Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post

mercoledì 2 febbraio 2011

L’OSPITE INQUIETANTE

Politica locale avvitata su se stessa o svitata, nel senso di matta, folle, irrazionale? Entrambe le cose, anche perché la condizione solipsistica è terreno fertile per la follia. Molti si parlano addosso in queste ore, anche sui siti web. Scrivono cose che non pensano, falsificano il corso degli eventi, addolciscono la pillola. Fra “strategia del centrodestra” e “il teatrino della politica” la ragione si perde, naufraga. Probabilmente la politica ha sue logiche-illogiche che non appartengono ad altro ambito delle scienze sociali. È, la politica locale, un fenomeno da studiare, da approfondire da parte di sociologi, politologi e filosofi alla Cacciari. Oppure è vero il contrario? Troppo semplice la lettura degli accadimenti da accreditarsi a raffinate menti contorte, la semplicità e la linearità essendo entrate a far parte dell’insolito e finanche dell’inutile. Portiamo elementi di riflessione alle nostre tesi, sperando di essere smentiti con argomenti seri e circostanziati e non con insulti e minacce dirette ed indirette, esercizio, quest’ultimo, nel quale eccelle un politico nostrano che non si arrende all’evidenza del tempo che passa e all’affermarsi di nuove generazioni che, dai suoi contorsionismi, hanno francamente poco da apprendere, anzi nulla. O forse no, perché, come sosteneva il filosofo francese Jean Guitton, si conosce per contrasto, e quindi quella figura di politico locale assurge a figura emblematica e simbolica di come occorre non-essere e non-comportarsi in politica e nella vita di relazione. Essendo le città, i paesi, i borghi comunità di esseri umani in relazione, se queste dovessero dipendere dai capricci e dalle ambizioni di potere dell’anti-politico si trasformerebbero in crocevia di caste e di egoismi corporativi. Non ci sarebbe più l’Uomo con i suoi bisogni, ma l’individuo da manipolare e da asservire ai propri fini. Non ci sarebbe più la società, ma le società segrete, le combriccole, le carbonerie. Nessuna amicizia, perché in politica essa non ha valore alcuno, ma interessi ed inciuci. D’altronde, mi consta personalmente che quel politico abbia espressamente dichiarato che, in politica, l’amicizia è una superfetazione, un disvalore, un bruscolo nell’occhio rapace che va eliminato con il collirio del tornaconto. Un po’ di gocce di convenienza ed il gioco è fatto, si troncano rapporti come si concludono i giochi sessuali berlusconiani, con un calcio nel deretano, con la mistificazione e la menzogna. Millantando contentini. Su queste basi le società si riducono ad aggregati di individui in lotta per la sopravvivenza. È la legge della giungla urbana; è la cartina di tornasole del livello di acidità dei cuori che, per vivere, necessitano dell’ossigeno della verità e di condotte trasparenti e cristalline. In politica la linearità e la logica non andrebbero mai abolite, perché la loro mancanza partorirebbe mostri quali: provvedimenti amministrativi senza né capo né coda, lassismo, superficialità, ambivalenze, timori reverenziali, il pugno di ferro, l’intolleranza e l’intimidazione, la diade amico-nemico (bisognerebbe rileggersi Bobbio sul punto), per cui se non sei dalla mia parte, sei mio nemico, ed io devo fare quanto è nelle mie possibilità per ridurti al silenzio, distruggerti, renderti la vita difficile.

A Ruvo siamo giunti a questo capolinea? Non spetta a me dirlo, ma siamo sulla buona strada. È di tutta evidenza. Di certo un ospite inquieto ed inquietante si aggira per le vuote segreterie politiche di ciò che resta delle sedi di partito, dove fra uno scopone ed un tressette, una cospirazione a due o a tre, il sussurrio dei maldicenti ed il sibilo sinistro dei delatori, si complotta ai danni del paese, delle persone perbene – che ancora ci sono -, a vantaggio di pochi o di nessuno. Si fa strada la nuova visione copernicana narcisistica: io sono il centro del sistema, io conto, io solo penso e ho le soluzioni (a cosa, soprattutto quando si è all’origine di tanti disastri?). Voi, tutti voi, siete appendici, protesi del capo, come Fitto lo fu di Berlusconi (a quale protesi alludesse il Drago, dopo le vicende di questi giorni condite di escort, mignotte, denaro, corruzione, etc., è ora abbastanza chiaro).

L’ospite inquietante è il cinismo, che dà la patente del cattolicesimo sociale a chi, semmai, lo utilizza strumentalmente, giusto per intercettare il voto di qualche nostalgico di un tempo in cui la D.C. era il partito dei cattolici democratici e liberali, con una costante caratterizzazione laica che farebbe impallidire gli odierni cattolici prestati alla politica o, meglio, che sono in politica per ottenere qualche prestito, un seggio alla Provincia o alla Regione, che significa tanti soldi e poche noie per almeno cinque anni. Troppe genuflessioni e poca sana laicità, perché lo Stato e le istituzioni sono laiche e non confessionali. Speriamo cessi quanto prima quest’operazione mistificatoria. Quanto alla fede, è evidente che più che dirsi cristiani, occorre esserlo. Sarebbe il miglior viatico alla nuova evangelizzazione. Sarebbe il servizio più alto alla Chiesa ed alla comunità degli uomini e delle donne.

