Quando alcune donne, nate dall’unione tra maschi e femmine, fondarono la loro città, dopo la fuga dal regno dei maschi ed un esodo durato moltissimi anni (alcuni storici parlano di 40 anni), decisero di darle il nome della prima martire della lotta di liberazione, lapidata perché aveva osato mettere in dubbio l’umanità del suo uomo, sposato senza il battesimo dell’amore, e per giunta fissandolo negli occhi. Ora la città di Amalia, che contava a quale tempo circa diecimila abitanti, distava poche miglia dal mare, le cui onde accarezzavano o schiaffeggiavano pietre e rocce, e sorgeva ai piedi di una collina da cui, in primavera, scendevano lentamente a valle odori di fresco e fiori ed erba bambina.
A capo della città vi era un triumvirato che restava in carica tre anni e che veniva eletto da un consiglio composto di trenta sagge, scelte per alzata di mano nell’agorà, al cui centro svettava la statua di marmo della martire. Saggia era considerata ogni donna che si fosse distinta per femminilità ed indipendenza, operosità ed intelligenza, e che, soprattutto, avesse dato prova di non rimpiangere l’uomo, sebbene – benché fosse illegale – talune, le più anziane, custodissero gelosamente le reliquie di indumenti od oggetti appartenuti ai loro avi di genere maschile.
Le più giovani non avvertivano il sentimento dell’amore, non sapevano cosa fosse quell’alchimia di cui si leggeva nei testi scolastici e che conduceva uomini e donne ad unirsi e a procreare. Quell’alchimia era rubricata alla voce amore, con postille e note a piè di pagina relative a dolori, illusioni e sofferenze. Molte associavano quel dolore dell’anima a quello fisico o a quello mestruale.
La regola era l’omosessualità. L’alternativa era la solitudine.
Ma come impedire l’estinzione del genere femminile? Come impedire che la città di Amalia si popolasse di vecchie dai grembi sterili e si estinguesse? Come perpetuare la specie in assenza del seme maschile? In un primo tempo si pensò di ricorrere alla scienza, alla biologia. Fu finanziato un progetto per creare sperma maschile dal nulla, da un insieme di piante che si diceva possedessero virtù magiche. La sperimentazione diede esito negativo. Fu per tale ragione che, scartata la scienza, dopo una consultazione popolare si pervenne alla decisione di importare dall’esterno seme maschile di origine controllata. La fecondazione assistita avrebbe risolto il problema della denatalità e del progressivo invecchiamento della popolazione. Alcune ambasciatrici si recarono all’estero e comprarono quantità cospicue di seme maschile. La questione successiva fu: cosa farne di embrioni maschili? In fondo, sostenevano le più ciniche, non si poteva parlare in senso stretto di figli, ma di procreati per ragioni di carattere sociale. Si poteva senza alcuna perplessità procedere alla loro soppressione. La donna doveva conservare il primato. Un maschio, uno solo, avrebbe rotto l’equilibrio. Il serpente si sarebbe intrufolato nel loro giardino e messo a soqquadro le loro vite, proprio come accadde all’origine dei tempi quando si consumò la scissione fra uomo e donna.
L’etica, la morale. Potevano queste “sovrastrutture” aeree imporre una nuova visione della vita? Non era la vita un fatto in sé, più prossima al materiale che allo spirituale? Vennero consultate alcune sacerdotesse del dio Sole, le quali sentenziarono che ogni cosa aveva un’anima, era pervasa dallo spirito. Lo spirito non si vedeva, non lo si poteva toccare, ma era in ogni fibra di ogni essere, dal più piccolo al più grande. Se si uccideva una creatura, che fosse una formica o un uomo, si commetteva un delitto contro il dio Sole. Il conflitto fra religione e Stato diede così luogo ad una lunga diatriba, finché si giunse a sancire la libertà della religione dallo Stato e dello Stato dalla religione. La legge avrebbe tenuto conto della libertà di coscienza, ed una commissione composta di due donne e di due sacerdotesse avrebbe vigilato sull’applicazione del principio.
Una grande filosofa di Amalia scrisse il “Trattato delle cose divine e dello spirito”, in cui introdusse la nozione di relazione fra diversi e di coesistenza delle differenze. Per salvare il genere femminile non si poteva prescindere non già dal seme maschile – fatto puramente meccanico o genetico - ma dall’uomo che si fosse sollevato alle altezze dell’anima, facendo perno sulla forza dello spirituale per dare senso alle cose materiali. Uomini, quindi, non puramente maschi.
Dall’importazione di seme si passò, progressivamente, a consentire l’accesso di uomini dotati di virtù. Non tutti coloro che entrarono nella città di Amalia si mostrarono all’altezza dello spirituale, ma questo – si convenne – era frutto della limitatezza dell’animo di uomo e donne. Su questa comune consapevolezza si costruì il futuro di Amalia, che fu popolata di donne gravide e di uomini con un anima pulsante.
Amalia prosperò e qualcuno la paragonò alla Città del Sole di Tommaso Campanella.
giovedì 14 luglio 2011
domenica 12 giugno 2011
La città della persona umana
Il Convegno regionale sui laici ha consegnato ai Vescovi di Puglia dodici proposizioni. Mi soffermerò in particolare sulla dodicesima proposizione, relativa all’impegno socio-politico. Vi si legge, fra l’altro, che le chiese di Puglia si impegnano a formare e sostenere donne ed uomini capaci di operare scelte, in campo socio-politico, nello stile del dono e della gratuità. Per raggiungere questo obiettivo è necessario costruire percorsi educativi radicati nella Parola.
È fuori di dubbio che sia improcrastinabile immaginare percorsi di formazione, scuole di cultura e di approfondimento delle tematiche socio-politiche orientate dalla Buona Notizia, che postula che l’amore-carità si tramuti, presto e bene, in fatto, progetto, azione che miri a liberare ogni uomo o donna dalle influenze di Satana, laicamente inteso quale l’istigatore – sui piani sociale e politico – di ogni lacerazione ed arretramento umano. Meno umanesimo, meno libertà, meno essenza vitale equivalgono per larga parte a meno cristianesimo, perché il cristianesimo rettamente inteso, nella sua versione depurata da moralismi e fondamentalismi, è ricerca della felicità di ogni essere umano, è travaso di vita nel recipiente delle nostre comunità. Il Vangelo non è un elenco di prescrizioni e di precetti moralistici, ma il vademecum della gioia, ottenuta attraverso comportamenti, atteggiamenti, pensieri, azioni che rispecchino l’amore incondizionato di Dio per ogni essere umano. Poiché chi ama vuole la felicità dell’essere amato, non che grondi tristezza e dolore o che si fustighi, Dio vuole che l’uomo sia felice a partire da questo tempo, qui ed ora. Rinviare la ricerca della felicità ad un tempo oltre la morte è depredare l’uomo, è renderlo schiavo della morte stessa, a ben pensarci. La morte non incute più timore se si è in Cristo e con Lui per costruire la felicità degli altri, sempre, anche quando costa fatica e rinunce. La felicità dell’uomo, che cioè la sua gioia sia grande, è quindi il progetto di Dio. Questo deve essere chiaro e la Chiesa deve convertirsi a questa visione ottimistica della storia, proprio fondandosi sul patrimonio di gioia che il Cristo le ha lasciato in eredità. Il Suo Spirito pervade la terra e soffia dove vuole, il che significa che raggiunge anche chi dovessimo ritenere lontano da noi per sensibilità religiosa, politica, ideale. Ciò che conta agli occhi di Dio è che ci si occupi degli orfani e delle vedove, vale a dire delle persone che non godono di alcuna protezione perché contano poco agli occhi dei potenti. I poveri sono strumentalizzati dal potere, ma non amati, e non potrebbe essere diversamente, perché il potere senza anima è l’Anticristo. Ciò comporta che si realizzino strumenti di analisi dei bisogni, discreti e rispettosi della dignità degli uomini, che sostengano il progetto di liberazione dal bisogno, che è fonte di nessuna libertà, di nessuna autonomia di pensiero, di nessun progresso. Se non si ha o non si è, si è preda di mercenari e contrabbandieri, di mistificatori e falsificatori di speranze.
