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lunedì 10 giugno 2013
EMERGENZA POVERTA’ A RUVO
Per quanto ne so, sono tante le famiglie ruvesi che versano in condizioni di estrema precarietà economica, anzi di povertà. Se non erro, oltre 400 nuclei familiari sono seguiti dalla Caritas cittadina (non so nulla di quelli seguiti dai Servizi Sociali, ma posso immaginare che si tratti di un numero ragguardevole), i cui fondi a disposizione non sono affatto sufficienti a sopperire alle continue richieste di aiuto per pagare le bollette della luce e del gas, dell’acqua, condominiali. Le stesse parrocchie sono prese d’assalto da persone in cerca di un sostegno.
Molte persone che vivevano al limite del decoro, sono state risucchiate indietro. Il ceto medio si è complessivamente impoverito e, con esso, si registra il declino delle attività commerciali, costrette anch’esse a fare i conti con una spesa per i consumi che si è notevolmente ridimensionata. Sono pochi coloro che riescono a risparmiare qualcosa. La maggior parte dei monoreddito fa fatica ad arrivare con qualche euro in tasca alla famosa “terza settimana”. Insomma, il quadro economico-sociale è preoccupante, e vi è il concreto rischio che, prima o poi, frustrazione e depressione si convertano in violenza e ribellione. Alcune avvisaglie ci sono già state, ma sembra che uno, due, cinquanta morti a causa della crisi economica, facciano testo solo per due, tre giorni al massimo, con il solito condimento di proclami e promesse, dopo di che tutto finisce nel dimenticatoio. I problemi, chi ce li ha, se li tiene. Questa la triste sintesi.
L’emergenza si sta trasformando in una condizione stabile di precarietà. La recessione economica, che non accenna a regredire, ha eroso diritti e sicurezze. A livello locale, credo sia ora di attivarsi in modo più razionale e meno dispersivo, immaginando semmai la formazione di una task force contro le povertà, composta dalle associazioni del volontariato, laiche e religiose, dal Comune, dalle parrocchie. È necessario un coordinamento delle azioni, degli interventi e delle iniziative di sostegno delle persone che non dispongono di un reddito sufficiente a vivere, molte delle quali sono sconosciute alla rete della solidarietà, trovando poco dignitoso venire allo scoperto.
Credo manchi un censimento delle povertà. Sarebbe bene pensarci, quale strumento di rilevazione delle emergenze locali, dai cui esiti poi prendere spunto per impostare mirate politiche sociali e della solidarietà.
Nel frattempo, sperando che le istituzioni locali vogliano prendere in seria considerazione il nostro suggerimento, dobbiamo intervenire come possiamo. Chi può, dia di più. Lo dia alla Caritas cittadina, alla sua parrocchia, di persona. Non lesini il suo aiuto, se è nella possibilità di darlo. Se stendiamo la mano, Gesù la guarisce dal suo inaridimento (v. Mc 3, 1-6), il che significa che ci rende capaci di “estenderci”, di amare di più, secondo il suo volere.
Salvatore Bernocco
Su "Fermento" del mese di giugno 2013
mercoledì 2 febbraio 2011
L’OSPITE INQUIETANTE
Politica locale avvitata su se stessa o svitata, nel senso di matta, folle, irrazionale? Entrambe le cose, anche perché la condizione solipsistica è terreno fertile per la follia. Molti si parlano addosso in queste ore, anche sui siti web. Scrivono cose che non pensano, falsificano il corso degli eventi, addolciscono la pillola. Fra “strategia del centrodestra” e “il teatrino della politica” la ragione si perde, naufraga. Probabilmente la politica ha sue logiche-illogiche che non appartengono ad altro ambito delle scienze sociali. È, la politica locale, un fenomeno da studiare, da approfondire da parte di sociologi, politologi e filosofi alla Cacciari. Oppure è vero il contrario? Troppo semplice la lettura degli accadimenti da accreditarsi a raffinate menti contorte, la semplicità e la linearità essendo entrate a far parte dell’insolito e finanche dell’inutile. Portiamo elementi di riflessione alle nostre tesi, sperando di essere smentiti con argomenti seri e circostanziati e non con insulti e minacce dirette ed indirette, esercizio, quest’ultimo, nel quale eccelle un politico nostrano che non si arrende all’evidenza del tempo che passa e all’affermarsi di nuove generazioni che, dai suoi contorsionismi, hanno francamente poco da apprendere, anzi nulla. O forse no, perché, come sosteneva il filosofo francese Jean Guitton, si conosce per contrasto, e quindi quella figura di politico locale assurge a figura emblematica e simbolica di come occorre non-essere e non-comportarsi in politica e nella vita di relazione. Essendo le città, i paesi, i borghi comunità di esseri umani in relazione, se queste dovessero dipendere dai capricci e dalle ambizioni di potere dell’anti-politico si trasformerebbero in crocevia di caste e di egoismi corporativi. Non ci sarebbe più l’Uomo con i suoi bisogni, ma l’individuo da manipolare e da asservire ai propri fini. Non ci sarebbe più la società, ma le società segrete, le combriccole, le carbonerie. Nessuna amicizia, perché in politica essa non ha valore alcuno, ma interessi ed inciuci. D’altronde, mi consta personalmente che quel politico abbia espressamente dichiarato che, in politica, l’amicizia è una superfetazione, un disvalore, un bruscolo nell’occhio rapace che va eliminato con il collirio del tornaconto. Un po’ di gocce di convenienza ed il gioco è fatto, si troncano rapporti come si concludono i giochi sessuali berlusconiani, con un calcio nel deretano, con la mistificazione e la menzogna. Millantando contentini. Su queste basi le società si riducono ad aggregati di individui in lotta per la sopravvivenza. È la legge della giungla urbana; è la cartina di tornasole del livello di acidità dei cuori che, per vivere, necessitano dell’ossigeno della verità e di condotte trasparenti e cristalline. In politica la linearità e la logica non andrebbero mai abolite, perché la loro mancanza partorirebbe mostri quali: provvedimenti amministrativi senza né capo né coda, lassismo, superficialità, ambivalenze, timori reverenziali, il pugno di ferro, l’intolleranza e l’intimidazione, la diade amico-nemico (bisognerebbe rileggersi Bobbio sul punto), per cui se non sei dalla mia parte, sei mio nemico, ed io devo fare quanto è nelle mie possibilità per ridurti al silenzio, distruggerti, renderti la vita difficile.
