sabato 17 ottobre 2009

Un commento


"Hai un modo di scrivere che "costringe" alla lettura!Pacato, gentile, colto...e con una estensione, sensibilità e delicatezza d'animo che sembra di altri tempi...." G.D.R.
P.S. Grazie di cuore...Appartengo a questi tempi, ma la mia sensibilità viene da molto lontano, da un mondo altro. I talenti sono un dono. Ama la vita ed il suo Artefice, e la vita non ti risparmierà grandi gioie interiori. Questo è molto. Questo, forse, è tutto.

venerdì 16 ottobre 2009

UNA RECENSIONE


UN LIBRO RICORDA IL VESCOVO ANTONIO BELLO


Roma, 15 ottobre ’09 (Fuoritutto) “…Impossibile concepire un vero amore del prossimo che non sia implicitamente amore di Dio”. Così scriveva, con parole tuttora attualissime, don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, sull’ “Illustrazione Vaticana” del dicembre 1935, allorché la vecchia Europa stava lentamente scivolando nel pozzo segnato, in ultimo, dal macabro pendolo della seconda guerra mondiale.
Non sempre però è vero il contrario, nel senso che, spesso, chi sostiene d’amare Dio non fa il bene degli uomini: così, implicitamente ricollegandosi alla frase di Sturzo, argomentava cinquantadue anni dopo ( dicembre 1987 ), rivolgendosi ai politici della diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi, don Tonino Bello, il vescovo della cittadina pugliese e designato presidente nell’85 di Pax Christi.E alla ricostruzione del pensiero politico e religioso di monsignor Antonio Bello, figura troppo presto archiviata dalla Chiesa della Restaurazione ratzingeriana, è dedicato il saggio di Salvatore Bernocco , giornalista e studioso autore di vari saggi su temi storico-religiosi, funzionario del Comune di Ruvo di Puglia, “Sul passo degli ultimi” (Ediz. Libreria del Santo, 2009): titolo, quest’ultimo, che richiama immediatamente quello della celebre biografia milaniana di Neera Fallaci degli anni ’ 70, “Dalla parte dell’ ultimo”.Don Milani, si diceva. Proprio lui, infatti, insieme al “sindaco santo” di Firenze, Giorgio La Pira, citava don Tonino sempre in quel discorso del 1987, richiamando i politici – come, secoli prima, S. Caterina da Siena - alla necessità d’un amore per il prossimo inteso, in senso, del resto, schiettamente evangelico, anzitutto come servizio volto al pubblico, alla ricerca del bene della collettività. E aggiungeva il vescovo di Molfetta, con toni attualissimi e incredibilmente profetici, inconsapevolmente anticipatori della polemica del 2006-’07 sull’opportunità di esporre il crocifisso nei luoghi pubblici, che Dio un giorno non ci avrebbe chiesto conto “dell’assenza del crocifisso nelle nostre stanze, ma dell’assenza dell’ uomo, col cui volto Dio si è identificato”.Un libro, questo di Bernocco, che traccia un primo obbiettivo ritratto di monsignor Bello: cristiano – come, appunto, La Pira, Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Luigi Di Liegro, Andrea Gallo, sino a martiri come Don Puglisi a Palermo e Don Diana ad Acerra - fortemente impegnato in campo sociale; vicino al movimento nonviolento di Aldo Capitini e al pacifismo in senso più maturo e consapevole, eppure refrattario a qualsiasi etichettatura politica di comodo, progressista ma assolutamente inarruolabile in nessuna schiera di “utili idioti”. Forse, semplicemente un cristiano nel senso più vero del termine.(Briz)

Recensione Agenzia giornalistica Fuoritutto (www.agenziafuoritutto.it)

giovedì 15 ottobre 2009

L'errore fatale

Non si commetta l'errore fatale! Differenza non equivale a distanza. Non c'è nulla sotto il sole che giustifichi questo errore, ed il solo pensare che lo sia chiude le porte non soltanto all'amore, ma anche al pensiero, alla filosofia, alla religione. Il sentimento della differenza è il sentimento dell'universo in noi.

mercoledì 14 ottobre 2009

Viaggio spirituale (cap. 2)