L’ospite inquietante è il nichilismo delle classi dirigenti, che mettono sulla bilancia il calcolo invece del bene comune. Alcuni suggeriscono che le alleanze di oggi per le amministrative del prossimo maggio riflettono in realtà i calcoli dei singoli circa il loro futuro politico. In altre parole avremo l’impressione di eleggere sindaco e consiglieri comunali, ma in realtà porteremo acqua alle aspirazioni dei singoli per altri scranni, quali la Provincia e la Regione Puglia , con largo anticipo. Già, possiamo pure chiamarle, in tal senso, elezioni anticipate; l’apparenza dice Ruvo, la sostanza dice “altrove”, non qui, non la città delle due gestioni commissariali e dei due fallimenti amministrativi, uno di sinistra, forse due, ed uno di destra, forse due, se la “strana coalizione” dovesse vincere le amministrative. Il futuro di Ruvo è già scritto. Facciamo le Cassandre? È probabile, ma quanto sta accadendo all’ombra del gallo di Melodia e nei suoi dintorni è eloquente.

Vediamo aggirasi ombre grigie e sinistre e destre su Palazzo Avitaja. Speriamo che un vento di maestrale le spazzi via, prima che sia troppo tardi. Salvatore Bernocco

da Ruvolibera, Copyright 2011

domenica 26 dicembre 2010

LA COMMEDIA DEGLI EQUIVOCI

Il grande drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare scrisse tra il 1589 e il 1594 “La commedia degli errori” (The Comedy of Errors), o “La commedia degli equivoci”. Fu una delle sue prime commedie. Essa ha una connotazione farsesca e comica, laddove il lato comico è dato dallo "slapstick", cioè da scherzi maneschi o grossolani, e dallo scambio d'identità, in aggiunta ai giochi di parole e alle cosiddette paronomasie, cioè ai bisticci di parole.
Pur essendo passata molta acqua sotto i ponti della Storia e delle storie, questa commedia va in scena quotidianamente, forse perché la vita stessa è intessuta di equivoci o di errori più o meno madornali. Ed è attuale nella politica locale, dove gli equivoci si sommano alle incomprensioni, ai deliri ed alle fantasie, dando luogo ad una mistura molto pericolosa e dannosa per la politica medesima, tanto a destra quanto a sinistra.
Non so bene come stiano le cose, ma pare che l’occhio della magistratura sia caduto sulla questione dei comparti. I giudici voglio vederci chiaro, ma su quali aspetti non è dato sapere. Ed ecco che pian piano prende corpo un atto della suddetta commedia, e si fa strada l’ipotesi che ci sia stato un complotto ordito da settori della maggioranza che amministra la città per colpire soggetti della maggioranza medesima. In altre parole nelle file della maggioranza si aggirerebbe un traditore, un golpista. Vero? Falso? Chissà! Quando si solleva un polverone è difficile orientarsi e capirci qualcosa, se ci sia stato un equivoco o un errore amministrativo oppure no, tale da giustificare l’intervento della magistratura e l’acquisizione degli atti inerenti ai comparti, croce e delizia della politica locale da moltissimi anni.
Com’è ovvio che sia, ci si interpella sull’eminenza grigia dell’operazione, e, fra il serio ed il faceto, spuntano nomi più o meno noti, e si fanno illazioni che attengono agli equilibri interni ai partiti. Giochi altamente pericolosi, se così fosse. Manovre che delegittimerebbero la politica locale, che già non se la passa molto bene, a pochi mesi dalle amministrative della prossima primavera, quando saremo chiamati ad eleggere sindaco e consiglio comunale in un clima, si spera, sereno e con piena avvertenza circa uomini, squadre, programmi per il futuro della città. In questo senso, le danze sono state iniziate dal movimento/partito che sostiene la candidatura del dr. Matteo Paparella, che ha previsto una serie di incontri programmatici su diverse questioni a partire dal mese di dicembre presso la Birreria dei Cavalieri. L’obiettivo è quello di elargire ricette preconfezionate o di ascoltare gli umori, le idee, i suggerimenti degli invitati? Già, perché non vi si accede liberamente, ma dietro invito, cosa alquanto inusuale. E questo mentre il dr. Paparella è sotto tiro alla Provincia di Bari da parte di esponenti della sua stessa parte politica.
Ma andiamo avanti. Mentre prosegue la commedia degli equivoci nel centrodestra, dove l’equivoco consiste nella candidatura di due esponenti dello stesso partito, il PDL, i quali non si daranno pacche sulle spalle ma ceffoni politici, nello schieramento di sinistra si deve registrare il fraintendimento sulla scelta del PD di candidare Vito Nicola Ottombrini alla carica di sindaco. Qual è il fraintendimento? È stato detto che la scelta di candidare Ottombrini sia stata in qualche modo condizionata, obbligata, resa inevitabile dal quadrumvirato di maggioranza del PD, composto da Caterina Montaruli, Luca Crispino, Biagio Mastrorilli e lo stesso Ottombrini. Scientemente non sarebbe stato attivato un percorso virtuoso per l’individuazione del candidato ottimale. Ma ciò detto, Vito Ottombrini è il candidato della coalizione, quindi uno dei protagonisti della commedia degli equivoci, e sul punto non sembra si possa tornare indietro o obiettare. Del resto, ci risulta che siano stati condotti dei sondaggi, che siano state avvicinate alcune persone, le quali non si sarebbero rese disponibili, esibendo la carta di picche. Come questi sondaggi siano stati condotti, se in modo da provocare un rifiuto da parte degli avvicinati o in altro modo, non ci è dato, anche in questo caso, sapere.
Altro capitolo o paragrafo è rappresentato dalla posizione dell’UDC. Con chi si schiererà il partito di Casini, Cesa e Buttiglione? Con la sinistra o con la destra? E con quale destra, visto che ce ne sarebbero due? Le indiscrezioni danno ancora candidato il dr. Saverio Fatone, già sindaco di Ruvo. Se così fosse, ci sarebbe una terza candidatura a sindaco, con ballottaggio assicurato.
Allo stato dell’arte, quindi, sul proscenio ci sarebbero tre medici ed un insegnante, ex funzionario dell’INPS. Sorge spontanea una domanda: che la medicina non sia più una professione da esercitare? Ecco allora che la nostrana commedia degli equivoci potrebbe intitolarsi proprio così “Tre medici ed un insegnante”, dove, all’atto secondo, il diplomato la spunta sui laureati. Potrebbe darsi, perché no?