A Ruvo siamo giunti a questo capolinea? Non spetta a me dirlo, ma siamo sulla buona strada. È di tutta evidenza. Di certo un ospite inquieto ed inquietante si aggira per le vuote segreterie politiche di ciò che resta delle sedi di partito, dove fra uno scopone ed un tressette, una cospirazione a due o a tre, il sussurrio dei maldicenti ed il sibilo sinistro dei delatori, si complotta ai danni del paese, delle persone perbene – che ancora ci sono -, a vantaggio di pochi o di nessuno. Si fa strada la nuova visione copernicana narcisistica: io sono il centro del sistema, io conto, io solo penso e ho le soluzioni (a cosa, soprattutto quando si è all’origine di tanti disastri?). Voi, tutti voi, siete appendici, protesi del capo, come Fitto lo fu di Berlusconi (a quale protesi alludesse il Drago, dopo le vicende di questi giorni condite di escort, mignotte, denaro, corruzione, etc., è ora abbastanza chiaro).
L’ospite inquietante è il cinismo, che dà la patente del cattolicesimo sociale a chi, semmai, lo utilizza strumentalmente, giusto per intercettare il voto di qualche nostalgico di un tempo in cui la D.C. era il partito dei cattolici democratici e liberali, con una costante caratterizzazione laica che farebbe impallidire gli odierni cattolici prestati alla politica o, meglio, che sono in politica per ottenere qualche prestito, un seggio alla Provincia o alla Regione, che significa tanti soldi e poche noie per almeno cinque anni. Troppe genuflessioni e poca sana laicità, perché lo Stato e le istituzioni sono laiche e non confessionali. Speriamo cessi quanto prima quest’operazione mistificatoria. Quanto alla fede, è evidente che più che dirsi cristiani, occorre esserlo. Sarebbe il miglior viatico alla nuova evangelizzazione. Sarebbe il servizio più alto alla Chiesa ed alla comunità degli uomini e delle donne.
L’ospite inquietante è il nichilismo delle classi dirigenti, che mettono sulla bilancia il calcolo invece del bene comune. Alcuni suggeriscono che le alleanze di oggi per le amministrative del prossimo maggio riflettono in realtà i calcoli dei singoli circa il loro futuro politico. In altre parole avremo l’impressione di eleggere sindaco e consiglieri comunali, ma in realtà porteremo acqua alle aspirazioni dei singoli per altri scranni, quali la Provincia e la Regione Puglia , con largo anticipo. Già, possiamo pure chiamarle, in tal senso, elezioni anticipate; l’apparenza dice Ruvo, la sostanza dice “altrove”, non qui, non la città delle due gestioni commissariali e dei due fallimenti amministrativi, uno di sinistra, forse due, ed uno di destra, forse due, se la “strana coalizione” dovesse vincere le amministrative. Il futuro di Ruvo è già scritto. Facciamo le Cassandre? È probabile, ma quanto sta accadendo all’ombra del gallo di Melodia e nei suoi dintorni è eloquente.