Credo che non ci si debba più crogiolare in complesse analisi sociologiche, pure necessarie. È necessario passare dalla sintesi all’azione. Le città vanno organizzate secondo principi di giustizia sociale, e tale giustizia deve concretizzarsi, assumere forma di pane e lavoro, reddito sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa, di strumenti di cultura, teatro, luoghi creativi. Questa è la città della persona umana. Le altre sono le città dell’individuo, dove vige la legge del più forte, del potente, del signore.
Ma poniamoci una domanda. La Chiesa, e mi riferisco alle gerarchie e a certi laici credenti, si è mostra sempre coerente con questi principi? Ha sempre preferito l’uomo di fede all’uomo di potere? Non ha talvolta inclinato verso personaggi di dubbia moralità per accattivarsene i favori? Possiamo dare lezione di onestà intellettuale e di integrità morale agli altri o dobbiamo prenderne? Ciascuno dia in cuor suo una risposta.
Salvatore Bernocco
da Fermento, Giugno 2011
È fuori di dubbio che sia improcrastinabile immaginare percorsi di formazione, scuole di cultura e di approfondimento delle tematiche socio-politiche orientate dalla Buona Notizia, che postula che l’amore-carità si tramuti, presto e bene, in fatto, progetto, azione che miri a liberare ogni uomo o donna dalle influenze di Satana, laicamente inteso quale l’istigatore – sui piani sociale e politico – di ogni lacerazione ed arretramento umano. Meno umanesimo, meno libertà, meno essenza vitale equivalgono per larga parte a meno cristianesimo, perché il cristianesimo rettamente inteso, nella sua versione depurata da moralismi e fondamentalismi, è ricerca della felicità di ogni essere umano, è travaso di vita nel recipiente delle nostre comunità. Il Vangelo non è un elenco di prescrizioni e di precetti moralistici, ma il vademecum della gioia, ottenuta attraverso comportamenti, atteggiamenti, pensieri, azioni che rispecchino l’amore incondizionato di Dio per ogni essere umano. Poiché chi ama vuole la felicità dell’essere amato, non che grondi tristezza e dolore o che si fustighi, Dio vuole che l’uomo sia felice a partire da questo tempo, qui ed ora. Rinviare la ricerca della felicità ad un tempo oltre la morte è depredare l’uomo, è renderlo schiavo della morte stessa, a ben pensarci. La morte non incute più timore se si è in Cristo e con Lui per costruire la felicità degli altri, sempre, anche quando costa fatica e rinunce. La felicità dell’uomo, che cioè la sua gioia sia grande, è quindi il progetto di Dio. Questo deve essere chiaro e la Chiesa deve convertirsi a questa visione ottimistica della storia, proprio fondandosi sul patrimonio di gioia che il Cristo le ha lasciato in eredità. Il Suo Spirito pervade la terra e soffia dove vuole, il che significa che raggiunge anche chi dovessimo ritenere lontano da noi per sensibilità religiosa, politica, ideale. Ciò che conta agli occhi di Dio è che ci si occupi degli orfani e delle vedove, vale a dire delle persone che non godono di alcuna protezione perché contano poco agli occhi dei potenti. I poveri sono strumentalizzati dal potere, ma non amati, e non potrebbe essere diversamente, perché il potere senza anima è l’Anticristo. Ciò comporta che si realizzino strumenti di analisi dei bisogni, discreti e rispettosi della dignità degli uomini, che sostengano il progetto di liberazione dal bisogno, che è fonte di nessuna libertà, di nessuna autonomia di pensiero, di nessun progresso. Se non si ha o non si è, si è preda di mercenari e contrabbandieri, di mistificatori e falsificatori di speranze.
Credo che non ci si debba più crogiolare in complesse analisi sociologiche, pure necessarie. È necessario passare dalla sintesi all’azione. Le città vanno organizzate secondo principi di giustizia sociale, e tale giustizia deve concretizzarsi, assumere forma di pane e lavoro, reddito sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa, di strumenti di cultura, teatro, luoghi creativi. Questa è la città della persona umana. Le altre sono le città dell’individuo, dove vige la legge del più forte, del potente, del signore.
Ma poniamoci una domanda. La Chiesa, e mi riferisco alle gerarchie e a certi laici credenti, si è mostra sempre coerente con questi principi? Ha sempre preferito l’uomo di fede all’uomo di potere? Non ha talvolta inclinato verso personaggi di dubbia moralità per accattivarsene i favori? Possiamo dare lezione di onestà intellettuale e di integrità morale agli altri o dobbiamo prenderne? Ciascuno dia in cuor suo una risposta.
Salvatore Bernocco
da Fermento, Giugno 2011
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La città della persona umana
Il Convegno regionale sui laici ha consegnato ai Vescovi di Puglia dodici proposizioni. Mi soffermerò in particolare sulla dodicesima proposizione, relativa all’impegno socio-politico. Vi si legge, fra l’altro, che le chiese di Puglia si impegnano a formare e sostenere donne ed uomini capaci di operare scelte, in campo socio-politico, nello stile del dono e della gratuità. Per raggiungere questo obiettivo è necessario costruire percorsi educativi radicati nella Parola.
È fuori di dubbio che sia improcrastinabile immaginare percorsi di formazione, scuole di cultura e di approfondimento delle tematiche socio-politiche orientate dalla Buona Notizia, che postula che l’amore-carità si tramuti, presto e bene, in fatto, progetto, azione che miri a liberare ogni uomo o donna dalle influenze di Satana, laicamente inteso quale l’istigatore – sui piani sociale e politico – di ogni lacerazione ed arretramento umano. Meno umanesimo, meno libertà, meno essenza vitale equivalgono per larga parte a meno cristianesimo, perché il cristianesimo rettamente inteso, nella sua versione depurata da moralismi e fondamentalismi, è ricerca della felicità di ogni essere umano, è travaso di vita nel recipiente delle nostre comunità. Il Vangelo non è un elenco di prescrizioni e di precetti moralistici, ma il vademecum della gioia, ottenuta attraverso comportamenti, atteggiamenti, pensieri, azioni che rispecchino l’amore incondizionato di Dio per ogni essere umano. Poiché chi ama vuole la felicità dell’essere amato, non che grondi tristezza e dolore o che si fustighi, Dio vuole che l’uomo sia felice a partire da questo tempo, qui ed ora. Rinviare la ricerca della felicità ad un tempo oltre la morte è depredare l’uomo, è renderlo schiavo della morte stessa, a ben pensarci. La morte non incute più timore se si è in Cristo e con Lui per costruire la felicità degli altri, sempre, anche quando costa fatica e rinunce. La felicità dell’uomo, che cioè la sua gioia sia grande, è quindi il progetto di Dio. Questo deve essere chiaro e la Chiesa deve convertirsi a questa visione ottimistica della storia, proprio fondandosi sul patrimonio di gioia che il Cristo le ha lasciato in eredità. Il Suo Spirito pervade la terra e soffia dove vuole, il che significa che raggiunge anche chi dovessimo ritenere lontano da noi per sensibilità religiosa, politica, ideale. Ciò che conta agli occhi di Dio è che ci si occupi degli orfani e delle vedove, vale a dire delle persone che non godono di alcuna protezione perché contano poco agli occhi dei potenti. I poveri sono strumentalizzati dal potere, ma non amati, e non potrebbe essere diversamente, perché il potere senza anima è l’Anticristo. Ciò comporta che si realizzino strumenti di analisi dei bisogni, discreti e rispettosi della dignità degli uomini, che sostengano il progetto di liberazione dal bisogno, che è fonte di nessuna libertà, di nessuna autonomia di pensiero, di nessun progresso. Se non si ha o non si è, si è preda di mercenari e contrabbandieri, di mistificatori e falsificatori di speranze.
