagare. Curò non solo i corpi ma anche le anime, e proprio per consolare Atanasia e le sue tre figlie Eudossia, Teodota e Teotiste, catturate dai Romani, si recò col suo seguace Giovanni d’Edessa a Canopo, dove subì le stesse torture inflitte alle quattro donne. Fu decapitato il 31 gennaio.
Da una parte, quindi, estrapoliamo il monito a non mischiare la fede con il potere, dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (Mt 22,21), sulla scia del resto dell'episodio evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto. Quando il diavolo gli offre tutti i regni del mondo con la loro gloria, quindi il potere, Gesù gli risponde: “Vattene, satana. Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” (Mt 4,10). Tre furono le tentazioni, e se il numero tre indica la perfezione o la totalità, è evidente che la terza tentazione fu (ed è) la tentazione "perfetta", quella più subdola ed ostica da vincere, quella che in sé racchiude le prime due, le tentazioni del pane e del prodigio. Il potere dà pane e promette prodigi, cioè cose mirabili sul piano mondano, ed in questo senso esso può dirsi la tentazione per eccellenza, quella che comprende le prime due. Vinta la terza tentazione, solo allora “il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano” (Mt 4,11).
Dall’altra parte c'è la testimonianza di Ciro, un esempio dì gratuità e di testimonianza cristiana, un invito alla carità, che sempre ha a che fare con la persona umana in carne ed ossa. Amando si ottengono vita e pace, per cui se le pratiche di meditazione orientale oggi molto in voga nel mondo occidentale possono avere un effetto rilassante, non possono a stretto rigore considerarsi pratiche spirituali, nel senso che, iniziando e finendo nell’uomo singolarmente inteso, non sono pratiche caritative[2]. In esse si parla di amore universale, di pace, di armonia, ma l’amore universale non ha senso se non soccorre l’altro nelle sue difficoltà particolari, cosicché la pace e l'armonia sono, in quelle discipline filosofiche o meditative, pure astrazioni, vivono più nel mondo delle idee e delle utopie che nella realtà. Con ciò non voglio demonizzarle, ma soltanto evidenziarne i limiti sul piano dell’amore in azione, delle opere, sulle quali saremo giudicati. Alle filosofie della pace ed alle teorie sull'amore, che provengano da est o da ovest, dobbiamo sostituire, contrapporre quasi, ma sempre con mansuetudine e rispetto, la teologia della gioia e dell’amore cristiano, dell’agape, che ha in sé poca teoria e molta pratica.
Prima di incontrare i nostri due Santi, molto venerati nella chiesa del SS. Redentore, vi è una nicchia con una statua di Santa Rita da Cascia. E ci si imbatte in un monito, o meglio in una frase esortativa sul piano spirituale che induce a riflettere. È posta ai piedi di un bel crocefisso: “Questi occhi chiusi guardano ogni pianto”. Tempo fa sono stato a Cascia. Mi recai al cosiddetto “scoglio”, dove Rita andava a pregare. Un luogo romito, impervio, di grande fascino e bellezza, dove tocchi con mano quel tipo di solitudine che è la porta d’accesso alla preghiera del cuore. Uno scoglio posto in alto, che quasi uncina il cielo, contro cui si infrangono le onde del mondo, i suoi clamori, le sue insensatezze. Lo circonda l’invisibile mare dell’eterno in cui Rita amava immergersi. Noi che temiamo la solitudine come i gatti temono l’acqua, e che necessitiamo di chiasso, abbiamo molto da apprendere da questa donna singolare. Una vita tribolata, grandi difficoltà, la morte violenta del marito e quella dei suoi due figli, l’immersione totale nell’amore di Dio, la preghiera nella solitudine di quel luogo, dove in realtà l’anima non è sola ma sperimenta la presenza del Signore. Sgorga dal vangelo il consiglio del Cristo agli oranti: “Tu invece quando preghi, entra nella tua camera, e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6).