Vediamo aggirasi ombre grigie e sinistre e destre su Palazzo Avitaja. Speriamo che un vento di maestrale le spazzi via, prima che sia troppo tardi. Salvatore Bernocco
da Ruvolibera, Copyright 2011
A Ruvo siamo giunti a questo capolinea? Non spetta a me dirlo, ma siamo sulla buona strada. È di tutta evidenza. Di certo un ospite inquieto ed inquietante si aggira per le vuote segreterie politiche di ciò che resta delle sedi di partito, dove fra uno scopone ed un tressette, una cospirazione a due o a tre, il sussurrio dei maldicenti ed il sibilo sinistro dei delatori, si complotta ai danni del paese, delle persone perbene – che ancora ci sono -, a vantaggio di pochi o di nessuno. Si fa strada la nuova visione copernicana narcisistica: io sono il centro del sistema, io conto, io solo penso e ho le soluzioni (a cosa, soprattutto quando si è all’origine di tanti disastri?). Voi, tutti voi, siete appendici, protesi del capo, come Fitto lo fu di Berlusconi (a quale protesi alludesse il Drago, dopo le vicende di questi giorni condite di escort, mignotte, denaro, corruzione, etc., è ora abbastanza chiaro).
L’ospite inquietante è il cinismo, che dà la patente del cattolicesimo sociale a chi, semmai, lo utilizza strumentalmente, giusto per intercettare il voto di qualche nostalgico di un tempo in cui la D.C. era il partito dei cattolici democratici e liberali, con una costante caratterizzazione laica che farebbe impallidire gli odierni cattolici prestati alla politica o, meglio, che sono in politica per ottenere qualche prestito, un seggio alla Provincia o alla Regione, che significa tanti soldi e poche noie per almeno cinque anni. Troppe genuflessioni e poca sana laicità, perché lo Stato e le istituzioni sono laiche e non confessionali. Speriamo cessi quanto prima quest’operazione mistificatoria. Quanto alla fede, è evidente che più che dirsi cristiani, occorre esserlo. Sarebbe il miglior viatico alla nuova evangelizzazione. Sarebbe il servizio più alto alla Chiesa ed alla comunità degli uomini e delle donne.
L’ospite inquietante è il nichilismo delle classi dirigenti, che mettono sulla bilancia il calcolo invece del bene comune. Alcuni suggeriscono che le alleanze di oggi per le amministrative del prossimo maggio riflettono in realtà i calcoli dei singoli circa il loro futuro politico. In altre parole avremo l’impressione di eleggere sindaco e consiglieri comunali, ma in realtà porteremo acqua alle aspirazioni dei singoli per altri scranni, quali la Provincia e la Regione Puglia , con largo anticipo. Già, possiamo pure chiamarle, in tal senso, elezioni anticipate; l’apparenza dice Ruvo, la sostanza dice “altrove”, non qui, non la città delle due gestioni commissariali e dei due fallimenti amministrativi, uno di sinistra, forse due, ed uno di destra, forse due, se la “strana coalizione” dovesse vincere le amministrative. Il futuro di Ruvo è già scritto. Facciamo le Cassandre? È probabile, ma quanto sta accadendo all’ombra del gallo di Melodia e nei suoi dintorni è eloquente.
Vediamo aggirasi ombre grigie e sinistre e destre su Palazzo Avitaja. Speriamo che un vento di maestrale le spazzi via, prima che sia troppo tardi. Salvatore Bernocco
da Ruvolibera, Copyright 2011
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domenica 26 dicembre 2010
UN EVENTO DOPO L’ALTRO, MA POI?
La Sagra del Fungo Cardoncello del 13 e 14 novembre, la XII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico tenutasi a Paestum dal 19 al 22 novembre, la Banda di Ruvo con Pino Minafra ed il M° Michele Di Puppo a Bari al Kursaal Santa Lucia, il 24 novembre, dove è stato presentato il nuovo CD edito dall’etichetta bavarese Enja di Matthias Winckelman, come il precedente lavoro intitolato “La Banda”.
La Pro Loco di Ruvo di Puglia ha organizzato egregiamente la sagra, che ha avuto un’affluenza record di visitatori, e ha partecipato alla Borsa Mediterranea di Paestum per ribadire che essa vuole continuare ad essere portatrice di quelle tradizioni e di quei valori su cui Ruvo si è fondata e tuttora si fonda, nonostante siano palpabili i sintomi della stanchezza e dell’apatia che attraversano la politica, l’economia, il commercio, la cultura, la società. È come se fosse venuto meno il collante della speranza in un riscatto ed in un nuovo inizio. Le società diventano comunità se questo collante regge e si consolida. Quando si allenta, le comunità fanno retromarcia, scendono di un gradino, diventano società, cioè aggregato di uomini e donne che vivono in un luogo senza sentire di appartenervi, senza prendere parte alle decisioni circa il futuro del paese. Non percepiscono cosa sia il bene comune. Seguono le regole, le tradizioni, i regolamenti e quant’altro perché, in un certo senso, vi sono costretti. In verità, dall’idea appena delineata di società si può ulteriormente regredire di uno scalino, e ci si può trasformare in aggregato di uomini e donne, che si ha nel momento in cui il senso di non appartenenza assume aspetti quasi violenti di rifiuto delle regole e delle consuetudini, l’individualismo personale e/o corporativo prende piede, la politica non è più in grado di amministrare con lungimiranza e non si occupa neppure dell’ordinaria amministrazione, ciascuno cerca di farsi strada passando finanche sul cadavere dei propri cari. Uno scenario apocalittico? Assolutamente no, basterebbe analizzare le crisi delle società complesse, soprattutto in quest’epoca di profondo disagio morale e di difficoltà economica globale. L’alternativa alle situazioni di degrado, anche in funzione preventiva, è la cultura, che sia povera o raffinata poco importa. Cultura come sapere, conoscenza utile al farsi delle comunità e alla crescita personale, inaugurando il circuito virtuoso che va dal singolo alla comunità e viceversa. Cultura come rispetto dell’esistente e immaginazione di alternative di sviluppo, come combinazione sapiente di tradizioni e novità di qualità da esportare in funzione del richiamo e dell’attrattiva turistica. È risaputo che non ogni novità che viene proposta ed ottiene cospicui finanziamenti sia una bella novità, cioè sia utile a quel processo di crescita e sviluppo di cui ho detto. Quante pessime novità sono state spacciate come eventi? Parecchie, con spreco di denaro pubblico e nessun beneficio per il cuore e la mente, per il commercio ed il turismo.