Salvatore Bernocco

domenica 14 novembre 2010

LA MISURA E' COLMA

Si badi bene: non è una questione di partiti, di schieramenti politici. Essa prescinde dal simpatizzare per la destra, il centro o la sinistra. È una questione ben più seria che attiene all’etica pubblica e all’esempio che si dà alle giovani generazioni, la cui precarietà esistenziale si nutre sempre più di scandali a sfondo sessuale che, in altre nazioni occidentali e non solo, avrebbero sollevato un’ondata di indignazione, messo sotto torchio i responsabili, costringendoli a rassegnare le dimissioni e a vivere nel privato i loro vizi.
I lettori di Fermento ricorderanno a cosa andò incontro il presidente degli U.S.A., Bill Clinton, a causa di una relazione extraconiugale con una certa Monica Lewinsky. Fu messo sotto accusa e sfiorò l’impeachment. Qualche anno prima, sempre negli U.S.A., un candidato democratico in corsa per la nomination fu costretto ad abbandonare la competizione per una relazione sessuale con una avvenente amica. Ma la lista potrebbe essere lunga e dettagliata ed evitiamo di buttarla giù.
In Italia, invece, non ci si scompone più di tanto. Che il presidente del Consiglio dei Ministri, che viaggia verso gli ottant’anni, frequenti escort e veline giovanissime, alle quali fa regali principeschi per bontà di cuore, suscita battute salaci, il commento piccato di Famiglia Cristiana e quello ironico e stupefatto dei giornali di mezzo mondo, le fustigate delle opposizioni, ma tutto resta desolatamente senza esito. Anzi, si è finanche fieri del proprio deplorevole comportamento, tant’è che il medesimo presidente, invece di fare il mea culpa, dichiara di amare la bella vita, le belle donne e che non rinuncerà mai al suo stile di vita. Se stiamo alla dottrina ed ai vangeli, egli andrebbe inserito nel novero dei gaudenti o dei lussuriosi, ai quali, a voler essere franchi, la assoluzione e la comunione andrebbero impartite con una certa attenzione, senza praticare sconti per i potenti che, dinanzi a Dio, non hanno valore alcuno. Nel frattempo ci si chiede anche come possa il succitato presidente parlare alla Conferenza nazionale della famiglia, in programma a Milano dall’8 al 10 novembre prossimi. Cosa potrebbe dire? Quale lezione potrebbe dare? Quali temi potrebbe toccare?
Qualcuno potrebbe obiettare che sono comportamenti e vizi privati che non hanno niente a che fare con le funzioni pubbliche. Non è così. Sono faccende private fino a quando e se non danneggiano l’immagine di un Paese e delle sue istituzioni democratiche. Diremo di più: lo sono se il soggetto non riveste cariche pubbliche. Se è sindaco, amministratore, presidente di provincia, di regione o del governo, insomma se è un esponente politico, ciò che è privato ha inevitabilmente risvolti pubblici, deve essere oggetto di considerazione e di giudizio da parte dell’opinione pubblica, che ha il diritto di essere governata da persone degne, serie, responsabili, eticamente corrette, dedite al bene comune piuttosto che alle sottane delle veline e delle escort, alle barzellette e all’abituale gesto delle corna in sede internazionale. L’ex sindaco di Bologna Del Bono ebbe il suo Cinziagate e rassegnò le sue dimissioni dal Consiglio comunale. Per il presidente del Consiglio c’è il Rubygate e c’è stata la vicenda D’Addario. Un’altra storiella a luci rosse sta venendo a galla con particolari piccanti ed inquietanti, mentre il sindaco di Bari Emiliano ha fatto appello alla classe dirigente barese perché eviti il consumo di cocaina.
L’impressione che si ha è quella di una nazione in cui l’immoralità regna sovrana, dove all’immondizia napoletana si aggiunge quella delle classi dirigenti, dove dilagano le mafie e la corruzione. Ne arresti dieci ed altri cento si danno ai medesimi traffici illeciti. Perché? Perché il denaro, Mammona, il potere, è il re di questo mondo, luccica. Tutti coloro che lo servono, servono il Male e si fanno del male, faranno l’esperienza della morte, che ne siano o meno consapevoli. Già, perché, prima o dopo, Mammona presenta il conto, ed è salato. Mammona chiede in cambio l’anima.
Abbiamo fatto del moralismo da cattolici bacchettoni? Non direi. Abbiamo parlato di quanto sta accadendo, di questo spettacolo desolante che preoccupa i Vescovi italiani ed il Santo Padre.
Si ha bisogno di politici cristiani, di persone sane e di buona volontà, libere e disinteressate, per imprimere una svolta a questo Paese, innanzitutto culturale e morale. Il rischio è che ci si possa assuefare all’andazzo e ritenere normale ciò che è solo frutto di libertinaggio e dissolutezza.