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[1] La statua di S. Giovanna d’Arco fu realizzata nel 1940 da Carmelo Bruno, mentre quella di S. Ciro è del 1946, opera dello scultore Giuseppe Stuffleser.
[2] “Al monologo silenzioso dell’asceta indù sulla stuoia si oppone, non meno silenzioso – poiché non è composto di parole – il dialogo di ogni cristiano, dal più umile al più mistico, ansioso di rispondere alle offerte, alle premure del suo Dio. […] Ora se lo hatha-yoga si adatta, senza troppa difficoltà, a questa esigenza fondamentale, non si può dire lo stesso di altri yoga. Del raja-yoga, per esempio, che nella sua essenza sembra essere il ripiegamento assoluto su di sé, cioè lo stato di chi si è staccato da tutto, anche da ogni conoscenza positiva e obiettiva […]. Una simile tendenza, come chiunque può constatare, è incompatibile con l’essenza del cristianesimo e certamente in contraddizione con l’esperienza dei santi.” Tuttavia alcune tecniche delle discipline yogiche possono favorire la pratica della preghiera e della meditazione cristiane, scartando “tutto ciò che porterebbe soltanto al ripiegamento, all’isolamento”. Jean-Marie Déchanet, Yoga per i cristiani, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, decima edizione, 2002, pag. 22 e segg.
[1] La statua di S. Giovanna d’Arco fu realizzata nel 1940 da Carmelo Bruno, mentre quella di S. Ciro è del 1946, opera dello scultore Giuseppe Stuffleser.
[2] “Al monologo silenzioso dell’asceta indù sulla stuoia si oppone, non meno silenzioso – poiché non è composto di parole – il dialogo di ogni cristiano, dal più umile al più mistico, ansioso di rispondere alle offerte, alle premure del suo Dio. […] Ora se lo hatha-yoga si adatta, senza troppa difficoltà, a questa esigenza fondamentale, non si può dire lo stesso di altri yoga. Del raja-yoga, per esempio, che nella sua essenza sembra essere il ripiegamento assoluto su di sé, cioè lo stato di chi si è staccato da tutto, anche da ogni conoscenza positiva e obiettiva […]. Una simile tendenza, come chiunque può constatare, è incompatibile con l’essenza del cristianesimo e certamente in contraddizione con l’esperienza dei santi.” Tuttavia alcune tecniche delle discipline yogiche possono favorire la pratica della preghiera e della meditazione cristiane, scartando “tutto ciò che porterebbe soltanto al ripiegamento, all’isolamento”. Jean-Marie Déchanet, Yoga per i cristiani, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, decima edizione, 2002, pag. 22 e segg.
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domenica 11 ottobre 2009
Viaggio spirituale (cap. 1)

1. La chiesa del SS. Redentore di Ruvo di Puglia: segno dell’Amore che redime
La chiesa del SS. Redentore sorge al centro di Ruvo di Puglia, paese a prevalente vocazione agricola a nord di Bari che conta circa 25.000 anime. Appena si giunge in Piazza Regina Margherita, nota anche come Piazza Castello o Piazza Giacomo Matteotti (la disputa terminologica è antica, e non è soltanto di carattere o sapore politico), piuttosto che dal palazzo sede del governo cittadino (Palazzo Avitaya, XVI sec.), l’occhio viene rapito dalla statua del Cristo Redentore che svetta sulla omonima chiesa. Accogliente, a braccia aperte attende le sue creature. È una immagine distensiva; è un saluto cordiale al visitatore, al pellegrino, termine caduto in disuso. Sa di antico, ed è ben noto quanta avversione ed idiosincrasia ci sia per ciò che si percepisce come vecchio, superato, desueto. Oggi tutt’al più è considerato pellegrino colui che si reca a Lourdes o a Fatima, mentre non lo è, e sente di non esserlo, chi entra in una chiesa di paese.