Il 19 giugno 2009 la Banda di Ruvo di Puglia ebbe un enorme successo in Francia, al festival di Saint Denis a Parigi. Le musiche della Settimana Santa e quelle di Nino Rota si fusero e diedero vita ad un evento significativo che riscosse successo di pubblico e di critica. La Pro Loco svolse anche a Parigi un’importante funzione di promozione del nostro territorio e delle nostre tradizioni, avvalendosi di un’opportunità di prestigio che assai di rado si verifica.
Il Talos Festival è morto e sepolto, è ormai un ricordo. L’ex convento dei Domenicani è una cattedrale nel deserto. La scuola di musica comunale, che ha sfornato centinaia di bravi musicisti, è stata chiusa. Ci sono miriadi di associazioni culturali e musicali che però non fanno sistema, che si fanno concorrenza leale e sleale, che lottano per ritagliarsi qualche piccolo spazio di notorietà ed ottenere il patrocinio economico del Comune. Bande musicali che diventano bande di soggetti in conflitto fra di loro. Questa frammentazione non giova al paese né al progetto comunitario. Questo individualismo associativo - un ossimoro, una contraddizione in termini, a ben vedere – non porta ossigeno ai polmoni di Ruvo. Occorrerebbe superare la fase infantile dell’egoismo – perché, in fondo, di questo si tratta – ed immaginare di fare un bel tratto di strada insieme, valorizzando le specificità e le esperienze di tutti, senza far sfoggio di intolleranza e primazie.
Non si tratta di abdicare a sé, ma di ritrovarsi in un progetto più ampio, più a misura d’uomo, che è essere in relazione con altri uomini per un fine educativo e morale alto: dare alle nuove generazioni motivi di speranza, affidare loro un organismo vivente, non un paziente in coma.
Salvatore Bernocco
da IL RUBASTINO, Dicembre 2010, Copyright
La Pro Loco di Ruvo di Puglia ha organizzato egregiamente la sagra, che ha avuto un’affluenza record di visitatori, e ha partecipato alla Borsa Mediterranea di Paestum per ribadire che essa vuole continuare ad essere portatrice di quelle tradizioni e di quei valori su cui Ruvo si è fondata e tuttora si fonda, nonostante siano palpabili i sintomi della stanchezza e dell’apatia che attraversano la politica, l’economia, il commercio, la cultura, la società. È come se fosse venuto meno il collante della speranza in un riscatto ed in un nuovo inizio. Le società diventano comunità se questo collante regge e si consolida. Quando si allenta, le comunità fanno retromarcia, scendono di un gradino, diventano società, cioè aggregato di uomini e donne che vivono in un luogo senza sentire di appartenervi, senza prendere parte alle decisioni circa il futuro del paese. Non percepiscono cosa sia il bene comune. Seguono le regole, le tradizioni, i regolamenti e quant’altro perché, in un certo senso, vi sono costretti. In verità, dall’idea appena delineata di società si può ulteriormente regredire di uno scalino, e ci si può trasformare in aggregato di uomini e donne, che si ha nel momento in cui il senso di non appartenenza assume aspetti quasi violenti di rifiuto delle regole e delle consuetudini, l’individualismo personale e/o corporativo prende piede, la politica non è più in grado di amministrare con lungimiranza e non si occupa neppure dell’ordinaria amministrazione, ciascuno cerca di farsi strada passando finanche sul cadavere dei propri cari. Uno scenario apocalittico? Assolutamente no, basterebbe analizzare le crisi delle società complesse, soprattutto in quest’epoca di profondo disagio morale e di difficoltà economica globale. L’alternativa alle situazioni di degrado, anche in funzione preventiva, è la cultura, che sia povera o raffinata poco importa. Cultura come sapere, conoscenza utile al farsi delle comunità e alla crescita personale, inaugurando il circuito virtuoso che va dal singolo alla comunità e viceversa. Cultura come rispetto dell’esistente e immaginazione di alternative di sviluppo, come combinazione sapiente di tradizioni e novità di qualità da esportare in funzione del richiamo e dell’attrattiva turistica. È risaputo che non ogni novità che viene proposta ed ottiene cospicui finanziamenti sia una bella novità, cioè sia utile a quel processo di crescita e sviluppo di cui ho detto. Quante pessime novità sono state spacciate come eventi? Parecchie, con spreco di denaro pubblico e nessun beneficio per il cuore e la mente, per il commercio ed il turismo.