Copyright 2010, Salvatore Bernocco, Fermento Novembre 2010

domenica 10 ottobre 2010

UNO SPETTACOLO DESOLANTE


Lo spettacolo a cui da tempo stiamo assistendo è a dir poco desolante. Intendiamo riferirci alla vita politica, ai politici, i quali, con le dovute eccezioni, sembrano presi da una serie di questioni che poco o nulla hanno a che fare con i problemi reali del Paese e delle fasce più deboli della popolazione. I problemi della scuola, dell’economia, della pubblica amministrazione appaiono secondari rispetto a faccende quali il legittimo impedimento e talune leggi salvacondotto che sembrano tagliate su misura per i potenti e solo per essi. Su di esse la politica è avvitata da diverso tempo. Per tacere di scandali piccoli e grandi, di escort e faccendieri, di un sistema corruttivo diffuso e trasversale, di forze politiche radicate al Nord che usano un linguaggio scriteriato e di amministratori locali che discriminano le persone a seconda del colore della pelle ed intendono fare della scuola pubblica una protesi del loro partito.
Lo spettacolo è francamente indecente, tanto da preoccupare la stessa Chiesa cattolica che, per bocca del presidente dei Vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, invita ancora una volta i cattolici “con doti di mente e di cuore” ad entrare nell’agone politico per dare il loro contributo di idee alla costruzione di un Paese più giusto e solidale, specie in questo momento in cui il cosiddetto federalismo, voluto dalla Lega Nord, rischia di dividere il Paese in due o tre macroaree con consistenti vantaggi esclusivamente per le regioni più ricche. È il disegno della Padania – che non esiste né dal punto di vista storico né geopolitico – che prende forma attraverso l’escamotage ed il pretesto del federalismo. Di fronte allo sfascio delle istituzioni democratiche e a certa politica che pasce se stessa non si può restare indifferenti e tacere. È giunto il momento di dare il benservito a tutti quei politici che si sono arricchiti con la politica e hanno collezionato case e proprietà per sé e per la propria discendenza, alla maniera degli antichi feudatari. Emblematico il caso dell’ex ministro Scajola, il quale – non si sa come – si è ritrovato proprietario di un appartamento a Roma a sua insaputa. Caso emblematico e ridicolo. Ma non è l’unico. L’elenco sarebbe lungo ed includerebbe anche i politici delle amministrazioni locali. Come non ricordare lo scandalo della sanità alla Regione Puglia? Fiumi di denaro pubblici dirottati nelle casse di alcuni imprenditori affinché se ne potessero ottenere favori di vario genere. Anche in questo caso indagati politici, affaristi e direttori generali, con contorno di cocaina ed escort.
Il relativismo etico sta distruggendo la civile convivenza; un’idea distorta di democrazia e libertà sta minando le basi delle nostre istituzioni democratiche; una politica ridotta a bivacco e a mercato delle vacche rischia di allontanare sempre più i cittadini dalle istituzioni. Il cardinale Bagnasco fa pressione perché si sappiano coinvolgere i giovani nella vita politica, “pur se ciò significa circoscrivere ambizioni di chi già vi opera”. Ecco, ci sono giovani dotati di intelligenza e cuore che possono imprimere una svolta alla politica, tuttora prigioniera delle vecchie volpi. La difficoltà sta proprio nelle ambizioni di chi domina i partiti, anche a livello locale, i quali non vogliono rinunciare a nulla, come se la politica non possa fare a meno di loro, o meglio loro non possano fare a meno della politica. Le uniche armi in possesso dei cittadini sono il voto e la partecipazione attiva, consapevole e responsabile. Bisogna eleggere persone serie, competenti ed oneste e poi partecipare, controllare, informarsi. Dove c’è ignoranza c’è delitto e sopruso, ed un metro di misura dell’onesta dell’amministratore locale sta nel suo grado di povertà e distacco dai beni. Se questi, a termine del proprio mandato, non è diventato più ricco di quanto lo era, anzi più povero, egli sarà stato un buon amministratore. In caso contrario andrebbe rispedito a casa e dimenticato in fretta.