È un errore di prospettiva spirituale; anzi, piuttosto che concernere le prospettive di fede, riguarda i suoi contenuti. Se non ci si sente pellegrini, ci si sente stanziali, inamovibili, mentre la nostra reale condizione è la precarietà. Siamo perennemente alloggiati in tende friabili. Il primo passo verso una sana spiritualità è riconoscersi creature precarie[1] su questa terra, uomini e donne bisognosi di tutto, in specie dello Spirito. Se non si portano fardelli, se ci si sente precari, ci si potrà sollevare spiritualmente, andare agilmente incontro al Signore che viene. Per questa ragione l’invocazione allo Spirito dovrebbe risuonare unanime e costante nei nostri cuori sin dalle prime luci dell’alba. È la forza vitale dell’amore, in cui è riposto un seme di eternità e quindi di maggiore ed autentica libertà, quella condizione del cuore che è premessa del vero amore[2]. Senza lo Spirito saremmo come morti che camminano, creature amputate, deformi. O seguaci di filosofie filantropiche o umanistiche, il che è senz’altro un miglioramento. Ma cosa sono questi umanesimi se non il messaggio cristiano svuotato della sua portata oltremondana, del mistero celeste? Sono promesse di paradisi su questa terra, sebbene esse abbiano nella maggior parte dei casi partorito inferni a cielo aperto, lutti, devastazioni. Pur ridotto ad un mero contenitore di idee e di suggestioni o di progetti, il Cristianesimo, colto nella sua essenza ed autenticità, conserva tutto il suo fascino e vigore, la sua forza costruttrice e rinnovatrice. Solo per tale ragione dovrebbe sorgere il legittimo dubbio negli agnostici e nei suoi antagonisti che Dio c’è ed è pienamente attivo e partecipe del destino degli uomini. Solo per tale motivo, soffermandosi sul bene e la prosperità (anche sociale) che proviene dalla pratica dell’amore, quindi sui suoi effetti tangibili, dovrebbe scaturire naturale l’ammissione che c’è qualcosa, o meglio Qualcuno, che ci supera e che ha nell’amore la sua ragione d’essere, natura e fondamento. Non siamo in presenza di astruse filosofie o di affascinanti teorie o addirittura di fiabe[3], ma di prassi, di fatti concreti, e la prassi del bene conferma ed attesta la presenza di una forza d’amore attiva ed agente. Questa forza d’amore è il Dio rivelatoci dal Cristo.
Tutto è segno e tutto ha un senso, anche le coincidenze o quelle che appaiono tali. Ed è felice coincidenza che la parrocchia del Redentore sia retta dal 1983 da mons. Vincenzo Pellegrini, il quale sa trasmettere bene l’immagine evangelica della vita quale pellegrinaggio. In diverse occasioni, anche durante i nostri colloqui privati, l’amabile persona e la parola di don Vincenzo mi hanno ricondotto alla mia precarietà. Le sue omelie mi hanno suggerito itinerari spirituali. Specialmente le parole che rivolge ai bambini. Sono parole semplici e leggere come il soffio dello Spirito, ma di forte impatto pedagogico, dirette a creature fragili e bisognose di tutto. Durante quei sermoni a portata di tutti (affinché tutti comprendano a livelli intimi occorre parlare come si parlerebbe ai bambini) ho avvertito nettamente la mia precarietà, mi sono trovato faccia a faccia con la mia reale condizione umana, mi sono sentito un po’ più uomo, meno incline alle illusioni, più prossimo alla speranza, più fortificato nelle mie convinzioni. Accanto ai bambini ho fatto il pieno di innocenza, quindi di umanità; ho scaricato le ansie e le frustrazioni tipiche dell’uomo contemporaneo e imbarcato un carico di speranze che germogliano nel tepore del mistero, memore che il regno di Dio è “come un uomo che getta il seme sulla terra; che dorma e si alzi, di notte e di giorno, il seme germoglia e si sviluppa, senza che egli sappia come” (Mc 4, 26-27)[4]. Il giogo di Cristo è soave e leggero, e ne ho avuto sentore, a tratti conferma, a contatto con le parole rivolte dal Parroco ai piccoli in ogni senso, ai bambini, che lo sono dal punto di vista anagrafico, e a coloro che si fanno piccoli in senso spirituale per accogliere la novità del regno di Dio che i filosofi ed i sapienti non possono intendere. Costoro possono studiare, indagare, interpellarsi, ma