Il 19 giugno 2009 la Banda di Ruvo di Puglia ebbe un enorme successo in Francia, al festival di Saint Denis a Parigi. Le musiche della Settimana Santa e quelle di Nino Rota si fusero e diedero vita ad un evento significativo che riscosse successo di pubblico e di critica. La Pro Loco svolse anche a Parigi un’importante funzione di promozione del nostro territorio e delle nostre tradizioni, avvalendosi di un’opportunità di prestigio che assai di rado si verifica.
Il Talos Festival è morto e sepolto, è ormai un ricordo. L’ex convento dei Domenicani è una cattedrale nel deserto. La scuola di musica comunale, che ha sfornato centinaia di bravi musicisti, è stata chiusa. Ci sono miriadi di associazioni culturali e musicali che però non fanno sistema, che si fanno concorrenza leale e sleale, che lottano per ritagliarsi qualche piccolo spazio di notorietà ed ottenere il patrocinio economico del Comune. Bande musicali che diventano bande di soggetti in conflitto fra di loro. Questa frammentazione non giova al paese né al progetto comunitario. Questo individualismo associativo - un ossimoro, una contraddizione in termini, a ben vedere – non porta ossigeno ai polmoni di Ruvo. Occorrerebbe superare la fase infantile dell’egoismo – perché, in fondo, di questo si tratta – ed immaginare di fare un bel tratto di strada insieme, valorizzando le specificità e le esperienze di tutti, senza far sfoggio di intolleranza e primazie.
Non si tratta di abdicare a sé, ma di ritrovarsi in un progetto più ampio, più a misura d’uomo, che è essere in relazione con altri uomini per un fine educativo e morale alto: dare alle nuove generazioni motivi di speranza, affidare loro un organismo vivente, non un paziente in coma.
Salvatore Bernocco
da IL RUBASTINO, Dicembre 2010, Copyright
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domenica 25 luglio 2010
LA CABALA
Il giovane Pasquale De Palo lascia la segreteria del PD ed al suo posto si insedia Caterina Montaruli, frequentatrice di lungo corso della politica ruvestina, già candidata a sindaco per il centrosinistra e consigliere comunale. La scelta della Montaruli sembra derivare da un accordo fra l’area degli ex popolari (grassiani), quella che fa capo all’Assessore regionale Minervini e qualche ex pidiessino. Non tutti erano d’accordo, al di là della raggiunta unanimità. Obiettivo inconfessato: arginare l’influenza politica di qualcun altro? Potrebbe darsi, non mi meraviglierei più di tanto. Ci sono incrostazioni e vecchie logiche che potrebbero dileguarsi solo se ci fosse un generale repulisti, cosa altamente improbabile. Le rivoluzioni radicali non piacciono a nessuno, specie nella nostra Ruvo dove gli intrecci parentali ed amicali (e gli interessi personali e di cordata) condizionano pesantemente il quadro politico e la sua evoluzione. Ma non sono bene accette neppure le mezze rivoluzioni, un po’ per amore del quieto vivere, un po’ perché si temono ripercussioni, punizioni trasversali, convergenze parallele. E mi sovviene quanto mi confidò mio padre anni or sono con riguardo all’ambito politico e non solo: a Ruvo tutti hanno paura di tutti. Le pecore prevalgono, e di molto, sui leoni. Le lepri, poi, non si contano, e le iene e gli avvoltoi si aggirano minacciosi intorno ai presunti cadaveri politici.