Credo che non ci si debba più crogiolare in complesse analisi sociologiche, pure necessarie. È necessario passare dalla sintesi all’azione. Le città vanno organizzate secondo principi di giustizia sociale, e tale giustizia deve concretizzarsi, assumere forma di pane e lavoro, reddito sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa, di strumenti di cultura, teatro, luoghi creativi. Questa è la città della persona umana. Le altre sono le città dell’individuo, dove vige la legge del più forte, del potente, del signore.
Ma poniamoci una domanda. La Chiesa, e mi riferisco alle gerarchie e a certi laici credenti, si è mostra sempre coerente con questi principi? Ha sempre preferito l’uomo di fede all’uomo di potere? Non ha talvolta inclinato verso personaggi di dubbia moralità per accattivarsene i favori? Possiamo dare lezione di onestà intellettuale e di integrità morale agli altri o dobbiamo prenderne? Ciascuno dia in cuor suo una risposta.
Salvatore Bernocco
Fermento, Giugno 2011
È fuori di dubbio che sia improcrastinabile immaginare percorsi di formazione, scuole di cultura e di approfondimento delle tematiche socio-politiche orientate dalla Buona Notizia, che postula che l’amore-carità si tramuti, presto e bene, in fatto, progetto, azione che miri a liberare ogni uomo o donna dalle influenze di Satana, laicamente inteso quale l’istigatore – sui piani sociale e politico – di ogni lacerazione ed arretramento umano. Meno umanesimo, meno libertà, meno essenza vitale equivalgono per larga parte a meno cristianesimo, perché il cristianesimo rettamente inteso, nella sua versione depurata da moralismi e fondamentalismi, è ricerca della felicità di ogni essere umano, è travaso di vita nel recipiente delle nostre comunità. Il Vangelo non è un elenco di prescrizioni e di precetti moralistici, ma il vademecum della gioia, ottenuta attraverso comportamenti, atteggiamenti, pensieri, azioni che rispecchino l’amore incondizionato di Dio per ogni essere umano. Poiché chi ama vuole la felicità dell’essere amato, non che grondi tristezza e dolore o che si fustighi, Dio vuole che l’uomo sia felice a partire da questo tempo, qui ed ora. Rinviare la ricerca della felicità ad un tempo oltre la morte è depredare l’uomo, è renderlo schiavo della morte stessa, a ben pensarci. La morte non incute più timore se si è in Cristo e con Lui per costruire la felicità degli altri, sempre, anche quando costa fatica e rinunce. La felicità dell’uomo, che cioè la sua gioia sia grande, è quindi il progetto di Dio. Questo deve essere chiaro e la Chiesa deve convertirsi a questa visione ottimistica della storia, proprio fondandosi sul patrimonio di gioia che il Cristo le ha lasciato in eredità. Il Suo Spirito pervade la terra e soffia dove vuole, il che significa che raggiunge anche chi dovessimo ritenere lontano da noi per sensibilità religiosa, politica, ideale. Ciò che conta agli occhi di Dio è che ci si occupi degli orfani e delle vedove, vale a dire delle persone che non godono di alcuna protezione perché contano poco agli occhi dei potenti. I poveri sono strumentalizzati dal potere, ma non amati, e non potrebbe essere diversamente, perché il potere senza anima è l’Anticristo. Ciò comporta che si realizzino strumenti di analisi dei bisogni, discreti e rispettosi della dignità degli uomini, che sostengano il progetto di liberazione dal bisogno, che è fonte di nessuna libertà, di nessuna autonomia di pensiero, di nessun progresso. Se non si ha o non si è, si è preda di mercenari e contrabbandieri, di mistificatori e falsificatori di speranze.
Credo che non ci si debba più crogiolare in complesse analisi sociologiche, pure necessarie. È necessario passare dalla sintesi all’azione. Le città vanno organizzate secondo principi di giustizia sociale, e tale giustizia deve concretizzarsi, assumere forma di pane e lavoro, reddito sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa, di strumenti di cultura, teatro, luoghi creativi. Questa è la città della persona umana. Le altre sono le città dell’individuo, dove vige la legge del più forte, del potente, del signore.
Ma poniamoci una domanda. La Chiesa, e mi riferisco alle gerarchie e a certi laici credenti, si è mostra sempre coerente con questi principi? Ha sempre preferito l’uomo di fede all’uomo di potere? Non ha talvolta inclinato verso personaggi di dubbia moralità per accattivarsene i favori? Possiamo dare lezione di onestà intellettuale e di integrità morale agli altri o dobbiamo prenderne? Ciascuno dia in cuor suo una risposta.
Salvatore Bernocco
Fermento, Giugno 2011
mercoledì 2 febbraio 2011
L’OSPITE INQUIETANTE
Politica locale avvitata su se stessa o svitata, nel senso di matta, folle, irrazionale? Entrambe le cose, anche perché la condizione solipsistica è terreno fertile per la follia. Molti si parlano addosso in queste ore, anche sui siti web. Scrivono cose che non pensano, falsificano il corso degli eventi, addolciscono la pillola. Fra “strategia del centrodestra” e “il teatrino della politica” la ragione si perde, naufraga. Probabilmente la politica ha sue logiche-illogiche che non appartengono ad altro ambito delle scienze sociali. È, la politica locale, un fenomeno da studiare, da approfondire da parte di sociologi, politologi e filosofi alla Cacciari. Oppure è vero il contrario? Troppo semplice la lettura degli accadimenti da accreditarsi a raffinate menti contorte, la semplicità e la linearità essendo entrate a far parte dell’insolito e finanche dell’inutile. Portiamo elementi di riflessione alle nostre tesi, sperando di essere smentiti con argomenti seri e circostanziati e non con insulti e minacce dirette ed indirette, esercizio, quest’ultimo, nel quale eccelle un politico nostrano che non si arrende all’evidenza del tempo che passa e all’affermarsi di nuove generazioni che, dai suoi contorsionismi, hanno francamente poco da apprendere, anzi nulla. O forse no, perché, come sosteneva il filosofo francese Jean Guitton, si conosce per contrasto, e quindi quella figura di politico locale assurge a figura emblematica e simbolica di come occorre non-essere e non-comportarsi in politica e nella vita di relazione. Essendo le città, i paesi, i borghi comunità di esseri umani in relazione, se queste dovessero dipendere dai capricci e dalle ambizioni di potere dell’anti-politico si trasformerebbero in crocevia di caste e di egoismi corporativi. Non ci sarebbe più l’Uomo con i suoi bisogni, ma l’individuo da manipolare e da asservire ai propri fini. Non ci sarebbe più la società, ma le società segrete, le combriccole, le carbonerie. Nessuna amicizia, perché in politica essa non ha valore alcuno, ma interessi ed inciuci. D’altronde, mi consta personalmente che quel politico abbia espressamente dichiarato che, in politica, l’amicizia è una superfetazione, un disvalore, un bruscolo nell’occhio rapace che va eliminato con il collirio del tornaconto. Un po’ di gocce di convenienza ed il gioco è fatto, si troncano rapporti come si concludono i giochi sessuali berlusconiani, con un calcio nel deretano, con la mistificazione e la menzogna. Millantando contentini. Su queste basi le società si riducono ad aggregati di individui in lotta per la sopravvivenza. È la legge della giungla urbana; è la cartina di tornasole del livello di acidità dei cuori che, per vivere, necessitano dell’ossigeno della verità e di condotte trasparenti e cristalline. In politica la linearità e la logica non andrebbero mai abolite, perché la loro mancanza partorirebbe mostri quali: provvedimenti amministrativi senza né capo né coda, lassismo, superficialità, ambivalenze, timori reverenziali, il pugno di ferro, l’intolleranza e l’intimidazione, la diade amico-nemico (bisognerebbe rileggersi Bobbio sul punto), per cui se non sei dalla mia parte, sei mio nemico, ed io devo fare quanto è nelle mie possibilità per ridurti al silenzio, distruggerti, renderti la vita difficile.