2. Altri segni
Un altro richiamo ad immergermi nelle cose dello spirito, dopo la suggestiva immagine del Cristo Redentore, mi viene dalla statua di San Pio da Pietrelcina, collocata appena dopo la cancellata, sul lato destro, opera risalente al 1988 dello scultore Mario Piergiovanni[1]. È una immagine che evoca il carattere talvolta burbero del Santo, che il popolo amabilmente si ostina a chiamare con tono familiare “Padre Pio”. Il volto sembra corrucciato e con la mano sinistra indica qualcosa mentre ti scruta fisso, un po’ severo. Indica qualcosa o scaccia qualcuno, intimandogli di riconciliarsi con Dio[2]? In realtà è come se volesse invitarti ad entrare nel grembo accogliente del tempio con una particolare predisposizione dell’anima, con un frustolo semmai della sua personale esperienza di testimone dell’amore di Dio e della sua compassione, che non può prescindere da un atto di umiltà e di conversione del cuore.
Da mihi animas, caetera tolle. A questa celebre massima salesiana in realtà si attengono tutti i Santi. Sotto il porticato, sul lato destro (a sinistra c’è la lapide commemorativa del centenario della parrocchia), è collocato il busto di un grande papa, Giovanni XXIII. Colgo un altro bel segno di unità e di comunione, l’ennesimo invito a non disunirsi, ma ad essere comunità che ama e che accoglie l’altro con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti, con le sue peculiari caratteristiche, con i suoi lati problematici e le sue levità. Due uomini Santi che in vita non si incontrarono mai (Papa Roncalli mai si recò in visita al convento di San Giovanni Rotondo) e che qui invece si trovano accomunati, quasi “riconciliati”, e che vogliono farmi da guide spirituali, ciascuno con il suo proprium. Spicca la bonomia di Roncalli, quel suo tratto umano e cordiale, semplice e amorevole, che me lo fece amare quando ero bambino. Amai il suo famoso “discorso della luna”, come fu definito. Era la notte di un lunedì di ottobre del 1962 quando Giovanni XXIII pronunciò queste parole in Piazza S. Pietro:
“Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera […] Gloria a Dio e pace agli uomini di buona volontà. Tornando a casa, troverete i bambini, date una carezza ai vostri bambini e dite questa é la carezza del Papa; troverete qualche lacrima da asciugare. Dite una parola buona. Il Papa é con noi nell'ora della tristezza e dell'amarezza”.
Queste parole mi vengono spesso in mente, specie quando le nefandezze e le atrocità compiute sui bambini ci avviliscono e gridano vendetta al cospetto di Dio. Mons. Loris Capovilla, che ne fu il segretario particolare e che questa comunità ospitò il 29 ottobre 1989, ha detto di lui il 14 giugno 2003 in occasione di una tavola rotonda sulla enciclica Pacem in terris (1963) tenuta a Sotto il Monte: “Ritornano spontanee al nostro spirito le parole, che ci salirono dal cuore nel Duomo di Milano, nella festa di Pentecoste 1963, mentre l’agonia di Giovanni XXIII teneva in ansia e in preghiera la Chiesa intera ed il mondo: "Benedetto questo Papa che ci ha fatto godere un’ora di paternità e di familiarità spirituale, e che ha insegnato a noi e al mondo che l’umanità di nessuna altra cosa ha maggior bisogno, quanto di amore" ”. Un ritratto breve ma esaustivo del Papa Buono, mentre su San Pio in questi termini si espresse Papa Giovanni Paolo II all’atto della sua canonizzazione (16 giugno 2002): “Padre Pio è stato generoso dispensatore della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l'accoglienza, la direzione spirituale, e specialmente l'amministrazione del sacramento della Penitenza. Il ministero del confessionale, che costituisce uno dei tratti distintivi del suo apostolato, attirava folle innumerevoli di fedeli al Convento di San Giovanni Rotondo. Anche quando quel singolare confessore trattava i pellegrini con apparente durezza, questi, presa coscienza della gravità del peccato e sinceramente pentiti, quasi sempre tornavano indietro per l'abbraccio pacificante del perdono sacramentale”.
Queste due guide spirituali ci parlano di amore e di penitenza, di bontà e di misericordia, che, a ben vedere, sono inscindibili se si vuole intraprendere un serio cammino spirituale alla sequela del Cristo. L’amore vero postula il sacrificio di sé, e la bontà è inscindibile da gesti e parole di perdono e di misericordia. L’amore che fa a meno del sacrificio di sé si converte facilmente in gratificazione del proprio ego, quindi in sfruttamento dell’altra parte, “amata” fino a quando c’è convenienza e diletto. Non a caso fra i sette peccati sociali del nostro tempo, un non credente amante del Cristo, il Mahatma Ghandi, incluse il piacere senza consapevolezza, che è in sé coscienza e responsabilità. Si era nel 1925 , ma siamo nel vivo palpitante della nostra umanità, scossa, direi sfregiata da disegni legislativi in Italia e nel mondo che, negli esiti ultimi, tendono ad equiparare o già equiparano la famiglia naturale ad altre forme di convivenza e patti fra persone anche dello stesso sesso. Qui è assente proprio l’elemento della piena responsabilità, non tanto verso l’altro pattuente quanto verso la società, a rischio di estinzione per certe scelte in linea con le filosofie del piacere (non del benessere, concetto assai diverso) e quel nichilismo “gaio e tragico” di cui ha parlato mons. Carlo Caffarra, Arcivescovo Metropolita di Bologna. E come non rammentare il monito di Aldo Moro, secondo il quale la grande stagione dei diritti sarebbe risultata effimera se non fosse nato un nuovo senso del dovere? Lo stesso Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano, criticò l’eccesso di individualismo e di egoismo presente nella società italiana. Troppi diritti non bilanciati dal