intendere a livelli profondi e coinvolgenti la vita no, questo non possono farlo, a questo non hanno accesso. I piccoli in senso evangelico godono di una sorta di diritto di esclusiva o di prelazione, mentre ai sapienti secondo i parametri del mondo la novità è stata tenuta celata. La Parola si rivela nelle minuscole, tenere e fragili fattezze di un bambino che nasce a Betlemme in una povera capanna. E per giunta ad alcuni pastori, gente di scarto, emarginata. Lo scenario originario della nostra fede è povero e precario, quindi, e possiede la fragilità (e la purezza) di un calice di cristallo. Ma è in questa fragilità apparente, nella sua apparente povertà, che risiede tutta la sua bellezza, che è confusione per gli scettici, la pietra che, scartata dai costruttori del mondo, è testata angolare. La fede sarebbe a portata di tutti se in qualche misura non fossimo stati infettati dal virus del consumismo e sapessimo stare nei nostri robusti limiti di creature bisognose di tutto. La negazione del limite non è pura astrazione, qualcosa che resta confinato nel recinto delle idee o delle filosofie più o meno stravaganti. Purtroppo, come constatiamo ogni giorno, si fa tragica vicenda umana, negazione del senso ultimo della vita, omicidio, barbarie. Si fa prassi di morte, col più forte (il più divino) che può schiacciare il meno forte (il meno divino), perché uno solo può dirsi dio. Nel mondo degli uomini molti vorrebbero agire come dio, ma soltanto uno può esserlo per definizione, e quell’uno per divenirlo deve annichilire i suoi competitori alla carica di dio. Da qui la prassi di morte fisica o solo morale, la competizione violenta e volgare. Siamo alla divinizzazione dell’ego. L’io al posto di Dio, in altri termini. Quando tutto l’umano assorbe in sé tutto il divino, facendosi divinità, può esistere la resurrezione? No, non può esistere, non ha diritto di cittadinanza, almeno nei termini come noi cristiani la intendiamo. Esiste solo una possibilità di paradiso sulla terra, coincidente col senso di appagamento e di sicurezza che deriva dal possesso pieno di beni materiali e ricchezze. Il paradiso nei cieli può attendere, anzi può andare a farsi benedire, e la sola risurrezione possibile è quella del dio sconfitto che anela, con le armi dell’inganno ed il conflitto, a prendersi ciò che gli fu tolto, privandone colui dal quale fu sconfitto. Ma quando accade che la rivalsa va a buon fine? Quando il dio vittorioso si è indebolito per vecchiaia o perché tradito dai suoi sodali. E qui non c’è chi non veda l’elogio della giovinezza e della forza virile e, di contro, il rifiuto della canizie ed il terrore della morte, per cui si tenta ogni strada per allontanare da sé lo spettro della vecchiaia ed il sentimento di debolezza e di fragilità che l’accompagna, per esorcizzare il tempo che passa inesorabilmente: “E non perdoneranno a te le ore:/le ore che limando vanno i giorni,/i giorni che rodendo vanno gli anni” (L. de Gòngora y Argote). Il vano esorcismo consiste nel fare del tempo un’esperienza materiale, cioè un riflesso delle cose che si possiedono, del lavoro che occorre per possederle, della fretta e dell’agitazione tipica delle accumulazioni, mentre il tempo cristiano è un tempo ed un’esperienza spirituale, scandita dal desiderio delle cose celesti, di Dio, dalla preghiera e dalla meditazione che sono nutrimento e riposo: “O Dio, fa piccola/la vecchia coperta del cielo consumata dalle stelle,/perché io mi ci possa avvolgere e starmene riposato” (Th. E. Hulme). Quanto al tradimento dei sodali, poi, è esperienza universale che il potente è circondato da amici pronti a negare di esserlo mai stati non appena muta la direzione del vento. Questa è, in sintesi, teoria della risurrezione umana ad una vita ricca (materialmente) attraverso la perenne contesa. Ma se per risorgere secondo gli uomini occorre attendere il momento propizio (la vulnerabilità del dio vittorioso), per risorgere secondo Dio occorre farsi piccoli e semplici, abbandonando ogni idea di conflitto ed ogni velleità di rivincita. È il teorema della pace ad oltranza, che non conosce eccezione alcuna.