A Ruvo siamo giunti a questo capolinea? Non spetta a me dirlo, ma siamo sulla buona strada. È di tutta evidenza. Di certo un ospite inquieto ed inquietante si aggira per le vuote segreterie politiche di ciò che resta delle sedi di partito, dove fra uno scopone ed un tressette, una cospirazione a due o a tre, il sussurrio dei maldicenti ed il sibilo sinistro dei delatori, si complotta ai danni del paese, delle persone perbene – che ancora ci sono -, a vantaggio di pochi o di nessuno. Si fa strada la nuova visione copernicana narcisistica: io sono il centro del sistema, io conto, io solo penso e ho le soluzioni (a cosa, soprattutto quando si è all’origine di tanti disastri?). Voi, tutti voi, siete appendici, protesi del capo, come Fitto lo fu di Berlusconi (a quale protesi alludesse il Drago, dopo le vicende di questi giorni condite di escort, mignotte, denaro, corruzione, etc., è ora abbastanza chiaro).
L’ospite inquietante è il cinismo, che dà la patente del cattolicesimo sociale a chi, semmai, lo utilizza strumentalmente, giusto per intercettare il voto di qualche nostalgico di un tempo in cui la D.C. era il partito dei cattolici democratici e liberali, con una costante caratterizzazione laica che farebbe impallidire gli odierni cattolici prestati alla politica o, meglio, che sono in politica per ottenere qualche prestito, un seggio alla Provincia o alla Regione, che significa tanti soldi e poche noie per almeno cinque anni. Troppe genuflessioni e poca sana laicità, perché lo Stato e le istituzioni sono laiche e non confessionali. Speriamo cessi quanto prima quest’operazione mistificatoria. Quanto alla fede, è evidente che più che dirsi cristiani, occorre esserlo. Sarebbe il miglior viatico alla nuova evangelizzazione. Sarebbe il servizio più alto alla Chiesa ed alla comunità degli uomini e delle donne.
L’ospite inquietante è il nichilismo delle classi dirigenti, che mettono sulla bilancia il calcolo invece del bene comune. Alcuni suggeriscono che le alleanze di oggi per le amministrative del prossimo maggio riflettono in realtà i calcoli dei singoli circa il loro futuro politico. In altre parole avremo l’impressione di eleggere sindaco e consiglieri comunali, ma in realtà porteremo acqua alle aspirazioni dei singoli per altri scranni, quali la Provincia e la Regione Puglia , con largo anticipo. Già, possiamo pure chiamarle, in tal senso, elezioni anticipate; l’apparenza dice Ruvo, la sostanza dice “altrove”, non qui, non la città delle due gestioni commissariali e dei due fallimenti amministrativi, uno di sinistra, forse due, ed uno di destra, forse due, se la “strana coalizione” dovesse vincere le amministrative. Il futuro di Ruvo è già scritto. Facciamo le Cassandre? È probabile, ma quanto sta accadendo all’ombra del gallo di Melodia e nei suoi dintorni è eloquente.
Vediamo aggirasi ombre grigie e sinistre e destre su Palazzo Avitaja. Speriamo che un vento di maestrale le spazzi via, prima che sia troppo tardi. Salvatore Bernocco
da Ruvolibera, Copyright 2011
A Ruvo siamo giunti a questo capolinea? Non spetta a me dirlo, ma siamo sulla buona strada. È di tutta evidenza. Di certo un ospite inquieto ed inquietante si aggira per le vuote segreterie politiche di ciò che resta delle sedi di partito, dove fra uno scopone ed un tressette, una cospirazione a due o a tre, il sussurrio dei maldicenti ed il sibilo sinistro dei delatori, si complotta ai danni del paese, delle persone perbene – che ancora ci sono -, a vantaggio di pochi o di nessuno. Si fa strada la nuova visione copernicana narcisistica: io sono il centro del sistema, io conto, io solo penso e ho le soluzioni (a cosa, soprattutto quando si è all’origine di tanti disastri?). Voi, tutti voi, siete appendici, protesi del capo, come Fitto lo fu di Berlusconi (a quale protesi alludesse il Drago, dopo le vicende di questi giorni condite di escort, mignotte, denaro, corruzione, etc., è ora abbastanza chiaro).
L’ospite inquietante è il cinismo, che dà la patente del cattolicesimo sociale a chi, semmai, lo utilizza strumentalmente, giusto per intercettare il voto di qualche nostalgico di un tempo in cui la D.C. era il partito dei cattolici democratici e liberali, con una costante caratterizzazione laica che farebbe impallidire gli odierni cattolici prestati alla politica o, meglio, che sono in politica per ottenere qualche prestito, un seggio alla Provincia o alla Regione, che significa tanti soldi e poche noie per almeno cinque anni. Troppe genuflessioni e poca sana laicità, perché lo Stato e le istituzioni sono laiche e non confessionali. Speriamo cessi quanto prima quest’operazione mistificatoria. Quanto alla fede, è evidente che più che dirsi cristiani, occorre esserlo. Sarebbe il miglior viatico alla nuova evangelizzazione. Sarebbe il servizio più alto alla Chiesa ed alla comunità degli uomini e delle donne.
L’ospite inquietante è il nichilismo delle classi dirigenti, che mettono sulla bilancia il calcolo invece del bene comune. Alcuni suggeriscono che le alleanze di oggi per le amministrative del prossimo maggio riflettono in realtà i calcoli dei singoli circa il loro futuro politico. In altre parole avremo l’impressione di eleggere sindaco e consiglieri comunali, ma in realtà porteremo acqua alle aspirazioni dei singoli per altri scranni, quali la Provincia e la Regione Puglia , con largo anticipo. Già, possiamo pure chiamarle, in tal senso, elezioni anticipate; l’apparenza dice Ruvo, la sostanza dice “altrove”, non qui, non la città delle due gestioni commissariali e dei due fallimenti amministrativi, uno di sinistra, forse due, ed uno di destra, forse due, se la “strana coalizione” dovesse vincere le amministrative. Il futuro di Ruvo è già scritto. Facciamo le Cassandre? È probabile, ma quanto sta accadendo all’ombra del gallo di Melodia e nei suoi dintorni è eloquente.
Vediamo aggirasi ombre grigie e sinistre e destre su Palazzo Avitaja. Speriamo che un vento di maestrale le spazzi via, prima che sia troppo tardi. Salvatore Bernocco
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domenica 26 dicembre 2010
UN EVENTO DOPO L’ALTRO, MA POI?