senso del dovere e dai doveri collidono con l’anarchia ed il libertinaggio sul piano etico. Se possiamo fare a meno delle ideologie, spesso sovrastrutture soffocanti e dannose, non possiamo rinunciare agli ideali ed ai valori, che sono infrastrutture necessarie al farsi coerente ed equilibrato della vita. Fra queste infrastrutture c’è la retta concezione della persona umana. Essa ne è anzi la colonna portante. En passant, e per la serietà della questione, osservo sommessamente che se non si aderisce ad una verità, ad una norma di vita che discende dalla nostra natura umana (non da quella puramente animale, come sostengono taluni), non per ciò si è più liberi o democratici o tolleranti. Si è solo più disorientati, perché più verità equivalgono non a più libertà, ma negli esiti concreti a nessuna verità e a nuove forme di schiavitù, più difficili da estirpare perché accompagnate da sensazioni di ebbrezza e di appagamento, fissate nelle menti e nei cuori da un continuo (ed incivile) bombardamento mediatico. Una società che non rispetta le verità fondamentali sulla persona umana è destinata a trasformarsi rapidamente in qualcosa d’altro, in un pallido surrogato. Sarà pur sempre un aggregato umano, certo, ma è assai dubbio che si possa parlare in senso proprio di società, e ancor meno di comunità.
Con queste brevi note spirituali mi accingo a varcare la soglia della chiesa del SS. Redentore, aperta al culto il 10 agosto 1902. C’è l’imbarazzo della scelta. Potrei accedervi per la porta centrale, ed in effetti da essa vi si accede preferibilmente, oppure per una delle due porticine laterali che entrambe recano sullo stipite una sentenza, meglio un incoraggiamento, un’indicazione spirituale di grande efficacia ed impatto (un’altra, collocata da don Vincenzo nell’ufficio parrocchiale, appena sotto un orologio da parete, recita in latino “Tuam nescis”, non sai quando scoccherà la tua ora): Dice il Signore “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo” (a destra); Qui si entra per amare Dio. Di qui si esce per amare il prossimo (a sinistra). Le iscrizioni echeggiano in qualche modo Dante e la sua Divina Commedia, suonando quasi quale confutazione o antitesi alla terribile iscrizione che compare sulla porta che immette nella “città dolente”[3]. Ma il trittico riecheggia la Trinità, suggerisce che tre sono le vie per entrare nel regno di Dio: la via del Padre, la via del Figlio e quella dello Spirito Santo. La via del Padre è quella centrale. Il Padre è il centro di tutto, e la via per andare sicuramente a lui consiste nel mettere in pratica quanto è contenuto nella preghiera del “Padre nostro” insegnataci da Gesù, che trae origine dalle otto beatitudini, il “manifesto programmatico” di una vita spirituale secondo la volontà del Dio dei vangeli. La via del Figlio consiste nell’andare a Dio attraverso il sacrifico di sé e la croce, rinunciando alla propria reputazione borghese per addossarsi la croce di Cristo, l’incomprensione del mondo con ciò che ne consegue, lo scherno, il dileggio, l’emarginazione (la via stretta). La via dello Spirito Santo è la via della conversione del cuore per mezzo della carità che ci fa santi. “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi ed immacolati al suo cospetto nella carità”, scrive Paolo (Ef 1,4). Santità e purezza si ottengono se si è caritatevoli, cioè se si ama, per cui a che giovano le molte preghiere se non c’è la carità? C’è il rischio che il Signore si rivolga a noi con le stesse parole che rivolse ai capi di Sodoma ed al popolo di Gomorra: “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; non posso sopportare noviluni, sabati, assemblee sacre, delitto e solennità. […] Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. […] Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia vista il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendente la causa della vedova” (Is 1, 10 e ss.).
Non mi si fraintenda, tuttavia. C’è perfetta unità e comunione fra le persone divine, nel senso che noi distinguiamo solo per semplificare il mistero insondabile dell’amore trino ed uno, e questa è la precipua funzione delle tre porte[4], una funzione esortativa che io leggo in chiave spirituale e che prescinde dalla scelta architettonica dell’ing. Boccuzzi: richiamare il fedele ad entrare in chiesa con la consapevolezza che all’uscita, dopo aver assistito (rectius: preso parte) alla messa, scocca l’ora della messa in pratica del vangelo, cioè l’ora della pratica dell’amore vicendevole.
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[1] All’interno ve ne è un’altra realizzata ad Ortisei, dono di Giacomo Elicio.
[2] È emblematica la vicenda di un parente di mio padre, il quale si recò a S. Giovanni Rotondo per assistere alla messa di P. Pio. Quando gli si accostò, il Frate lo rimproverò e lo scacciò perché soleva bestemmiare i Santi. Lo sgridò severamente: “Ma come ti permetti di bestemmiare i Santi? Che ne sai tu dei Santi? Va’ via!”. Il povero uomo, attonito, si allontanò, andandosi a sedere in uno degli ultimi banchi, dove scoppiò in un pianto dirotto. Terminata la messa, P. Pio gli si avvicinò e gli accarezzò dolcemente il capo.
[3] `Per me si va ne la città dolente, /per me si va ne l'etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente. / Giustizia mosse il mio alto fattore; /fecemi la divina podestate, / la somma sapïenza e 'l primo amore. / Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro. / Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'./ Queste parole di colore oscuro/ vid' ïo scritte al sommo d'una porta; / per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro». Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, canto III, 1-12.