A ben vedere, quindi, le rivoluzioni non piacciono proprio, e ciò è segno di stagnazione e di chiusura. Lo stesso ex segretario del PD è stato molto esplicito al riguardo nel corso della sua brillante ed applaudita relazione, quando ha detto che a Ruvo “il tempo degli “ex-qualcosa” è finito, il tempo dei “neo” non è ancora maturato, ma nel contempo si sono create e solidificate diverse sensibilità nel nostro partito ruvese, sulla base di fattori aggreganti a me poco chiari. Si è scelta la strada breve dell’individuare l’unitarietà delle candidature, quella facile dei numeri, non già quella della condivisione di percorsi ed obiettivi.” Il questo passaggio c’è tutto il reale disagio di un giovane segretario che ha dovuto prendere atto della mancata rivoluzione, totale e parziale, che è prima culturale e quindi politica. È storia francamente non nuova, e mi sorprende che ci si possa ancora sorprendere del fatto che la politica tenda a rinnovare se stessa senza rinnovare un fico secco, in un gioco lezioso di parole che fanno da contorno a scenari triti e ritriti. Il Gattopardo docet. In politica si va dall’estetista per rifarsi il look e dare una limata alle unghie, che comunque restano ben affilate come lame di coltelli. Questa è la politica con la “p” minuscola. Le maiuscole appartengono al mondo delle utopie e soltanto agli esordi dei periodi. Non è forse vero che in ortografia il punto è seguito dalla lettera maiuscola? Dopo, inevitabilmente, seguono le minuscole, e dal Bolscioi si transita ai teatrini di provincia, maleodoranti e pregni di fumo, in un batter d’occhio, con tutto, o quasi, il carro di Tespi. Durante il tragitto i meloni si assestano: non si deve disturbare il manovratore, e con gli altri meloni è saggio andare d’amore e d’accordo. Dal lifting e dall’alta chirurgia plastica alla cafonaggine delle dita nel naso il passo è breve, talvolta impercettibile. Molti se ne accorgono ma si distraggono e girano la testa dall’altro lato: il galateo lasciamolo ai salotti e alle cene di gala, la politica è lacrime e sangue, dicono, sgomitate e compromesso, perché no! La polvere intanto si deposita sui mobili delle tradizioni e delle culture politiche d’origine. Le occasioni mancate gridano vendetta al cospetto dei grandi del pensiero politico e di quanti, di tutti gli schieramenti politici, consentirono a Ruvo di fare un salto di qualità, molto, ma molto tempo addietro.
Intanto il centrosinistra candiderà chi? Stragapede? Ottombrini? Crispino? Le scommesse sono aperte. Siamo alla cabala. Varrà la logica del consenso interno o quella della qualità programmatica? Si terrà conto del gradimento dell’opinione pubblica o dei consuntivi? Si partirà, come è giusto che sia, da un esame dell’attività amministrativa svolta o non svolta in questi cinque anni, evidenziandone luci ed ombre, terrazzi e scantinati, oppure se ne farà pregiudizialmente a meno, aderendo all’invalso luogo comune per cui questa Amministrazione ha fatto poco o non ha fatto niente?
Nel PDL siamo alla bagarre. Accuse incrociate, minacce di stroncare carriere e di commissariamenti sono state affidate a documenti di chiara provenienza, a dichiarazioni più o meno pubbliche e alle voci della notte. Giovanni Mazzone, e non solo, si è opposto a Matteo Paparella, il quale ha messo sul tavolo una questione politica: l’autoreferenzialità del direttivo del PDL, sublimando il disagio del coordinatore Salvatore Barile e mettendo sul banco degli imputati Mazzone, il quale, come altri dirigenti del PDL, devono “dimostrare di avere una personale legittimazione elettorale verificabile con consultazioni elettorali amministrative che ne attestino il reale radicamento sul territorio. Trattasi evidentemente di un antica regola democratica propedeutica per legittimare aspettative personali elettive comunque di rappresentanza a tutti i livelli”.
Intelligenti pauca. Qui c’è sotto la questione dei patti non mantenuti, che siano della crostata, della braciola o del caminetto poco importa. Chi fu a rompere il patto di ferro fra le componenti interne, ora carta straccia, Paparella o Fitto? Avrebbe potuto il candidato locale del PDL alle Regionali opporre il grande rifiuto, alla maniera di Celestino V? Che cosa si siano detti Fitto e Paparella non si sa. I colloqui sono privati e coperti da una coltre di segreto. Tuttavia, secondo un’antica quanto saggia regola, pacta sunt servanda, i patti si onorano. Sempre. Il proprio contributo consistente alla campagna elettorale di un altro si può dare anche stando dietro le quinte, lavorando per questi dopo che questi si è prodigato in altre occasioni. Non si deve lavorare solo per se stessi. Su questo ci sono pochi dubbi: le parole date non si ritirano, se non in un caso, se c’è l’accordo comune ed una nuova intesa. Nel frattempo, chi subisce i contraccolpi di questa querelle è il candidato a sindaco del centrodestra, Franco Catalano, lanciato in tempi di bonaccia, forse con largo anticipo. Alcuni danno ora in bilico la sua candidatura, indebolita dalla frattura interna al PDL, che potrebbe aprire scenari inediti. Di certo c’è che, come un regno diviso al suo interno è destinato a perire, così una coalizione lacerata semplicemente non c’è più, è destinata ad implodere. E, temo, a seppellire chi avrebbe dovuto condurla alla vittoria.