La Sagra del Fungo Cardoncello del 13 e 14 novembre, la XII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico tenutasi a Paestum dal 19 al 22 novembre, la Banda di Ruvo con Pino Minafra ed il M° Michele Di Puppo a Bari al Kursaal Santa Lucia, il 24 novembre, dove è stato presentato il nuovo CD edito dall’etichetta bavarese Enja di Matthias Winckelman, come il precedente lavoro intitolato “La Banda”.
La Pro Loco di Ruvo di Puglia ha organizzato egregiamente la sagra, che ha avuto un’affluenza record di visitatori, e ha partecipato alla Borsa Mediterranea di Paestum per ribadire che essa vuole continuare ad essere portatrice di quelle tradizioni e di quei valori su cui Ruvo si è fondata e tuttora si fonda, nonostante siano palpabili i sintomi della stanchezza e dell’apatia che attraversano la politica, l’economia, il commercio, la cultura, la società. È come se fosse venuto meno il collante della speranza in un riscatto ed in un nuovo inizio. Le società diventano comunità se questo collante regge e si consolida. Quando si allenta, le comunità fanno retromarcia, scendono di un gradino, diventano società, cioè aggregato di uomini e donne che vivono in un luogo senza sentire di appartenervi, senza prendere parte alle decisioni circa il futuro del paese. Non percepiscono cosa sia il bene comune. Seguono le regole, le tradizioni, i regolamenti e quant’altro perché, in un certo senso, vi sono costretti. In verità, dall’idea appena delineata di società si può ulteriormente regredire di uno scalino, e ci si può trasformare in aggregato di uomini e donne, che si ha nel momento in cui il senso di non appartenenza assume aspetti quasi violenti di rifiuto delle regole e delle consuetudini, l’individualismo personale e/o corporativo prende piede, la politica non è più in grado di amministrare con lungimiranza e non si occupa neppure dell’ordinaria amministrazione, ciascuno cerca di farsi strada passando finanche sul cadavere dei propri cari. Uno scenario apocalittico? Assolutamente no, basterebbe analizzare le crisi delle società complesse, soprattutto in quest’epoca di profondo disagio morale e di difficoltà economica globale. L’alternativa alle situazioni di degrado, anche in funzione preventiva, è la cultura, che sia povera o raffinata poco importa. Cultura come sapere, conoscenza utile al farsi delle comunità e alla crescita personale, inaugurando il circuito virtuoso che va dal singolo alla comunità e viceversa. Cultura come rispetto dell’esistente e immaginazione di alternative di sviluppo, come combinazione sapiente di tradizioni e novità di qualità da esportare in funzione del richiamo e dell’attrattiva turistica. È risaputo che non ogni novità che viene proposta ed ottiene cospicui finanziamenti sia una bella novità, cioè sia utile a quel processo di crescita e sviluppo di cui ho detto. Quante pessime novità sono state spacciate come eventi? Parecchie, con spreco di denaro pubblico e nessun beneficio per il cuore e la mente, per il commercio ed il turismo.
Il 19 giugno 2009 la Banda di Ruvo di Puglia ebbe un enorme successo in Francia, al festival di Saint Denis a Parigi. Le musiche della Settimana Santa e quelle di Nino Rota si fusero e diedero vita ad un evento significativo che riscosse successo di pubblico e di critica. La Pro Loco svolse anche a Parigi un’importante funzione di promozione del nostro territorio e delle nostre tradizioni, avvalendosi di un’opportunità di prestigio che assai di rado si verifica.
Il Talos Festival è morto e sepolto, è ormai un ricordo. L’ex convento dei Domenicani è una cattedrale nel deserto. La scuola di musica comunale, che ha sfornato centinaia di bravi musicisti, è stata chiusa. Ci sono miriadi di associazioni culturali e musicali che però non fanno sistema, che si fanno concorrenza leale e sleale, che lottano per ritagliarsi qualche piccolo spazio di notorietà ed ottenere il patrocinio economico del Comune. Bande musicali che diventano bande di soggetti in conflitto fra di loro. Questa frammentazione non giova al paese né al progetto comunitario. Questo individualismo associativo - un ossimoro, una contraddizione in termini, a ben vedere – non porta ossigeno ai polmoni di Ruvo. Occorrerebbe superare la fase infantile dell’egoismo – perché, in fondo, di questo si tratta – ed immaginare di fare un bel tratto di strada insieme, valorizzando le specificità e le esperienze di tutti, senza far sfoggio di intolleranza e primazie.
Non si tratta di abdicare a sé, ma di ritrovarsi in un progetto più ampio, più a misura d’uomo, che è essere in relazione con altri uomini per un fine educativo e morale alto: dare alle nuove generazioni motivi di speranza, affidare loro un organismo vivente, non un paziente in coma.
Salvatore Bernocco
da IL RUBASTINO, Dicembre 2010, Copyright
La Pro Loco di Ruvo di Puglia ha organizzato egregiamente la sagra, che ha avuto un’affluenza record di visitatori, e ha partecipato alla Borsa Mediterranea di Paestum per ribadire che essa vuole continuare ad essere portatrice di quelle tradizioni e di quei valori su cui Ruvo si è fondata e tuttora si fonda, nonostante siano palpabili i sintomi della stanchezza e dell’apatia che attraversano la politica, l’economia, il commercio, la cultura, la società. È come se fosse venuto meno il collante della speranza in un riscatto ed in un nuovo inizio. Le società diventano comunità se questo collante regge e si consolida. Quando si allenta, le comunità fanno retromarcia, scendono di un gradino, diventano società, cioè aggregato di uomini e donne che vivono in un luogo senza sentire di appartenervi, senza prendere parte alle decisioni circa il futuro del paese. Non percepiscono cosa sia il bene comune. Seguono le regole, le tradizioni, i regolamenti e quant’altro perché, in un certo senso, vi sono costretti. In verità, dall’idea appena delineata di società si può ulteriormente regredire di uno scalino, e ci si può trasformare in aggregato di uomini e donne, che si ha nel momento in cui il senso di non appartenenza assume aspetti quasi violenti di rifiuto delle regole e delle consuetudini, l’individualismo personale e/o corporativo prende piede, la politica non è più in grado di amministrare con lungimiranza e non si occupa neppure dell’ordinaria amministrazione, ciascuno cerca di farsi strada passando finanche sul cadavere dei propri cari. Uno scenario apocalittico? Assolutamente no, basterebbe analizzare le crisi delle società complesse, soprattutto in quest’epoca di profondo disagio morale e di difficoltà economica globale. L’alternativa alle situazioni di degrado, anche in funzione preventiva, è la cultura, che sia povera o raffinata poco importa. Cultura come sapere, conoscenza utile al farsi delle comunità e alla crescita personale, inaugurando il circuito virtuoso che va dal singolo alla comunità e viceversa. Cultura come rispetto dell’esistente e immaginazione di alternative di sviluppo, come combinazione sapiente di tradizioni e novità di qualità da esportare in funzione del richiamo e dell’attrattiva turistica. È risaputo che non ogni novità che viene proposta ed ottiene cospicui finanziamenti sia una bella novità, cioè sia utile a quel processo di crescita e sviluppo di cui ho detto. Quante pessime novità sono state spacciate come eventi? Parecchie, con spreco di denaro pubblico e nessun beneficio per il cuore e la mente, per il commercio ed il turismo.
Il 19 giugno 2009 la Banda di Ruvo di Puglia ebbe un enorme successo in Francia, al festival di Saint Denis a Parigi. Le musiche della Settimana Santa e quelle di Nino Rota si fusero e diedero vita ad un evento significativo che riscosse successo di pubblico e di critica. La Pro Loco svolse anche a Parigi un’importante funzione di promozione del nostro territorio e delle nostre tradizioni, avvalendosi di un’opportunità di prestigio che assai di rado si verifica.