Il volto del Redentore sul pinnacolo del tempio è disteso, sembra accennare ad un sorriso. È intuibile che il suo abbraccio non è soffocante o algido; il suo sorriso non è quello di chi sa che prima o dopo ce la farà pagare con gli interessi, per tutta l’eternità. Certe correnti religiose in cui la fede è ridotta al lumicino, o in cui si confonde la religione con la fede[5], puntano sul ghigno di Dio. Ci trasmettono l’immagine non del Dio cristiano, ma di un dio dell’ortodossia pagana, che porta il conto meticoloso delle nostre colpe, che è geloso della felicità degli uomini, cinico dispensatore di croci e sofferenze. La statua del Redentore ci rende invece l’immagine di un Dio salvatore e buono, lento all’ira e ricco di misericordia (Ef 2,4), che redime con la potenza ricreatrice e liberante del solo amore. Colui che ha detto “Io sono colui che sono” ha rivelato appieno la sua intima natura nel Cristo redentore dell’umanità, restauratore dell’amicizia fra lui e gli uomini, esprimendosi in questi termini per bocca del profeta Osea: “Voglio la misericordia e non il sacrificio” (Os 6,6). Se la Bibbia potesse riassumersi in una sola, lapidaria espressione, potremmo mettere sulle labbra di Dio queste parole, che sono descrittive della sua identità: “Io sono colui che ama”.
Quell’epifania marmorea, lì collocata nel 1954, è un riassunto simbolico dell’amore di Dio per ciascun uomo, la sintesi, il punto d’approdo della vicenda umana del Cristo. Fu voluta dal parroco don Michele Montaruli, che resse la parrocchia per ben quarantotto anni.
Credo che la parrocchia del Redentore, conosciuta anche come la “chiesa nuova”, sia l’epicentro spirituale di Ruvo, l’omphalos, non solo per evidenti ragioni logistiche, per la sua ubicazione. Ci sono considerazioni ulteriori, altri segni da interpretare, altre coincidenze da considerare, senza nulla togliere alle altre chiese ruvesi, anch’esse ricche di spunti per un ricco viaggio spirituale. Essa fu eretta sullo stallone o lamione del Castello di Melodia da cui presero le mosse i tredici cavalieri francesi per accingersi alla famosa disfida di Barletta. La sua collocazione a ridosso del luogo da cui tredici uomini partirono per battersi con altri tredici uomini italiani è significativa. Essa assurge a contraltare spirituale all’uso delle armi ed alla lotta fratricida; è un segno, un tempio eretto alla pace in un luogo dove, se non scorse il Sangue, di certo alcuni uomini nutrirono sentimenti di odio e di rivalità verso altri uomini. Ma lo stallone echeggia anche la greppia, la stalla di Betlemme dove il Cristo nasce da Maria. È luogo umile su cui edificare un tempio a Dio, al centro del paese, secondo la bella, profonda e finanche lungimirante intuizione del vescovo dell’epoca, mons. Pasquale Berardi.