[4] Le tre porte del SS. Redentore richiamano altresì un passo tratto dal libro dell’Apocalisse di S. Giovanni Apostolo, il quale vide la Gerusalemme celeste “cinta da un grande e alto muro con dodici porte […] A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte” (Ap 21,10 – 14.22-23).

martedì 13 ottobre 2009

Suor Maria e City of Joy...


Esperienze che segnano la vita. Incontri che fanno prendere coscienza che il nostro superfluo è il necessario per molti esseri umani in molte aree dimenticate del mondo. E sorge la consapevolezza che quando ci sentiamo precari è perché sappiamo poco o nulla di ciò che accade altrove, dove il pane e l’acqua sono razionati e le economie sono a pezzi per la disonestà dei governanti e l’egoismo delle nazioni ricche. Dove la vita violentata di una bambina non troverebbe un lenimento ed una promessa di futuro se non fosse per donne come lei, come Suor Maria Mazzone, la costruttrice di micro-città in Zambia, ormai specialista di idraulica, edilizia, agricoltura, non soltanto di preghiere e salterio.
Una donna che non se ne sta con le mani in mano; una missionaria salesiana di straordinaria simpatia ed energia che sul campo accidentato delle povertà si batte ogni giorno per dare amore ed accoglienza a chi ne è stato privato. Pane, amore e dignità, mutuando da un noto film del 1953 diretto da Comencini, Pane amore e fantasia.
Con Flora De Palo, prima che arrivasse Suor Maria per un breve colloquio, ne abbiamo parlato, e lei, che è stata in Africa anche quest’anno per un mese con suo marito Antonio ed un gruppo di giovani del Liceo Scientifico Tedone (non tutti i giovani, come si vede, sono vuoti a perdere), mi ha confidato che ciò di cui Suor Maria va fiera è l’aver portato i meridionali in Zambia. Perché noi sudisti siamo – diciamo la verità – avvinghiati alla nostra terra come le mignatte, poco propensi a lasciare il borgo natio per gli interminabili spazi e povertà africane. Andare in Africa? A fare che? A lavorare? Ma che se la vedessero loro! Forse c’è di mezzo un po’ di lentezza e pigrizia tipiche delle nostre contrade, che d’estate si accentua. E aggiungiamoci pure un pizzico di razzismo che subdolamente si aggira per l’Italia. Arretriamo di fronte ad un uomo di colore perché ci sentiamo migliori di lui, e in questo consiste la nostra condanna umana e culturale, ad essere poi esiliati da ogni colore, dal gusto di ogni alterità, dalla bellezza di ogni nuance. Piazza Matteotti non è l’ombellico del mondo, ma noi ruvesi ancora non ne siamo totalmente consci.
Le missioni sono la prima linea del cristianesimo, le frontiere che danno maggiore credibilità a quanto si predica – talvolta accademicamente e senza tanta convinzione – nelle nostre chiese. Suor Maria, che ha il carisma della simpatia, ha ricevuto un’alta onorificenza pontificia per il suo impegno il 27 settembre scorso in Cattedrale. Ne va fiera e se ne schermisce nello stesso tempo, quasi per non crogiolarsi nei successi ottenuti e nella loro contemplazione e non sottrarre energie ai progetti ai quali sta lavorando. Oggi quel progetto si chiama “City of Joy”, città della gioia. Richiede lavoro e risorse finanziarie che non prendono altre destinazioni, per fortuna. Ciò che si dona si vede e può toccarsi con mano. Diamole una mano, ciascuno secondo le proprie possibilità, con totale ed incondizionata fiducia.
Ma durante il nostro cordialissimo colloquio abbiamo toccato altri argomenti, lambito teneramente altre figure di uomini che si sono impegnati e si prodigano per gli altri. Suor Maria si è soffermata su Padre Michele Catalano, missionario per 60 anni in Sri Lanka, che ha incontrato in ospedale, a Corato, ricevendone una benedizione che l’ha commossa. E che dire di Mons. Bello? Le ho chiesto se lo avesse mai incontrato. Sulla porta della sua camera in Zambia c’è il Servo di Dio, mi ha confidato, dal quale quasi tutti i suoi nipoti ricevettero la cresima e sua madre Margherita una carezza quando era degente. Infine, un sincero apprezzamento per l’opera di Mons. Nicola Girasoli, il quale sta facendo molto bene. Non è soltanto un fine diplomatico, ma anche un sacerdote, un pastore che visita il gregge che gli è stato affidato e ne ha cura.
Abbiamo parlato anche di spiritualità, soprattutto del dovere di amare il forestiero, di dargli accoglienza. Un tema di scottante attualità che, per donne come Suor Maria, abituate a non distinguere fra neri e bianchi, ma solo fra poveri e poverissimi, non ammette i distinguo e le ambivalenze di certa politica.

domenica 11 ottobre 2009

Viaggio spirituale (cap. 1)