Il Talos Festival è morto e sepolto, è ormai un ricordo. L’ex convento dei Domenicani è una cattedrale nel deserto. La scuola di musica comunale, che ha sfornato centinaia di bravi musicisti, è stata chiusa. Ci sono miriadi di associazioni culturali e musicali che però non fanno sistema, che si fanno concorrenza leale e sleale, che lottano per ritagliarsi qualche piccolo spazio di notorietà ed ottenere il patrocinio economico del Comune. Bande musicali che diventano bande di soggetti in conflitto fra di loro. Questa frammentazione non giova al paese né al progetto comunitario. Questo individualismo associativo - un ossimoro, una contraddizione in termini, a ben vedere – non porta ossigeno ai polmoni di Ruvo. Occorrerebbe superare la fase infantile dell’egoismo – perché, in fondo, di questo si tratta – ed immaginare di fare un bel tratto di strada insieme, valorizzando le specificità e le esperienze di tutti, senza far sfoggio di intolleranza e primazie.
Non si tratta di abdicare a sé, ma di ritrovarsi in un progetto più ampio, più a misura d’uomo, che è essere in relazione con altri uomini per un fine educativo e morale alto: dare alle nuove generazioni motivi di speranza, affidare loro un organismo vivente, non un paziente in coma.
Salvatore Bernocco
da IL RUBASTINO, Dicembre 2010, Copyright
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LA COMMEDIA DEGLI EQUIVOCI
Il grande drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare scrisse tra il 1589 e il 1594 “La commedia degli errori” (The Comedy of Errors), o “La commedia degli equivoci”. Fu una delle sue prime commedie. Essa ha una connotazione farsesca e comica, laddove il lato comico è dato dallo "slapstick", cioè da scherzi maneschi o grossolani, e dallo scambio d'identità, in aggiunta ai giochi di parole e alle cosiddette paronomasie, cioè ai bisticci di parole.
Pur essendo passata molta acqua sotto i ponti della Storia e delle storie, questa commedia va in scena quotidianamente, forse perché la vita stessa è intessuta di equivoci o di errori più o meno madornali. Ed è attuale nella politica locale, dove gli equivoci si sommano alle incomprensioni, ai deliri ed alle fantasie, dando luogo ad una mistura molto pericolosa e dannosa per la politica medesima, tanto a destra quanto a sinistra.
Non so bene come stiano le cose, ma pare che l’occhio della magistratura sia caduto sulla questione dei comparti. I giudici voglio vederci chiaro, ma su quali aspetti non è dato sapere. Ed ecco che pian piano prende corpo un atto della suddetta commedia, e si fa strada l’ipotesi che ci sia stato un complotto ordito da settori della maggioranza che amministra la città per colpire soggetti della maggioranza medesima. In altre parole nelle file della maggioranza si aggirerebbe un traditore, un golpista. Vero? Falso? Chissà! Quando si solleva un polverone è difficile orientarsi e capirci qualcosa, se ci sia stato un equivoco o un errore amministrativo oppure no, tale da giustificare l’intervento della magistratura e l’acquisizione degli atti inerenti ai comparti, croce e delizia della politica locale da moltissimi anni.
Com’è ovvio che sia, ci si interpella sull’eminenza grigia dell’operazione, e, fra il serio ed il faceto, spuntano nomi più o meno noti, e si fanno illazioni che attengono agli equilibri interni ai partiti. Giochi altamente pericolosi, se così fosse. Manovre che delegittimerebbero la politica locale, che già non se la passa molto bene, a pochi mesi dalle amministrative della prossima primavera, quando saremo chiamati ad eleggere sindaco e consiglio comunale in un clima, si spera, sereno e con piena avvertenza circa uomini, squadre, programmi per il futuro della città. In questo senso, le danze sono state iniziate dal movimento/partito che sostiene la candidatura del dr. Matteo Paparella, che ha previsto una serie di incontri programmatici su diverse questioni a partire dal mese di dicembre presso la Birreria dei Cavalieri. L’obiettivo è quello di elargire ricette preconfezionate o di ascoltare gli umori, le idee, i suggerimenti degli invitati? Già, perché non vi si accede liberamente, ma dietro invito, cosa alquanto inusuale. E questo mentre il dr. Paparella è sotto tiro alla Provincia di Bari da parte di esponenti della sua stessa parte politica.
Ma andiamo avanti. Mentre prosegue la commedia degli equivoci nel centrodestra, dove l’equivoco consiste nella candidatura di due esponenti dello stesso partito, il PDL, i quali non si daranno pacche sulle spalle ma ceffoni politici, nello schieramento di sinistra si deve registrare il fraintendimento sulla scelta del PD di candidare Vito Nicola Ottombrini alla carica di sindaco. Qual è il fraintendimento? È stato detto che la scelta di candidare Ottombrini sia stata in qualche modo condizionata, obbligata, resa inevitabile dal quadrumvirato di maggioranza del PD, composto da Caterina Montaruli, Luca Crispino, Biagio Mastrorilli e lo stesso Ottombrini. Scientemente non sarebbe stato attivato un percorso virtuoso per l’individuazione del candidato ottimale. Ma ciò detto, Vito Ottombrini è il candidato della coalizione, quindi uno dei protagonisti della commedia degli equivoci, e sul punto non sembra si possa tornare indietro o obiettare. Del resto, ci risulta che siano stati condotti dei sondaggi, che siano state avvicinate alcune persone, le quali non si sarebbero rese disponibili, esibendo la carta di picche. Come questi sondaggi siano stati condotti, se in modo da provocare un rifiuto da parte degli avvicinati o in altro modo, non ci è dato, anche in questo caso, sapere.
Altro capitolo o paragrafo è rappresentato dalla posizione dell’UDC. Con chi si schiererà il partito di Casini, Cesa e Buttiglione? Con la sinistra o con la destra? E con quale destra, visto che ce ne sarebbero due? Le indiscrezioni danno ancora candidato il dr. Saverio Fatone, già sindaco di Ruvo. Se così fosse, ci sarebbe una terza candidatura a sindaco, con ballottaggio assicurato.
Allo stato dell’arte, quindi, sul proscenio ci sarebbero tre medici ed un insegnante, ex funzionario dell’INPS. Sorge spontanea una domanda: che la medicina non sia più una professione da esercitare? Ecco allora che la nostrana commedia degli equivoci potrebbe intitolarsi proprio così “Tre medici ed un insegnante”, dove, all’atto secondo, il diplomato la spunta sui laureati. Potrebbe darsi, perché no?
Salvatore Bernocco
Pur essendo passata molta acqua sotto i ponti della Storia e delle storie, questa commedia va in scena quotidianamente, forse perché la vita stessa è intessuta di equivoci o di errori più o meno madornali. Ed è attuale nella politica locale, dove gli equivoci si sommano alle incomprensioni, ai deliri ed alle fantasie, dando luogo ad una mistura molto pericolosa e dannosa per la politica medesima, tanto a destra quanto a sinistra.
Non so bene come stiano le cose, ma pare che l’occhio della magistratura sia caduto sulla questione dei comparti. I giudici voglio vederci chiaro, ma su quali aspetti non è dato sapere. Ed ecco che pian piano prende corpo un atto della suddetta commedia, e si fa strada l’ipotesi che ci sia stato un complotto ordito da settori della maggioranza che amministra la città per colpire soggetti della maggioranza medesima. In altre parole nelle file della maggioranza si aggirerebbe un traditore, un golpista. Vero? Falso? Chissà! Quando si solleva un polverone è difficile orientarsi e capirci qualcosa, se ci sia stato un equivoco o un errore amministrativo oppure no, tale da giustificare l’intervento della magistratura e l’acquisizione degli atti inerenti ai comparti, croce e delizia della politica locale da moltissimi anni.