Salvatore Bernocco
Copyright 2010 Il Rubastino
A ben vedere, quindi, le rivoluzioni non piacciono proprio, e ciò è segno di stagnazione e di chiusura. Lo stesso ex segretario del PD è stato molto esplicito al riguardo nel corso della sua brillante ed applaudita relazione, quando ha detto che a Ruvo “il tempo degli “ex-qualcosa” è finito, il tempo dei “neo” non è ancora maturato, ma nel contempo si sono create e solidificate diverse sensibilità nel nostro partito ruvese, sulla base di fattori aggreganti a me poco chiari. Si è scelta la strada breve dell’individuare l’unitarietà delle candidature, quella facile dei numeri, non già quella della condivisione di percorsi ed obiettivi.” Il questo passaggio c’è tutto il reale disagio di un giovane segretario che ha dovuto prendere atto della mancata rivoluzione, totale e parziale, che è prima culturale e quindi politica. È storia francamente non nuova, e mi sorprende che ci si possa ancora sorprendere del fatto che la politica tenda a rinnovare se stessa senza rinnovare un fico secco, in un gioco lezioso di parole che fanno da contorno a scenari triti e ritriti. Il Gattopardo docet. In politica si va dall’estetista per rifarsi il look e dare una limata alle unghie, che comunque restano ben affilate come lame di coltelli. Questa è la politica con la “p” minuscola. Le maiuscole appartengono al mondo delle utopie e soltanto agli esordi dei periodi. Non è forse vero che in ortografia il punto è seguito dalla lettera maiuscola? Dopo, inevitabilmente, seguono le minuscole, e dal Bolscioi si transita ai teatrini di provincia, maleodoranti e pregni di fumo, in un batter d’occhio, con tutto, o quasi, il carro di Tespi. Durante il tragitto i meloni si assestano: non si deve disturbare il manovratore, e con gli altri meloni è saggio andare d’amore e d’accordo. Dal lifting e dall’alta chirurgia plastica alla cafonaggine delle dita nel naso il passo è breve, talvolta impercettibile. Molti se ne accorgono ma si distraggono e girano la testa dall’altro lato: il galateo lasciamolo ai salotti e alle cene di gala, la politica è lacrime e sangue, dicono, sgomitate e compromesso, perché no! La polvere intanto si deposita sui mobili delle tradizioni e delle culture politiche d’origine. Le occasioni mancate gridano vendetta al cospetto dei grandi del pensiero politico e di quanti, di tutti gli schieramenti politici, consentirono a Ruvo di fare un salto di qualità, molto, ma molto tempo addietro.
Intanto il centrosinistra candiderà chi? Stragapede? Ottombrini? Crispino? Le scommesse sono aperte. Siamo alla cabala. Varrà la logica del consenso interno o quella della qualità programmatica? Si terrà conto del gradimento dell’opinione pubblica o dei consuntivi? Si partirà, come è giusto che sia, da un esame dell’attività amministrativa svolta o non svolta in questi cinque anni, evidenziandone luci ed ombre, terrazzi e scantinati, oppure se ne farà pregiudizialmente a meno, aderendo all’invalso luogo comune per cui questa Amministrazione ha fatto poco o non ha fatto niente?
Nel PDL siamo alla bagarre. Accuse incrociate, minacce di stroncare carriere e di commissariamenti sono state affidate a documenti di chiara provenienza, a dichiarazioni più o meno pubbliche e alle voci della notte. Giovanni Mazzone, e non solo, si è opposto a Matteo Paparella, il quale ha messo sul tavolo una questione politica: l’autoreferenzialità del direttivo del PDL, sublimando il disagio del coordinatore Salvatore Barile e mettendo sul banco degli imputati Mazzone, il quale, come altri dirigenti del PDL, devono “dimostrare di avere una personale legittimazione elettorale verificabile con consultazioni elettorali amministrative che ne attestino il reale radicamento sul territorio. Trattasi evidentemente di un antica regola democratica propedeutica per legittimare aspettative personali elettive comunque di rappresentanza a tutti i livelli”.
Intelligenti pauca. Qui c’è sotto la questione dei patti non mantenuti, che siano della crostata, della braciola o del caminetto poco importa. Chi fu a rompere il patto di ferro fra le componenti interne, ora carta straccia, Paparella o Fitto? Avrebbe potuto il candidato locale del PDL alle Regionali opporre il grande rifiuto, alla maniera di Celestino V? Che cosa si siano detti Fitto e Paparella non si sa. I colloqui sono privati e coperti da una coltre di segreto. Tuttavia, secondo un’antica quanto saggia regola, pacta sunt servanda, i patti si onorano. Sempre. Il proprio contributo consistente alla campagna elettorale di un altro si può dare anche stando dietro le quinte, lavorando per questi dopo che questi si è prodigato in altre occasioni. Non si deve lavorare solo per se stessi. Su questo ci sono pochi dubbi: le parole date non si ritirano, se non in un caso, se c’è l’accordo comune ed una nuova intesa. Nel frattempo, chi subisce i contraccolpi di questa querelle è il candidato a sindaco del centrodestra, Franco Catalano, lanciato in tempi di bonaccia, forse con largo anticipo. Alcuni danno ora in bilico la sua candidatura, indebolita dalla frattura interna al PDL, che potrebbe aprire scenari inediti. Di certo c’è che, come un regno diviso al suo interno è destinato a perire, così una coalizione lacerata semplicemente non c’è più, è destinata ad implodere. E, temo, a seppellire chi avrebbe dovuto condurla alla vittoria.