Salvatore Bernocco
Fermento, Ottobre 2010 @ Copyright

domenica 25 luglio 2010

LA CABALA

Il giovane Pasquale De Palo lascia la segreteria del PD ed al suo posto si insedia Caterina Montaruli, frequentatrice di lungo corso della politica ruvestina, già candidata a sindaco per il centrosinistra e consigliere comunale. La scelta della Montaruli sembra derivare da un accordo fra l’area degli ex popolari (grassiani), quella che fa capo all’Assessore regionale Minervini e qualche ex pidiessino. Non tutti erano d’accordo, al di là della raggiunta unanimità. Obiettivo inconfessato: arginare l’influenza politica di qualcun altro? Potrebbe darsi, non mi meraviglierei più di tanto. Ci sono incrostazioni e vecchie logiche che potrebbero dileguarsi solo se ci fosse un generale repulisti, cosa altamente improbabile. Le rivoluzioni radicali non piacciono a nessuno, specie nella nostra Ruvo dove gli intrecci parentali ed amicali (e gli interessi personali e di cordata) condizionano pesantemente il quadro politico e la sua evoluzione. Ma non sono bene accette neppure le mezze rivoluzioni, un po’ per amore del quieto vivere, un po’ perché si temono ripercussioni, punizioni trasversali, convergenze parallele. E mi sovviene quanto mi confidò mio padre anni or sono con riguardo all’ambito politico e non solo: a Ruvo tutti hanno paura di tutti. Le pecore prevalgono, e di molto, sui leoni. Le lepri, poi, non si contano, e le iene e gli avvoltoi si aggirano minacciosi intorno ai presunti cadaveri politici.
A ben vedere, quindi, le rivoluzioni non piacciono proprio, e ciò è segno di stagnazione e di chiusura. Lo stesso ex segretario del PD è stato molto esplicito al riguardo nel corso della sua brillante ed applaudita relazione, quando ha detto che a Ruvo “il tempo degli “ex-qualcosa” è finito, il tempo dei “neo” non è ancora maturato, ma nel contempo si sono create e solidificate diverse sensibilità nel nostro partito ruvese, sulla base di fattori aggreganti a me poco chiari. Si è scelta la strada breve dell’individuare l’unitarietà delle candidature, quella facile dei numeri, non già quella della condivisione di percorsi ed obiettivi.” Il questo passaggio c’è tutto il reale disagio di un giovane segretario che ha dovuto prendere atto della mancata rivoluzione, totale e parziale, che è prima culturale e quindi politica. È storia francamente non nuova, e mi sorprende che ci si possa ancora sorprendere del fatto che la politica tenda a rinnovare se stessa senza rinnovare un fico secco, in un gioco lezioso di parole che fanno da contorno a scenari triti e ritriti. Il Gattopardo docet. In politica si va dall’estetista per rifarsi il look e dare una limata alle unghie, che comunque restano ben affilate come lame di coltelli. Questa è la politica con la “p” minuscola. Le maiuscole appartengono al mondo delle utopie e soltanto agli esordi dei periodi. Non è forse vero che in ortografia il punto è seguito dalla lettera maiuscola? Dopo, inevitabilmente, seguono le minuscole, e dal Bolscioi si transita ai teatrini di provincia, maleodoranti e pregni di fumo, in un batter d’occhio, con tutto, o quasi, il carro di Tespi. Durante il tragitto i meloni si assestano: non si deve disturbare il manovratore, e con gli altri meloni è saggio andare d’amore e d’accordo. Dal lifting e dall’alta chirurgia plastica alla cafonaggine delle dita nel naso il passo è breve, talvolta impercettibile. Molti se ne accorgono ma si distraggono e girano la testa dall’altro lato: il galateo lasciamolo ai salotti e alle cene di gala, la politica è lacrime e sangue, dicono, sgomitate e compromesso, perché no! La polvere intanto si deposita sui mobili delle tradizioni e delle culture politiche d’origine. Le occasioni mancate gridano vendetta al cospetto dei grandi del pensiero politico e di quanti, di tutti gli schieramenti politici, consentirono a Ruvo di fare un salto di qualità, molto, ma molto tempo addietro.
Intanto il centrosinistra candiderà chi? Stragapede? Ottombrini? Crispino? Le scommesse sono aperte. Siamo alla cabala. Varrà la logica del consenso interno o quella della qualità programmatica? Si terrà conto del gradimento dell’opinione pubblica o dei consuntivi? Si partirà, come è giusto che sia, da un esame dell’attività amministrativa svolta o non svolta in questi cinque anni, evidenziandone luci ed ombre, terrazzi e scantinati, oppure se ne farà pregiudizialmente a meno, aderendo all’invalso luogo comune per cui questa Amministrazione ha fatto poco o non ha fatto niente?
Nel PDL siamo alla bagarre. Accuse incrociate, minacce di stroncare carriere e di commissariamenti sono state affidate a documenti di chiara provenienza, a dichiarazioni più o meno pubbliche e alle voci della notte. Giovanni Mazzone, e non solo, si è opposto a Matteo Paparella, il quale ha messo sul tavolo una questione politica: l’autoreferenzialità del direttivo del PDL, sublimando il disagio del coordinatore Salvatore Barile e mettendo sul banco degli imputati Mazzone, il quale, come altri dirigenti del PDL, devono “dimostrare di avere una personale legittimazione elettorale verificabile con consultazioni elettorali amministrative che ne attestino il reale radicamento sul territorio. Trattasi evidentemente di un antica regola democratica propedeutica per legittimare aspettative personali elettive comunque di rappresentanza a tutti i livelli”.
Intelligenti pauca. Qui c’è sotto la questione dei patti non mantenuti, che siano della crostata, della braciola o del caminetto poco importa. Chi fu a rompere il patto di ferro fra le componenti interne, ora carta straccia, Paparella o Fitto? Avrebbe potuto il candidato locale del PDL alle Regionali opporre il grande rifiuto, alla maniera di Celestino V? Che cosa si siano detti Fitto e Paparella non si sa. I colloqui sono privati e coperti da una coltre di segreto. Tuttavia, secondo un’antica quanto saggia regola, pacta sunt servanda, i patti si onorano. Sempre. Il proprio contributo consistente alla campagna elettorale di un altro si può dare anche stando dietro le quinte, lavorando per questi dopo che questi si è prodigato in altre occasioni. Non si deve lavorare solo per se stessi. Su questo ci sono pochi dubbi: le parole date non si ritirano, se non in un caso, se c’è l’accordo comune ed una nuova intesa. Nel frattempo, chi subisce i contraccolpi di questa querelle è il candidato a sindaco del centrodestra, Franco Catalano, lanciato in tempi di bonaccia, forse con largo anticipo. Alcuni danno ora in bilico la sua candidatura, indebolita dalla frattura interna al PDL, che potrebbe aprire scenari inediti. Di certo c’è che, come un regno diviso al suo interno è destinato a perire, così una coalizione lacerata semplicemente non c’è più, è destinata ad implodere. E, temo, a seppellire chi avrebbe dovuto condurla alla vittoria.