Perché proprio al centro di Ruvo se non per marcare la signoria del Cristo e la conseguente importanza negli anni a venire del tempio che in suo onore vi sarebbe sorto, la sua funzione, il suo proprium? Se la chiesa Cattedrale è importantissima sotto il profilo storico e spirituale, un autentico monumento alla fede eretto nell’XI-XII secolo, la chiesa del SS. Redentore sorse agli albori del XX secolo quasi per proiettare il messaggio evangelico nel nuovo tempo. Con essa si aprì una nuova stagione spirituale, ci si volle introdurre nel nuovo secolo sotto le insegne del Cristo redentore degli uomini.
È bene ricordare quanto doloroso sia stato il secolo scorso per l’umanità e quanta parte dell’umanità ferita abbia in quegli anni bui guardato alla Chiesa cattolica e alla redenzione del genere umano che soltanto la fede nel messaggio evangelico e nella forza dello Spirito potevano operare. Basti fare cenno alle due guerre mondiali, al comunismo e al nazi-fascismo, ad Hiroshima e Nagasaki, al mondo diviso in due grandi blocchi belligeranti, alla Chiesa del silenzio, all’avvento del capitalismo selvaggio e graffiante, al pauperismo di tante aree del mondo, alla devastazione dell’ecosistema. Tutto nel corso del XX secolo, e tutto reclamante la redenzione ad opera del Cristo con maggiore forza ed urgenza che non nelle epoche precedenti.
Fu quindi felice intuizione pastorale, ai limiti della visione o della profezia, quella di addentrarsi nel tunnel del 1900 erigendo e dedicando un tempio al centro di Ruvo al Cristo redentore delle genti. Non si tolse nulla alle chiese preesistenti, le quali funsero quasi da levatrici della “chiesa nuova”, né tanto meno quelle sorte in seguito sarebbero state declassate o ridotte a semplici edifici spirituali di complemento, perché intatta è la dignità che viene dalla missione di divulgare la buona notizia. Ma con il SS. Redentore si intese accompagnare la nascita del nuovo secolo in questa cittadina, si inaugurò il tempo moderno che, di pari passo col progresso, avrebbe necessitato di un surplus di redenzione, quindi di un segno ecclesiale tangibile. La chiesa del Redentore fu quel segno tangibile e simbolico dell’amore misericordioso di Dio per gli uomini e le donne di Ruvo.
Salvatore Bernocco (Viaggio spirituale, copyright)
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[1] “La limitatezza dell’uomo […] non gli deriva dall’avere un corpo, ma dal non essere creatore di sé. E che l’uomo non sia creatore di sé può cogliersi dall’esperienza, e, se ci riflettiamo, anche da un ragionamento attento. Siamo, per esempio, consci di non essere sempre stati, e di non poter nulla oltre certi confini, talora anche abbastanza ristretti.” Giacomo Grasso, Che cosa è bene? Che cosa è male?, Piero Gribaudi Editore, Torino, II edizione, 1988, pag. 29.
[2] È senz’altro più libero l’uomo capace di amare rettamente, cioè senza alcuna finalità egoistica. Nelle relazioni in cui vige il do ut des, l’amore soffoca sotto il vincolo della condizione dativa, il cui paradigma contrattuale è “ti amo nella misura in cui tu mi ami”. Dove c’è misura non c’è amore totale, incondizionato. Si instaura una sorta di mercato di scambio dei sentimenti. Tuttavia, amando in modo incondizionato si assiste al miracolo dell’amore che torna, proprio come si legge nella “Preghiera semplice” erroneamente attribuita a San Francesco d’Assisi, in realtà rinvenuta nel 1915 in Normandia scritta a tergo di un Santino del Santo: “Perché, così è: dando, che si riceve.”