1. La chiesa del SS. Redentore di Ruvo di Puglia: segno dell’Amore che redime

La chiesa del SS. Redentore sorge al centro di Ruvo di Puglia, paese a prevalente vocazione agricola a nord di Bari che conta circa 25.000 anime. Appena si giunge in Piazza Regina Margherita, nota anche come Piazza Castello o Piazza Giacomo Matteotti (la disputa terminologica è antica, e non è soltanto di carattere o sapore politico), piuttosto che dal palazzo sede del governo cittadino (Palazzo Avitaya, XVI sec.), l’occhio viene rapito dalla statua del Cristo Redentore che svetta sulla omonima chiesa. Accogliente, a braccia aperte attende le sue creature. È una immagine distensiva; è un saluto cordiale al visitatore, al pellegrino, termine caduto in disuso. Sa di antico, ed è ben noto quanta avversione ed idiosincrasia ci sia per ciò che si percepisce come vecchio, superato, desueto. Oggi tutt’al più è considerato pellegrino colui che si reca a Lourdes o a Fatima, mentre non lo è, e sente di non esserlo, chi entra in una chiesa di paese.
È un errore di prospettiva spirituale; anzi, piuttosto che concernere le prospettive di fede, riguarda i suoi contenuti. Se non ci si sente pellegrini, ci si sente stanziali, inamovibili, mentre la nostra reale condizione è la precarietà. Siamo perennemente alloggiati in tende friabili. Il primo passo verso una sana spiritualità è riconoscersi creature precarie[1] su questa terra, uomini e donne bisognosi di tutto, in specie dello Spirito. Se non si portano fardelli, se ci si sente precari, ci si potrà sollevare spiritualmente, andare agilmente incontro al Signore che viene. Per questa ragione l’invocazione allo Spirito dovrebbe risuonare unanime e costante nei nostri cuori sin dalle prime luci dell’alba. È la forza vitale dell’amore, in cui è riposto un seme di eternità e quindi di maggiore ed autentica libertà, quella condizione del cuore che è premessa del vero amore[2]. Senza lo Spirito saremmo come morti che camminano, creature amputate, deformi. O seguaci di filosofie filantropiche o umanistiche, il che è senz’altro un miglioramento. Ma cosa sono questi umanesimi se non il messaggio cristiano svuotato della sua portata oltremondana, del mistero celeste? Sono promesse di paradisi su questa terra, sebbene esse abbiano nella maggior parte dei casi partorito inferni a cielo aperto, lutti, devastazioni. Pur ridotto ad un mero contenitore di idee e di suggestioni o di progetti, il Cristianesimo, colto nella sua essenza ed autenticità, conserva tutto il suo fascino e vigore, la sua forza costruttrice e rinnovatrice. Solo per tale ragione dovrebbe sorgere il legittimo dubbio negli agnostici e nei suoi antagonisti che Dio c’è ed è pienamente attivo e partecipe del destino degli uomini. Solo per tale motivo, soffermandosi sul bene e la prosperità (anche sociale) che proviene dalla pratica dell’amore, quindi sui suoi effetti tangibili, dovrebbe scaturire naturale l’ammissione che c’è qualcosa, o meglio Qualcuno, che ci supera e che ha nell’amore la sua ragione d’essere, natura e fondamento. Non siamo in presenza di astruse filosofie o di affascinanti teorie o addirittura di fiabe[3], ma di prassi, di fatti concreti, e la prassi del bene conferma ed attesta la presenza di una forza d’amore attiva ed agente. Questa forza d’amore è il Dio rivelatoci dal Cristo.
Tutto è segno e tutto ha un senso, anche le coincidenze o quelle che appaiono tali. Ed è felice coincidenza che la parrocchia del Redentore sia retta dal 1983 da mons. Vincenzo Pellegrini, il quale sa trasmettere bene l’immagine evangelica della vita quale pellegrinaggio. In diverse occasioni, anche durante i nostri colloqui privati, l’amabile persona e la parola di don Vincenzo mi hanno ricondotto alla mia precarietà. Le sue omelie mi hanno suggerito itinerari spirituali. Specialmente le parole che rivolge ai bambini. Sono parole semplici e leggere come il soffio dello Spirito, ma di forte impatto pedagogico, dirette a creature fragili e bisognose di tutto. Durante quei sermoni a portata di tutti (affinché tutti comprendano a livelli intimi occorre parlare come si parlerebbe ai bambini) ho avvertito nettamente la mia precarietà, mi sono trovato faccia a faccia con la mia reale condizione umana, mi sono sentito un po’ più uomo, meno incline alle illusioni, più prossimo alla speranza, più fortificato nelle mie convinzioni. Accanto ai bambini ho fatto il pieno di innocenza, quindi di umanità; ho scaricato le ansie e le frustrazioni tipiche dell’uomo contemporaneo e imbarcato un carico di speranze che germogliano nel tepore del mistero, memore che il regno di Dio è “come un uomo che getta il seme sulla terra; che dorma e si alzi, di notte e di giorno, il seme germoglia e si sviluppa, senza che egli sappia come” (Mc 4, 26-27)[4]. Il giogo di Cristo è soave e leggero, e ne ho avuto sentore, a tratti conferma, a contatto con le parole rivolte dal Parroco ai piccoli in ogni senso, ai bambini, che lo sono dal punto di vista anagrafico, e a coloro che si fanno piccoli in senso spirituale per accogliere la novità del regno di Dio che i filosofi ed i sapienti non possono intendere. Costoro possono studiare, indagare, interpellarsi, ma intendere a livelli profondi e coinvolgenti la vita no, questo non possono farlo, a questo non hanno accesso. I piccoli in senso evangelico godono di una sorta di diritto di esclusiva o di prelazione, mentre ai sapienti secondo i parametri del mondo la novità è stata tenuta celata. La Parola si rivela nelle minuscole, tenere e fragili fattezze di un bambino che nasce a Betlemme in una povera capanna. E per giunta ad alcuni pastori, gente di scarto, emarginata. Lo scenario originario della nostra fede è povero e precario, quindi, e possiede la fragilità (e la purezza) di un calice di cristallo. Ma è in questa fragilità apparente, nella sua apparente povertà, che risiede tutta la sua bellezza, che è confusione per gli scettici, la pietra che, scartata dai costruttori del mondo, è testata angolare. La fede sarebbe a portata di tutti se in qualche misura non fossimo stati infettati dal virus del consumismo e sapessimo stare nei nostri robusti limiti di creature bisognose di tutto. La negazione del limite non è pura astrazione, qualcosa che resta confinato nel recinto delle idee o delle filosofie più o meno stravaganti. Purtroppo, come constatiamo ogni giorno, si fa tragica vicenda umana, negazione del senso ultimo della vita, omicidio, barbarie. Si fa prassi di morte, col più forte (il più divino) che può schiacciare il meno forte (il meno divino), perché uno solo può dirsi dio. Nel mondo degli uomini molti vorrebbero agire come dio, ma soltanto uno può esserlo per definizione, e quell’uno per divenirlo deve annichilire i suoi competitori alla carica di dio. Da qui la prassi di morte fisica o solo morale, la competizione violenta e volgare. Siamo alla divinizzazione dell’ego. L’io al posto di Dio, in altri termini. Quando tutto l’umano assorbe in sé tutto il divino, facendosi divinità, può esistere la resurrezione? No, non può esistere, non ha diritto di cittadinanza, almeno nei termini come noi cristiani la intendiamo. Esiste solo una possibilità di