Salvatore Bernocco
Copyright 2010 Il Rubastino

giovedì 15 luglio 2010

IL PDL SI SPACCA


Cosa sta succedendo in casa PDL? Ci sono frange finiane in rivolta che reclamano decisioni collegiali, che sgomitano per ottenere più spazio, che si battono per sterilizzare altre frange che, stando ad un comunicato diramato dai paparelliani (tanto per esemplificare), comandano troppo pur non avendo ottenuto nessun consenso popolare? Quanto vale sotto il profilo politico chi non si è mai candidato a niente? Questa è la sottolineatura di fondo dei paparelliani. Oppure tutto nasce da un accordo siglato qualche tempo addietro, poco prima delle elezioni provinciali, quando si decise il tridente da schierare agli appuntamenti elettorali: Franco Catalano, candidato alla carica di sindaco; Matteo Paparella, candidato al Consiglio provinciale; Antonello Paparella o un altro politico di area ex AN, candidato alle regionali? Un patto di ferro sancito pubblicamente, con annessa foto di gruppo. Tutti soddisfatti. Tutti al settimo cielo. Col placet dei coordinatori Giovanni Mazzone e Salvatore Barile.

I finiani non c’entrano niente. Crediamo che a Ruvo non ce ne siano o, se ci sono, non ne siamo a conoscenza. Di vero c’è che Matteo Paparella entra in Consiglio provinciale e viene nominato assessore. Una risurrezione politica in piena regola che molti non si aspettavano. A chi va il merito? Chi ha vestito i panni del Cristo che risuscita Lazzaro? Qui la questione si fa un tantino delicata, proprio perché tira in ballo il potenziale elettorale dei singoli, la capacità organizzativa di un partito, il lavoro dei coordinatori e dei comitati. Ebbene, secondo alcuni si sarebbe trattato di auto-resurrezione, nel senso che Paparella avrebbe fatto tutto da solo, secondo la tradizione anglosassone del selfmade man o sulla scia del vecchio adagio italico “chi fa da sé fa per tre”. Secondo altri, l’apporto dei coordinatori, consiglieri, componenti del direttivo, sarebbe stato decisivo. Comunque stiano le cose, fatto sta che, probabilmente galvanizzato dal consenso ottenuto, Paparella non seppe resistere alle avance del Ministro Raffaele Fitto, il quale gli avrebbe chiesto di candidarsi al Consiglio regionale per sostenere la candidatura, deboluccia, di Rocco Palese. Il patto di ferro si sfarina, nascono i primi dissensi. Il coordinatore Mazzone, che pure si era impegnato perché Paparella entrasse in Giunta, minaccia di dimettersi. Per un certo periodo si dimette. Poi, sollecitato dai vertici sovracomunali del partito, vi rientra, ma con un suo piglio e con le sue ragioni. I patti vanno mantenuti, disse. Come non dargli ragione?