Com’è ovvio che sia, ci si interpella sull’eminenza grigia dell’operazione, e, fra il serio ed il faceto, spuntano nomi più o meno noti, e si fanno illazioni che attengono agli equilibri interni ai partiti. Giochi altamente pericolosi, se così fosse. Manovre che delegittimerebbero la politica locale, che già non se la passa molto bene, a pochi mesi dalle amministrative della prossima primavera, quando saremo chiamati ad eleggere sindaco e consiglio comunale in un clima, si spera, sereno e con piena avvertenza circa uomini, squadre, programmi per il futuro della città. In questo senso, le danze sono state iniziate dal movimento/partito che sostiene la candidatura del dr. Matteo Paparella, che ha previsto una serie di incontri programmatici su diverse questioni a partire dal mese di dicembre presso la Birreria dei Cavalieri. L’obiettivo è quello di elargire ricette preconfezionate o di ascoltare gli umori, le idee, i suggerimenti degli invitati? Già, perché non vi si accede liberamente, ma dietro invito, cosa alquanto inusuale. E questo mentre il dr. Paparella è sotto tiro alla Provincia di Bari da parte di esponenti della sua stessa parte politica.
Ma andiamo avanti. Mentre prosegue la commedia degli equivoci nel centrodestra, dove l’equivoco consiste nella candidatura di due esponenti dello stesso partito, il PDL, i quali non si daranno pacche sulle spalle ma ceffoni politici, nello schieramento di sinistra si deve registrare il fraintendimento sulla scelta del PD di candidare Vito Nicola Ottombrini alla carica di sindaco. Qual è il fraintendimento? È stato detto che la scelta di candidare Ottombrini sia stata in qualche modo condizionata, obbligata, resa inevitabile dal quadrumvirato di maggioranza del PD, composto da Caterina Montaruli, Luca Crispino, Biagio Mastrorilli e lo stesso Ottombrini. Scientemente non sarebbe stato attivato un percorso virtuoso per l’individuazione del candidato ottimale. Ma ciò detto, Vito Ottombrini è il candidato della coalizione, quindi uno dei protagonisti della commedia degli equivoci, e sul punto non sembra si possa tornare indietro o obiettare. Del resto, ci risulta che siano stati condotti dei sondaggi, che siano state avvicinate alcune persone, le quali non si sarebbero rese disponibili, esibendo la carta di picche. Come questi sondaggi siano stati condotti, se in modo da provocare un rifiuto da parte degli avvicinati o in altro modo, non ci è dato, anche in questo caso, sapere.
Altro capitolo o paragrafo è rappresentato dalla posizione dell’UDC. Con chi si schiererà il partito di Casini, Cesa e Buttiglione? Con la sinistra o con la destra? E con quale destra, visto che ce ne sarebbero due? Le indiscrezioni danno ancora candidato il dr. Saverio Fatone, già sindaco di Ruvo. Se così fosse, ci sarebbe una terza candidatura a sindaco, con ballottaggio assicurato.
Allo stato dell’arte, quindi, sul proscenio ci sarebbero tre medici ed un insegnante, ex funzionario dell’INPS. Sorge spontanea una domanda: che la medicina non sia più una professione da esercitare? Ecco allora che la nostrana commedia degli equivoci potrebbe intitolarsi proprio così “Tre medici ed un insegnante”, dove, all’atto secondo, il diplomato la spunta sui laureati. Potrebbe darsi, perché no?
Salvatore Bernocco
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domenica 12 dicembre 2010
LE GRANDI MANOVRE IN VISTA DEL VOTO
Le grandi manovre in vista del voto amministrativo dell’anno prossimo sono cominciate. Il quadro politico va delineandosi in modo non sempre lineare. Dal confronto fra le forze politiche locali emergono margini di perplessità circa le future alleanze e qualche nodo gordiano da sciogliere affinché ci sia estrema chiarezza e gli elettori ruvesi possano esprimere un voto secondo scienza e coscienza, influenzato, più che dalle piccole e grandi aspettative personali, da una riflessione attenta e consapevole sugli uomini ed i programmi amministrativi, sul futuro di Ruvo, che va ridisegnato secondo logiche di progresso che combinino la tutela dell’ambiente con lo sviluppo economico e produttivo. Si parla sempre più spesso di sviluppo ecosostenibile, il che, per noi, potrebbe voler dire prestare attenzione massima al P.U.G. e al suo impatto sulla qualità della vita dei ruvesi. Corre voce che taluno intenda candidarsi per gestirne la fase attuativa. Ci sono appetiti intorno al Piano? Ci sono interessi più o meno inconfessabili alla base di certe candidature? Sono domande che al momento non possono avere una risposta. Gli inglesi dicono: “actions speak louder than words”, cioè le azioni parlano più forte delle parole. Vero. Saranno i fatti, le azioni, gli atti amministrativi a parlare chiaro e forte, al di là dei programmi amministrativi che spesso sono libri dei sogni, un’accozzaglia di buone intenzioni senza esito, il classico specchietto per le allodole. Solo che di questi tempi il numero delle allodole stolte è in netta diminuzione. C’è una coscienza critica che tenta di imporsi anche grazie ai siti web, a Ruvolive e a Ruvodipugliaweb, a certa stampa poco allineata e libera, come La Nuova Città. Facebook non è soltanto un luogo di “cazzeggio” virtuale, ma arena politica, dove si discute anche di politica locale e di politici veri o presunti, di candidati e candidature. Ben vengano.
Fatta questa premessa, pare che ormai non ci sia più alcun dubbio sulla spaccatura verticale nel PDL. Né pare esserci alcun dubbio che i margini per una ricomposizione siano praticamente nulli, come del resto ha confermato la massiccia presenza dei vertici provinciali e regionali del PDL alla convention tenutasi all’Hotel Pineta, in cui si è ufficializzata la candidatura a sindaco di Franco Catalano. Il PDL punta decisamente su di lui, mentre Matteo Paparella, stando ai rumors, gli sarà avversario con un coacervo di liste di sostegno. Ma ciò non avrà effetti indolori. Esponenti influenti del PDL ci hanno confidato che l’ufficializzazione della candidatura di Paparella a sindaco avrà conseguenze pesanti sul piano provinciale. Paparella non più assessore nella Giunta guidata dal suo sponsor politico Schittulli? Se rispondesse a verità, sarebbe un colpo micidiale inferto alle sue aspirazioni, praticamente una espulsione dal PDL. Sul punto bisognerebbe capire dove vuole andare a parare Schittulli col suo nuovo movimento regionale.
L’UDC è corteggiata da destra e da sinistra. Tutti sostengono di intrattenere ottimi rapporti con Saverio Fatone e di essere vicini ad un accordo con lui. La posizione terzista dell’UDC gli permette ampi margini di manovra ed un potere di condizionamento notevole sul piano politico ed amministrativo. Fatone, che non è uno sprovveduto, ha dato colpi al cerchio ed alla botte, il che significa che, allo stato dell’arte, è in stand by, è in attesa di comprendere meglio la forza e la consistenza delle forze in campo per poter sciogliere le riserve e decidere. Non è tuttavia esclusa una candidatura dell’UDC in prima battuta per contare il consenso di cui si dispone e farlo valere al tavolo delle trattative.