paradiso sulla terra, coincidente col senso di appagamento e di sicurezza che deriva dal possesso pieno di beni materiali e ricchezze. Il paradiso nei cieli può attendere, anzi può andare a farsi benedire, e la sola risurrezione possibile è quella del dio sconfitto che anela, con le armi dell’inganno ed il conflitto, a prendersi ciò che gli fu tolto, privandone colui dal quale fu sconfitto. Ma quando accade che la rivalsa va a buon fine? Quando il dio vittorioso si è indebolito per vecchiaia o perché tradito dai suoi sodali. E qui non c’è chi non veda l’elogio della giovinezza e della forza virile e, di contro, il rifiuto della canizie ed il terrore della morte, per cui si tenta ogni strada per allontanare da sé lo spettro della vecchiaia ed il sentimento di debolezza e di fragilità che l’accompagna, per esorcizzare il tempo che passa inesorabilmente: “E non perdoneranno a te le ore:/le ore che limando vanno i giorni,/i giorni che rodendo vanno gli anni” (L. de Gòngora y Argote). Il vano esorcismo consiste nel fare del tempo un’esperienza materiale, cioè un riflesso delle cose che si possiedono, del lavoro che occorre per possederle, della fretta e dell’agitazione tipica delle accumulazioni, mentre il tempo cristiano è un tempo ed un’esperienza spirituale, scandita dal desiderio delle cose celesti, di Dio, dalla preghiera e dalla meditazione che sono nutrimento e riposo: “O Dio, fa piccola/la vecchia coperta del cielo consumata dalle stelle,/perché io mi ci possa avvolgere e starmene riposato” (Th. E. Hulme). Quanto al tradimento dei sodali, poi, è esperienza universale che il potente è circondato da amici pronti a negare di esserlo mai stati non appena muta la direzione del vento. Questa è, in sintesi, teoria della risurrezione umana ad una vita ricca (materialmente) attraverso la perenne contesa. Ma se per risorgere secondo gli uomini occorre attendere il momento propizio (la vulnerabilità del dio vittorioso), per risorgere secondo Dio occorre farsi piccoli e semplici, abbandonando ogni idea di conflitto ed ogni velleità di rivincita. È il teorema della pace ad oltranza, che non conosce eccezione alcuna.
Il volto del Redentore sul pinnacolo del tempio è disteso, sembra accennare ad un sorriso. È intuibile che il suo abbraccio non è soffocante o algido; il suo sorriso non è quello di chi sa che prima o dopo ce la farà pagare con gli interessi, per tutta l’eternità. Certe correnti religiose in cui la fede è ridotta al lumicino, o in cui si confonde la religione con la fede[5], puntano sul ghigno di Dio. Ci trasmettono l’immagine non del Dio cristiano, ma di un dio dell’ortodossia pagana, che porta il conto meticoloso delle nostre colpe, che è geloso della felicità degli uomini, cinico dispensatore di croci e sofferenze. La statua del Redentore ci rende invece l’immagine di un Dio salvatore e buono, lento all’ira e ricco di misericordia (Ef 2,4), che redime con la potenza ricreatrice e liberante del solo amore. Colui che ha detto “Io sono colui che sono” ha rivelato appieno la sua intima natura nel Cristo redentore dell’umanità, restauratore dell’amicizia fra lui e gli uomini, esprimendosi in questi termini per bocca del profeta Osea: “Voglio la misericordia e non il sacrificio” (Os 6,6). Se la Bibbia potesse riassumersi in una sola, lapidaria espressione, potremmo mettere sulle labbra di Dio queste parole, che sono descrittive della sua identità: “Io sono colui che ama”.
Quell’epifania marmorea, lì collocata nel 1954, è un riassunto simbolico dell’amore di Dio per ciascun uomo, la sintesi, il punto d’approdo della vicenda umana del Cristo. Fu voluta dal parroco don Michele Montaruli, che resse la parrocchia per ben quarantotto anni.
Credo che la parrocchia del Redentore, conosciuta anche come la “chiesa nuova”, sia l’epicentro spirituale di Ruvo, l’omphalos, non solo per evidenti ragioni logistiche, per la sua ubicazione. Ci sono considerazioni ulteriori, altri segni da interpretare, altre coincidenze da considerare, senza nulla togliere alle altre chiese ruvesi, anch’esse ricche di spunti per un ricco viaggio spirituale. Essa fu eretta sullo stallone o lamione del Castello di Melodia da cui presero le mosse i tredici cavalieri francesi per accingersi alla famosa disfida di Barletta. La sua collocazione a ridosso del luogo da cui tredici uomini partirono per battersi con altri tredici uomini italiani è significativa. Essa assurge a contraltare spirituale all’uso delle armi ed alla lotta fratricida; è un segno, un tempio eretto alla pace in un luogo dove, se non scorse il Sangue, di certo alcuni uomini nutrirono sentimenti di odio e di rivalità verso altri uomini. Ma lo stallone echeggia anche la greppia, la stalla di Betlemme dove il Cristo nasce da Maria. È luogo umile su cui edificare un tempio a Dio, al centro del paese, secondo la bella, profonda e finanche lungimirante intuizione del vescovo dell’epoca, mons. Pasquale Berardi.
Perché proprio al centro di Ruvo se non per marcare la signoria del Cristo e la conseguente importanza negli anni a venire del tempio che in suo onore vi sarebbe sorto, la sua funzione, il suo proprium? Se la chiesa Cattedrale è importantissima sotto il profilo storico e spirituale, un autentico monumento alla fede eretto nell’XI-XII secolo, la chiesa del SS. Redentore sorse agli albori del XX secolo quasi per proiettare il messaggio evangelico nel nuovo tempo. Con essa si aprì una nuova stagione spirituale, ci si volle introdurre nel nuovo secolo sotto le insegne del Cristo redentore degli uomini.
È bene ricordare quanto doloroso sia stato il secolo scorso per l’umanità e quanta parte dell’umanità ferita abbia in quegli anni bui guardato alla Chiesa cattolica e alla redenzione del genere umano che soltanto la fede nel messaggio evangelico e nella forza dello Spirito potevano operare. Basti fare cenno alle due guerre mondiali, al comunismo e al nazi-fascismo, ad Hiroshima e Nagasaki, al mondo diviso in due grandi blocchi belligeranti, alla Chiesa del silenzio, all’avvento del capitalismo selvaggio e graffiante, al pauperismo di tante aree del mondo, alla devastazione dell’ecosistema. Tutto nel corso del XX secolo, e tutto reclamante la redenzione ad opera del Cristo con maggiore forza ed urgenza che non nelle epoche precedenti.
Fu quindi felice intuizione pastorale, ai limiti della visione o della profezia, quella di addentrarsi nel tunnel del 1900 erigendo e dedicando un tempio al centro di Ruvo al Cristo redentore delle genti. Non si tolse nulla alle chiese preesistenti, le quali funsero quasi da levatrici della “chiesa nuova”, né tanto meno quelle sorte in seguito sarebbero state declassate o ridotte a semplici edifici spirituali di complemento, perché intatta è la dignità che viene dalla missione di divulgare la buona notizia. Ma con il SS. Redentore si intese accompagnare la nascita del nuovo secolo in questa cittadina, si inaugurò il tempo moderno che, di pari passo col progresso, avrebbe necessitato di un surplus di redenzione, quindi di un segno ecclesiale tangibile. La chiesa del Redentore fu quel segno tangibile e simbolico dell’amore misericordioso di Dio per gli uomini e le donne di Ruvo.