Due domande nascono spontanee. Fitto decide ed il PDL ruvese non ne sa nulla? Grave mancanza di tatto. Scarsissimo rispetto per gli organismi di partito. I dissidenti/dissenzienti prendono strade diverse, appoggiano candidati forestieri, portano via fette di consenso al candidato locale. La resa dei conti è già nell’aria, e si terrà subito dopo l’esito elettorale, negativo tanto per Palese che per Paparella.

Seconda domanda: perché non chiedere la convocazione dell’organismo interno di partito e discutere della scelta di Fitto o di chi per lui? Che cosa sarebbe accaduto di così grave? Posti di fronte alla decisione inappellabile del leader indiscusso del PDL pugliese, pensiamo che nessuno avrebbe potuto eccepire alcunché. Si sarebbe preso atto. Si sarebbero rivisti i termini dell’accordo iniziale. Si sarebbero trovati altri aggiustamenti. Così non è stato. Il mistero è Fitto.

Duro scontro interno, dunque. Una riunione finita in malo modo. Mazzone che attacca Paparella, il quale, per tutta risposta, articola un documento politico in cui, sostanzialmente, si chiede la sua destituzione, anzi il commissariamento della sezione. Viene salvato, non si sa bene perché, Salvatore Barile. I firmatari del documento si asterranno dal partecipare alle riunioni del direttivo fino a soluzione del problema da parte degli organismi di partito sovracomunali. Contro-documento puntuale del Coordinamento, anch’esso sottoposto a Bari, firmato da consiglieri comunali e componenti del direttivo, la maggioranza.

Dove condurrà questa diatriba? Di certo c’è che essa rischia seriamente di danneggiare il cammino del candidato a sindaco del centrodestra, Francesco Catalano, lanciato forse troppo presto ed in epoca di bonaccia. Poi, com’è noto e risaputo, in politica le cose cambiano. Basta un nonnulla per far saltare tavoli ed accordi e semmai immaginare candidature a sindaco fuori dagli accordi primigeni. Oppure, come profetizzò il Lupo Marsicano, alias Franco Marini, il momento migliore per siglare un accordo a tenuta stagna è proprio quello di massimo conflitto. Staremo a vedere.

Salvatore Bernocco

Copyright 2010 La Nuova Città

lunedì 15 marzo 2010

Ne hanno parlato finanche i Vescovi italiani della C.E.I., convocati per discutere ed approfondire il tema “Per un Pese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, da cui l’omonimo documento licenziato lo scorso 21 febbraio, Prima Domenica di Quaresima, su cui torneremo in altra occasione in modo più approfondito.
Ne parlano ogni giorno organi di stampa, televisioni, quotidiani, riviste. Se ne dibatte nei social network, cioè nei siti web dove gli internauti si incontrano nelle agorà virtuali e si scambiano opinioni ed idee.
Il Paese sta attraversando una terribile crisi etica e morale, oltre che civile ed economica, essendo queste ultime figlie delle prime due.
Nel Paese non c’è un’etica pubblica che sia condivisa. Si ha l’impressione di una erosione progressiva del senso morale, specie in campo politico ed economico, dove con frequenza preoccupante esplodono casi eclatanti di corruzione. Politica e finanza deviate, eterodirette dalle organizzazioni criminali, mafia e ‘ndrangheta, scoperte grazie all’uso delle intercettazioni telefoniche, strumento a mio avviso indispensabile per scoprire i reati e combattere la criminalità, tanto quella comune quanto quella dei cosiddetti colletti bianchi.
Perché alcuni politici temono le intercettazioni? Qual è il punto dolente? La tutela della privacy? O vi è altro? Francamente non credo che i magistrati si occupino delle vicende private di un politico per il gusto di violarne l’intimità o l’ambito familiare. Se così fosse sarebbero dei guardoni, farebbero del voyeurismo. La questione è che taluni comportamenti privati hanno riflessi pubblici, nel senso che rivelano intrecci affaristici e di altro genere inquadrabili nelle fattispecie dei delitti e dei reati contro la pubblica amministrazione. Il punto è il codice penale e quello di procedura penale, sono i reati che si commettono per fame e sete di potere e di denaro. Questi vanno contrastati e puniti severamente, senza attenuanti, evitando che il condannato possa ricandidarsi. A ciò osta non soltanto il vecchio detto “il lupo perde il pelo ma non il vizio”, ma anche la considerazione che non può ritenersi più affidabile nella gestione della res publica chi si è macchiato di reati contro la pubblica amministrazione. L’interdizione perpetua dai pubblici uffici parrebbe sanzione adeguata.
Nella formazione di talune liste per le Regionali compaiono nomi discussi, discutibili o chiacchierati. Vi sono anche veline, truccatrici, massaggiatrici ed amiche di Tizio o di Caio, le cui uniche qualità pare risiedano nelle loro grazie ed avvenenze, prive di competenze culturali e di esperienza politica. Si finirà col fare eleggere senatore o deputato il proprio cavallo, come ai tempi di Caligola? Perché non restituire all’elettorato la possibilità di esprimere una o più preferenze, consentendo così di selezionare la classe politica secondo criteri diversi dalle curve, dai favori sessuali ricevuti e dal grado di sudditanza al potente di turno? Questa sì che sarebbe democrazia, altro che l’opposizione alle intercettazioni telefoniche, la sospensione dei processi per chi governa, i lodi a tutela dei potenti, il vaniloquio manicheo sulle forze del bene contro quelle del male, su chi farebbe e chi si divertirebbe soltanto a demolire.
Sono dell’avviso che chi è pulito non abbia nulla da temere. Questo è il salto di qualità che la politica deve fare. Massima trasparenza, correttezza ed onestà. In gioco vi è la tenuta democratica del Paese e la sua immagine nel mondo, vilipesa da una classe politica che pare abbia abdicato alla propria precipua funzione di legiferare ed amministrare per il bene comune, per conto dei cittadini onesti, mai per se stessi ed il proprio entourage.
Salvatore Bernocco