[3] Il giornalista Corrado Augias scrive nel suo ultimo libro, citando anche le parole di uno scrittore americano, certo Edgar L. Doctorow, che oggi solo i bambini ed i fondamentalisti credono alla verità delle storie sacre, rincarando la dose con una affermazione di chiaro stampo ateistico: “Nella grande magia di un universo divinamente concepito crede ormai solo una parte degli uomini”. E’ la summa del pensiero positivista e filosofico contemporaneo. Cfr. Corrado Augias, Leggere, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, I edizione, settembre 2007, pagg. 33 e 34.
[4] “Il processo di assimilazione e di trasformazione della Parola avviene nel mistero (senza che egli sappia come) e nell’inviolabile sacrario della coscienza e della libertà dell’uomo. Ogni intervento estraneo può solo produrre danni irrimediabili. L’unico che può entrare nell’intimo dell’uomo è il Signore Gesù, ma lui stesso ne chiede il permesso […]”. Alberto Maggi, Parabole come pietre, Cittadella Editrice, Assisi, 3^ edizione, febbraio 2004, pag. 36.
[5] C’è notevole differenza fra “religione” e “fede”. La religione è rispetto per la Legge ed è appannaggio degli scribi e dei farisei; la fede è l’adesione a Gesù, che cancella il peccato dell’uomo. “Mentre l’insegnamento religioso degli scribi tendeva a sottomettere l’uomo, privandolo della capacità di giudizio e di libertà, il messaggio di Gesù rende l’uomo libero e gli fa scoprire nuove possibilità e capacità d’amore.” A. Maggi, Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede), Cittadella Editrice, Assisi, IV edizione, gennaio 2004, pagg. 122 e 123.
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domenica 4 ottobre 2009
Pensieri sulle altezze spirituali

Chi desidera le altezze, tenga i piedi per terra, evitando di farsi travolgere dalla polvere (il cosiddetto spirito del mondo). Ammiri le vette (la scalata, l'ascesi, la fatica), consideri il lento incedere delle nuvole (invito alla pazienza), osservi il flettersi dei cipressi (richiamo all'umiltà, all'abbassamento), l'oscillare delle spighe al vento di scirocco (malleabilità, duttilità, perdono), rifletta sull'alternarsi delle stagioni, della notte al giorno, del caldo al freddo (accettazione dei propri stati d'animo). Chi desidera le altezze, quindi Dio, faccia tutto questo, ma ancora prima esca da se stesso per incontrare gli altri, per creare occasioni di incontro, di comunicazione profonda, parola che ha lo stesso prefisso di comune e di comunione e la stessa eco di unità.
venerdì 25 settembre 2009

Iniziamo col bonificare il terreno, ed il terreno su cui agire è il nostro spirito, il modo come percepiamo e sentiamo i rapporti, le vicende, noi stessi. È una operazione complessa, talvolta dolorosa, ma necessaria. Recidere i rami secchi, estirpare la sterpaglia che è cresciuta nel nostro orto interiore, dissodare, arare, piantare nuove idee e sentimenti, sorvegliarne i progressi e la crescita, portarvi acqua, segnare i confini del nostro territorio (giacché non possiamo tutto sebbene siamo nati per non morire: eternità non equivale ad infinità). Sono tutte attività prettamente spirituali destinate ad incidere sulla qualità della vita, affinché sia una vita che induce ad un di più di vita ed in cui sono lasciati ad essiccare i semi di morte. In realtà dovremmo parlare più correttamente di bonifica complessiva, non limitata esclusivamente allo spirito, ma a tutta la persona umana, che è un unicum inscindibile di corpo, anima e spirito. Ma curare l’uomo, intervenire sull’uomo equivale ad intervenire innanzitutto sul suo spirito, sul nucleo fondante del suo essere. La bonifica spirituale è l’operazione che precede tutte le altre. È l’intervento fondamentale. Essa ha per oggetto il parto di una visione nuova e liberante di Dio, il Padre misericordioso, l’esclusivamente buono, che ha mandato il suo unico figlio per liberarci dalle morti quotidiane e dalla morte seconda.
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