Salvatore Bernocco (Viaggio spirituale, copyright)



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[1] “La limitatezza dell’uomo […] non gli deriva dall’avere un corpo, ma dal non essere creatore di sé. E che l’uomo non sia creatore di sé può cogliersi dall’esperienza, e, se ci riflettiamo, anche da un ragionamento attento. Siamo, per esempio, consci di non essere sempre stati, e di non poter nulla oltre certi confini, talora anche abbastanza ristretti.” Giacomo Grasso, Che cosa è bene? Che cosa è male?, Piero Gribaudi Editore, Torino, II edizione, 1988, pag. 29.
[2] È senz’altro più libero l’uomo capace di amare rettamente, cioè senza alcuna finalità egoistica. Nelle relazioni in cui vige il do ut des, l’amore soffoca sotto il vincolo della condizione dativa, il cui paradigma contrattuale è “ti amo nella misura in cui tu mi ami”. Dove c’è misura non c’è amore totale, incondizionato. Si instaura una sorta di mercato di scambio dei sentimenti. Tuttavia, amando in modo incondizionato si assiste al miracolo dell’amore che torna, proprio come si legge nella “Preghiera semplice” erroneamente attribuita a San Francesco d’Assisi, in realtà rinvenuta nel 1915 in Normandia scritta a tergo di un Santino del Santo: “Perché, così è: dando, che si riceve.”
[3] Il giornalista Corrado Augias scrive nel suo ultimo libro, citando anche le parole di uno scrittore americano, certo Edgar L. Doctorow, che oggi solo i bambini ed i fondamentalisti credono alla verità delle storie sacre, rincarando la dose con una affermazione di chiaro stampo ateistico: “Nella grande magia di un universo divinamente concepito crede ormai solo una parte degli uomini”. E’ la summa del pensiero positivista e filosofico contemporaneo. Cfr. Corrado Augias, Leggere, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, I edizione, settembre 2007, pagg. 33 e 34.
[4] “Il processo di assimilazione e di trasformazione della Parola avviene nel mistero (senza che egli sappia come) e nell’inviolabile sacrario della coscienza e della libertà dell’uomo. Ogni intervento estraneo può solo produrre danni irrimediabili. L’unico che può entrare nell’intimo dell’uomo è il Signore Gesù, ma lui stesso ne chiede il permesso […]”. Alberto Maggi, Parabole come pietre, Cittadella Editrice, Assisi, 3^ edizione, febbraio 2004, pag. 36.
[5] C’è notevole differenza fra “religione” e “fede”. La religione è rispetto per la Legge ed è appannaggio degli scribi e dei farisei; la fede è l’adesione a Gesù, che cancella il peccato dell’uomo. “Mentre l’insegnamento religioso degli scribi tendeva a sottomettere l’uomo, privandolo della capacità di giudizio e di libertà, il messaggio di Gesù rende l’uomo libero e gli fa scoprire nuove possibilità e capacità d’amore.” A. Maggi, Come leggere il Vangelo (e non perdere la fede), Cittadella Editrice, Assisi, IV edizione, gennaio 2004, pagg. 122 e 123.