Salvatore Bernocco
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Ruvo di Puglia
giovedì 15 luglio 2010
IL PDL SI SPACCA
Cosa sta succedendo in casa PDL? Ci sono frange finiane in rivolta che reclamano decisioni collegiali, che sgomitano per ottenere più spazio, che si battono per sterilizzare altre frange che, stando ad un comunicato diramato dai paparelliani (tanto per esemplificare), comandano troppo pur non avendo ottenuto nessun consenso popolare? Quanto vale sotto il profilo politico chi non si è mai candidato a niente? Questa è la sottolineatura di fondo dei paparelliani. Oppure tutto nasce da un accordo siglato qualche tempo addietro, poco prima delle elezioni provinciali, quando si decise il tridente da schierare agli appuntamenti elettorali: Franco Catalano, candidato alla carica di sindaco; Matteo Paparella, candidato al Consiglio provinciale; Antonello Paparella o un altro politico di area ex AN, candidato alle regionali? Un patto di ferro sancito pubblicamente, con annessa foto di gruppo. Tutti soddisfatti. Tutti al settimo cielo. Col placet dei coordinatori Giovanni Mazzone e Salvatore Barile.
I finiani non c’entrano niente. Crediamo che a Ruvo non ce ne siano o, se ci sono, non ne siamo a conoscenza. Di vero c’è che Matteo Paparella entra in Consiglio provinciale e viene nominato assessore. Una risurrezione politica in piena regola che molti non si aspettavano. A chi va il merito? Chi ha vestito i panni del Cristo che risuscita Lazzaro? Qui la questione si fa un tantino delicata, proprio perché tira in ballo il potenziale elettorale dei singoli, la capacità organizzativa di un partito, il lavoro dei coordinatori e dei comitati. Ebbene, secondo alcuni si sarebbe trattato di auto-resurrezione, nel senso che Paparella avrebbe fatto tutto da solo, secondo la tradizione anglosassone del selfmade man o sulla scia del vecchio adagio italico “chi fa da sé fa per tre”. Secondo altri, l’apporto dei coordinatori, consiglieri, componenti del direttivo, sarebbe stato decisivo. Comunque stiano le cose, fatto sta che, probabilmente galvanizzato dal consenso ottenuto, Paparella non seppe resistere alle avance del Ministro Raffaele Fitto, il quale gli avrebbe chiesto di candidarsi al Consiglio regionale per sostenere la candidatura, deboluccia, di Rocco Palese. Il patto di ferro si sfarina, nascono i primi dissensi. Il coordinatore Mazzone, che pure si era impegnato perché Paparella entrasse in Giunta, minaccia di dimettersi. Per un certo periodo si dimette. Poi, sollecitato dai vertici sovracomunali del partito, vi rientra, ma con un suo piglio e con le sue ragioni. I patti vanno mantenuti, disse. Come non dargli ragione?
Due domande nascono spontanee. Fitto decide ed il PDL ruvese non ne sa nulla? Grave mancanza di tatto. Scarsissimo rispetto per gli organismi di partito. I dissidenti/dissenzienti prendono strade diverse, appoggiano candidati forestieri, portano via fette di consenso al candidato locale. La resa dei conti è già nell’aria, e si terrà subito dopo l’esito elettorale, negativo tanto per Palese che per Paparella.
Seconda domanda: perché non chiedere la convocazione dell’organismo interno di partito e discutere della scelta di Fitto o di chi per lui? Che cosa sarebbe accaduto di così grave? Posti di fronte alla decisione inappellabile del leader indiscusso del PDL pugliese, pensiamo che nessuno avrebbe potuto eccepire alcunché. Si sarebbe preso atto. Si sarebbero rivisti i termini dell’accordo iniziale. Si sarebbero trovati altri aggiustamenti. Così non è stato. Il mistero è Fitto.
Duro scontro interno, dunque. Una riunione finita in malo modo. Mazzone che attacca Paparella, il quale, per tutta risposta, articola un documento politico in cui, sostanzialmente, si chiede la sua destituzione, anzi il commissariamento della sezione. Viene salvato, non si sa bene perché, Salvatore Barile. I firmatari del documento si asterranno dal partecipare alle riunioni del direttivo fino a soluzione del problema da parte degli organismi di partito sovracomunali. Contro-documento puntuale del Coordinamento, anch’esso sottoposto a Bari, firmato da consiglieri comunali e componenti del direttivo, la maggioranza.
Dove condurrà questa diatriba? Di certo c’è che essa rischia seriamente di danneggiare il cammino del candidato a sindaco del centrodestra, Francesco Catalano, lanciato forse troppo presto ed in epoca di bonaccia. Poi, com’è noto e risaputo, in politica le cose cambiano. Basta un nonnulla per far saltare tavoli ed accordi e semmai immaginare candidature a sindaco fuori dagli accordi primigeni. Oppure, come profetizzò il Lupo Marsicano, alias Franco Marini, il momento migliore per siglare un accordo a tenuta stagna è proprio quello di massimo conflitto. Staremo a vedere.
Salvatore Bernocco
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