Viriamo a sinistra. Serpeggiano ancora malumori e distinguo sulla candidatura a sindaco di Vito Ottombrini, che taluni esponenti del PD ritengono sia stata pilotata ed ammannita. In altre parole, si sarebbe voluto arrivare a quella candidatura, si sarebbe manovrato perché non ne emergessero altre. È una critica all’operato della segreteria guidata da Caterina Montaruli, la quale ci consta che abbia sondato altre ipotesi ricevendone dinieghi e collezionando indisponibilità. Anche il sindaco uscente Stragapede non va esente da stoccate. Gli si addebita di essersi lavato, dal punto di vista politico, le mani, come un novello Ponzio Pilato. Egli sarebbe dovuto essere il sindaco che avrebbe dovuto preparare la transizione, traghettare una nuova classe politica verso l’assunzione di responsabilità amministrative, indicare, in un certo senso, il suo successore. Invece, ci confida uno dei suoi assessori, non l’ha fatto. Ma che il compito di un sindaco debba essere anche questo ci sembra eccessivo. La verità è che la classe politica non ha più un luogo di selezione e di crescita e che è lievitato il tasso di individualismo e autoreferenzialità, in altre parole il “tutti contro tutti”. Il fiuto politico si acquisiva nei partiti, come del resto ha capito la Lega Nord, che ha messo su delle scuole di formazione per amministratori locali. Oggi, almeno a Ruvo, ci sono dei dominus e a latere i loro scherani, i piccoli mestieranti, gli oltranzisti, i fan ottusi ed i tifosi senza capacità di discernimento. Gruppetti di fedelissimi pronti ad abbassarsi i pantaloni per un pugno di lenticchie.
Ora, ci sembra che Vito Ottombrini, che ha un compito non facile, debba agire perché il cerchio quadri presto e non si deformi. Dalla sua parte, comunque, ci sarebbero già l’Italia dei Valori, l’API di Rutelli, Città in Movimento, Rifondazione Comunista.
Gli vengono riconosciute qualità morali di bontà, onestà, umiltà e disponibilità. Per alcuni bontà ed umiltà equivarrebbero a fessaggine. Invece sono condizioni per essere in sintonia con le persone, a servizio dei più deboli, per coglierne meglio i bisogni. Siamo dell’avviso che in un mondo di malvagi un sindaco buono, di destra o di sinistra, che non ricorra alle vendette dirette e trasversali, che non usi il suo potere e la sua influenza per nuocere a chi dissente da lui, non guasti. Un sindaco buono può quindi essere un buon sindaco, non vi è nessuna controindicazione.
Primo cittadino, poi, non lo si nasce, lo si diventa con l’impegno ed avvalendosi di una squadra di coadiutori competenti e responsabili. La fortuna di un sindaco dipende per larghissima parte dai suoi collaboratori. Ritenere che un uomo solo possa risolvere i problemi del paese è una pia illusione. Una pericolosa illusione. A pensarci bene è un salto nel passato, un ritorno all’uomo della provvidenza. Con conseguenti disastri.
Salvatore Bernocco
Novembre 2010, La Nuova Città, Copyright
Fatta questa premessa, pare che ormai non ci sia più alcun dubbio sulla spaccatura verticale nel PDL. Né pare esserci alcun dubbio che i margini per una ricomposizione siano praticamente nulli, come del resto ha confermato la massiccia presenza dei vertici provinciali e regionali del PDL alla convention tenutasi all’Hotel Pineta, in cui si è ufficializzata la candidatura a sindaco di Franco Catalano. Il PDL punta decisamente su di lui, mentre Matteo Paparella, stando ai rumors, gli sarà avversario con un coacervo di liste di sostegno. Ma ciò non avrà effetti indolori. Esponenti influenti del PDL ci hanno confidato che l’ufficializzazione della candidatura di Paparella a sindaco avrà conseguenze pesanti sul piano provinciale. Paparella non più assessore nella Giunta guidata dal suo sponsor politico Schittulli? Se rispondesse a verità, sarebbe un colpo micidiale inferto alle sue aspirazioni, praticamente una espulsione dal PDL. Sul punto bisognerebbe capire dove vuole andare a parare Schittulli col suo nuovo movimento regionale.
L’UDC è corteggiata da destra e da sinistra. Tutti sostengono di intrattenere ottimi rapporti con Saverio Fatone e di essere vicini ad un accordo con lui. La posizione terzista dell’UDC gli permette ampi margini di manovra ed un potere di condizionamento notevole sul piano politico ed amministrativo. Fatone, che non è uno sprovveduto, ha dato colpi al cerchio ed alla botte, il che significa che, allo stato dell’arte, è in stand by, è in attesa di comprendere meglio la forza e la consistenza delle forze in campo per poter sciogliere le riserve e decidere. Non è tuttavia esclusa una candidatura dell’UDC in prima battuta per contare il consenso di cui si dispone e farlo valere al tavolo delle trattative.
Viriamo a sinistra. Serpeggiano ancora malumori e distinguo sulla candidatura a sindaco di Vito Ottombrini, che taluni esponenti del PD ritengono sia stata pilotata ed ammannita. In altre parole, si sarebbe voluto arrivare a quella candidatura, si sarebbe manovrato perché non ne emergessero altre. È una critica all’operato della segreteria guidata da Caterina Montaruli, la quale ci consta che abbia sondato altre ipotesi ricevendone dinieghi e collezionando indisponibilità. Anche il sindaco uscente Stragapede non va esente da stoccate. Gli si addebita di essersi lavato, dal punto di vista politico, le mani, come un novello Ponzio Pilato. Egli sarebbe dovuto essere il sindaco che avrebbe dovuto preparare la transizione, traghettare una nuova classe politica verso l’assunzione di responsabilità amministrative, indicare, in un certo senso, il suo successore. Invece, ci confida uno dei suoi assessori, non l’ha fatto. Ma che il compito di un sindaco debba essere anche questo ci sembra eccessivo. La verità è che la classe politica non ha più un luogo di selezione e di crescita e che è lievitato il tasso di individualismo e autoreferenzialità, in altre parole il “tutti contro tutti”. Il fiuto politico si acquisiva nei partiti, come del resto ha capito la Lega Nord, che ha messo su delle scuole di formazione per amministratori locali. Oggi, almeno a Ruvo, ci sono dei dominus e a latere i loro scherani, i piccoli mestieranti, gli oltranzisti, i fan ottusi ed i tifosi senza capacità di discernimento. Gruppetti di fedelissimi pronti ad abbassarsi i pantaloni per un pugno di lenticchie.
Ora, ci sembra che Vito Ottombrini, che ha un compito non facile, debba agire perché il cerchio quadri presto e non si deformi. Dalla sua parte, comunque, ci sarebbero già l’Italia dei Valori, l’API di Rutelli, Città in Movimento, Rifondazione Comunista.
Gli vengono riconosciute qualità morali di bontà, onestà, umiltà e disponibilità. Per alcuni bontà ed umiltà equivarrebbero a fessaggine. Invece sono condizioni per essere in sintonia con le persone, a servizio dei più deboli, per coglierne meglio i bisogni. Siamo dell’avviso che in un mondo di malvagi un sindaco buono, di destra o di sinistra, che non ricorra alle vendette dirette e trasversali, che non usi il suo potere e la sua influenza per nuocere a chi dissente da lui, non guasti. Un sindaco buono può quindi essere un buon sindaco, non vi è nessuna controindicazione.
Primo cittadino, poi, non lo si nasce, lo si diventa con l’impegno ed avvalendosi di una squadra di coadiutori competenti e responsabili. La fortuna di un sindaco dipende per larghissima parte dai suoi collaboratori. Ritenere che un uomo solo possa risolvere i problemi del paese è una pia illusione. Una pericolosa illusione. A pensarci bene è un salto nel passato, un ritorno all’uomo della provvidenza. Con conseguenti disastri.
Salvatore Bernocco
Novembre 2010, La Nuova Città, Copyright
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