Dedicato ad un Artista


FRA DANZA E CINEMA: MAX CAMPAGNANI

Un connubio difficile da immaginare, ma non impossibile. Lo testimonia la vicenda umana e culturale di Max Campagnani, le cui origini “miste” appulo-sarde (madre pugliese, padre sardo) con vissuto toscano (nacque a Firenze) ne hanno innervato il tessuto interiore e condizionato il talento, dando origine a quella vena feconda ed eclettica di caparbietà ed estroversione, di simpatia fiorentina e di solarità meridionale, di apertura sudista e distacco isolano che lo rendono quasi unico nel suo genere.
Danza e cinema esprimono approcci culturali diversi al tema della vita, colta, nel primo caso, come movenza dell’essere e del sentire, nel secondo come rappresentazione di storie, vicende, episodi che pur sempre tracimano dal mondo interiore, da quel luogo intimo che detta i veri ritmi dei nostri giorni. Perché, in fondo, tutto è interiorità che si manifesta e trapela sotto forme e simboli differenti: un passo di danza, una coreografia, una scena, un ciak che dinamizza la stasi dell’attimo prima. E in comune c’è sempre una colonna sonora, una composizione di suoni, ora drammatici ora suadenti, che accompagna tanto la danza quanto un cortometraggio.
Il fiorentino Max Campagnani è un coreografo-regista, ma questo secondo stigma apparve quasi per caso. Comparve e diede frutti insperati, cosa che accade tutte le volte che non si sa di possedere una virtù o una qualità che procedono oltre la consuetudine del già sperimentato. Così come ci furono artisti che non seppero di esserlo, c’è stato Max che ad un certo punto, spinto forse dal daimon di cui ha scritto egregiamente James Hillman nel “Codice dell’Anima”, ha girato un cortometraggio, “Scie”, che, come scrisse il quotidiano L’Arena, è “un capolavoro di quattro minuti realizzato con due lire ed in soli due giorni nel 1998, qui a Verona, e primo premio assoluto al Videofestival Riccione TTV 1999, dove ha battuto “corti” costati centinaia di milioni”. “Scie” sorvolò l’oceano per essere proiettato, con altrettanto successo, a San Francisco e a New York.
Dall’Aterballetto e dal Florence Dance Theatre, da Russillo, Ezralow e la mitica Carla Fracci, dall’organico dell’Arena di Verona, al cinema. Il passo sembra essere stato breve, ma sofferto. Di qui la fuga da quel mondo di repliche esose per il mondo del cinema, passando attraverso insofferenza e curiosità. Per parlare di se stesso, in fondo, per riagganciare quella parte di sé che, per ogni essere umano, è sempre a rischio di offuscamento se non le si presta ascolto. Per dare voce e contenuto artistico a quel cammino interiore che pensava di poter percorrere nel mondo della danza e della coreografia.
Quando gli ho parlato - giacché adesso vive a Ruvo di Puglia (strano a dirsi!) e collabora con l’Ateneo della Danza di Simona Di Domenico e con Danzarte di Anna Mezzina di Terlizzi -, ne ho colto tanto l’inflessione di incredulità quanto la tempra del combattente. Max non si capacita ancora dell’assordante silenzio che, in una realtà bisognosa di novità e di stimoli qual è Ruvo, circonda la sua discreta presenza, alla quale si potrebbe attingere a piene mani, se solo si volesse. Egli non si impone, tende a proporsi, ed è mio vivo auspicio che qualcuno si accorga di lui e se ne serva, al di fuori dei soliti addentellati e circuiti politici che, com’è noto, spesso sponsorizzano o foraggiano autentiche porcherie. È uno spreco esiliare i veri talenti ed è peccato mortale condannarli alla morte civile o alla dimenticanza. Ma ecco soccorrerlo la tempra del combattente, dell’uomo che non si arrende, che talvolta arretra per riprendere slancio e vigore. Per tale ragione recondita ed inconscia forse vive qui oggi, in Puglia, in una terra che sa solo di fatiche e di sudori, per dissodare a suo modo la nostra realtà.
Non mi resta altro da aggiungere che un augurio sincero ad un uomo e ad un’artista che, se ballando ha conosciuto il mondo del palcoscenico e ha fatto esperienza della follia redenta, mettendosi in gioco ha conosciuto la vita e ha ancora molto da insegnare, specie a noi ruvesi, spesso nostalgici del passato e amanti del dolce status quo.
Max Campagnani rappresenta un’occasione di lambire il futuro. Andiamogli incontro con affetto e fiducia, senza remore e paure.

Salvatore Bernocco