Ne hanno parlato finanche i Vescovi italiani della C.E.I., convocati per discutere ed approfondire il tema “Per un Pese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, da cui l’omonimo documento licenziato lo scorso 21 febbraio, Prima Domenica di Quaresima, su cui torneremo in altra occasione in modo più approfondito.
Ne parlano ogni giorno organi di stampa, televisioni, quotidiani, riviste. Se ne dibatte nei social network, cioè nei siti web dove gli internauti si incontrano nelle agorà virtuali e si scambiano opinioni ed idee.
Il Paese sta attraversando una terribile crisi etica e morale, oltre che civile ed economica, essendo queste ultime figlie delle prime due.
Nel Paese non c’è un’etica pubblica che sia condivisa. Si ha l’impressione di una erosione progressiva del senso morale, specie in campo politico ed economico, dove con frequenza preoccupante esplodono casi eclatanti di corruzione. Politica e finanza deviate, eterodirette dalle organizzazioni criminali, mafia e ‘ndrangheta, scoperte grazie all’uso delle intercettazioni telefoniche, strumento a mio avviso indispensabile per scoprire i reati e combattere la criminalità, tanto quella comune quanto quella dei cosiddetti colletti bianchi.
Perché alcuni politici temono le intercettazioni? Qual è il punto dolente? La tutela della privacy? O vi è altro? Francamente non credo che i magistrati si occupino delle vicende private di un politico per il gusto di violarne l’intimità o l’ambito familiare. Se così fosse sarebbero dei guardoni, farebbero del voyeurismo. La questione è che taluni comportamenti privati hanno riflessi pubblici, nel senso che rivelano intrecci affaristici e di altro genere inquadrabili nelle fattispecie dei delitti e dei reati contro la pubblica amministrazione. Il punto è il codice penale e quello di procedura penale, sono i reati che si commettono per fame e sete di potere e di denaro. Questi vanno contrastati e puniti severamente, senza attenuanti, evitando che il condannato possa ricandidarsi. A ciò osta non soltanto il vecchio detto “il lupo perde il pelo ma non il vizio”, ma anche la considerazione che non può ritenersi più affidabile nella gestione della res publica chi si è macchiato di reati contro la pubblica amministrazione. L’interdizione perpetua dai pubblici uffici parrebbe sanzione adeguata.
Nella formazione di talune liste per le Regionali compaiono nomi discussi, discutibili o chiacchierati. Vi sono anche veline, truccatrici, massaggiatrici ed amiche di Tizio o di Caio, le cui uniche qualità pare risiedano nelle loro grazie ed avvenenze, prive di competenze culturali e di esperienza politica. Si finirà col fare eleggere senatore o deputato il proprio cavallo, come ai tempi di Caligola? Perché non restituire all’elettorato la possibilità di esprimere una o più preferenze, consentendo così di selezionare la classe politica secondo criteri diversi dalle curve, dai favori sessuali ricevuti e dal grado di sudditanza al potente di turno? Questa sì che sarebbe democrazia, altro che l’opposizione alle intercettazioni telefoniche, la sospensione dei processi per chi governa, i lodi a tutela dei potenti, il vaniloquio manicheo sulle forze del bene contro quelle del male, su chi farebbe e chi si divertirebbe soltanto a demolire.
Sono dell’avviso che chi è pulito non abbia nulla da temere. Questo è il salto di qualità che la politica deve fare. Massima trasparenza, correttezza ed onestà. In gioco vi è la tenuta democratica del Paese e la sua immagine nel mondo, vilipesa da una classe politica che pare abbia abdicato alla propria precipua funzione di legiferare ed amministrare per il bene comune, per conto dei cittadini onesti, mai per se stessi ed il proprio entourage.