martedì 7 maggio 2013
ACCOGLIAMO LA MADONNA PELLEGRINA DEL SANTUARIO DI FATIMA
La parrocchia del SS. Redentore, in occasione dell’Anno della Fede indetto da papa Benedetto XVI dall'11 ottobre 2012 al 24 novembre 2013, ospiterà dal 29 luglio al 5 agosto prossimi la venerata immagine della Madonna Pellegrina del Santuario di Fatima, che atterrerà all’aeroporto di Roma – Fiumicino il 6 aprile 2013, per benevola concessione del Rettore di quel santuario.
Essa, che toccherà diverse località e comunità diocesane italiane, giungerà quindi a Ruvo, unica tappa pugliese del simulacro tanto caro ai fedeli, proveniente da Sora, paese del frusinate.
Com’è noto, la Vergine apparve a tre piccoli pastori, i fratelli Francisco e Giacinta Marto (9 e 7 anni) e alla loro cugina Lucia dos Santos (10 anni), il 13 maggio 1917, mentre badavano al pascolo in località Cova da Iria (Conca di Iria), vicino alla cittadina portoghese di Fatima. Essi riferirono di aver visto scendere una nube e, al suo diradarsi, apparire la figura di una donna vestita di bianco con in mano un rosario, che identificarono con la Madonna. Dopo questa prima apparizione la Signora avrebbe dato appuntamento ai bambini per il 13 del mese successivo, e così per altri 5 incontri, dal 13 maggio fino al 13 ottobre.
Si tratta di un’occasione utile ad intensificare “la riflessione sulla fede per aiutare tutti i credenti in Cristo a rendere più consapevole ed a rinvigorire la loro adesione al Vangelo, soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che l'umanità sta vivendo” (Porta fidei, 8). È un cambiamento che interpella le nostre coscienze di credenti in Cristo, per verificare, in spirito di verità e di confronto serrato con la parola di Dio, se siamo sulla “retta via” oppure se “inciuciamo” con il “mondo”.
La circostanza eccezionale della “visita” della bella immagine della Vergine nella nostra Comunità, è quindi stimolo ad intraprendere un percorso di conversione. La Vergine Maria ha a cuore la nostra conversione, che cioè ci decidiamo a scegliere la via della Trinità, che è via di comunione, e ad estromettere dalle nostre esistenze lo spirito del male, le cui manifestazioni più evidenti sono le divisioni, l’invidia, le guerre, la ricerca dei piaceri sensibili, il disordine interiore, la disperazione. Lo spirito del male si combatte con la carità e la preghiera, e non vi è preghiera più potente del Santo Rosario. La via trinitaria inizia dallo Spirito Santo, passa attraverso il Cuore della Madre che introduce i suoi devoti nel Cuore del Figlio, per poi finire nel seno del Padre. Ritengo che l’invocazione allo Spirito Santo debba precedere ogni preghiera, ogni azione, ogni decisione, perché Egli dona sapienza e saggezza, fortezza e consiglio. Il “Veni Creator Spiritus”, inno liturgico dedicato allo Spirito Santo, è la preghiera che recito spesso e che consiglio a tutti di recitare, conscio che i doni dello Spirito sono quanto di più desiderabile possa esserci.
La presenza dell’icona della Madonna di Fatima vedrà impegnata la Comunità del SS. Redentore, e non solo, ad onorare il Signore per il tramite della Madre di Dio e Madre nostra. Molte saranno le occasioni di incontro, di riflessione e di preghiera.
Il mio auspicio è che l’intera città ed i fedeli della Diocesi approfittino di questa “visita” per unirsi nella lode al Signore, autore della vita e difensore dei poveri, e che parta un messaggio forte di speranza e di gioia in una fase complessa e delicata della vita politica, economica e sociale italiana e mondiale.
Senza Dio non si va da nessuna parte, invano si affaticano i costruttori, invano si fanno progetti. La Vergine viene a Ruvo per ricordarci tutto questo.
Salvatore Bernocco
su "Fermento" - maggio 2013
martedì 2 aprile 2013
NUDITA’: L’ALTRO NOME DEL CRISTIANO
La Pasqua può essere interpretata come metafora del passaggio dall’ego all’io. Come per il popolo ebraico, occorre lasciare l’Egitto, terra di schiavitù e di certezze elementari (pane, acqua), e procedere verso la Terra Promessa, cioè verso un luogo interiore dove si fa concreta esperienza della salvezza e della gioia divine. È un luogo traboccante di amore e quindi di libertà, perché vi è libertà dove vi è amore e viceversa. Il vero amore scaccia la paura. Il percorso è costellato di timori e di echi rivenienti dal passato. Le sicurezze approntate dalla condizione di schiavitù esercitano il loro richiamo prepotente. Le sirene delle concupiscenze sibilano all’anima di accontentarsi del visibile, di vincolarsi al mondo, di non curarsi delle cose invisibili. Riaffiorano gli idoli di sempre, quelli che attengono alla carne ed alle sue opere, che sono ben note: “fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere” (v. Lettera ai Galati). Il cammino nel deserto implica l’abbandono nelle mani del Dio provvidente. La manna e le quaglie e l’acqua che sgorga dalla roccia confortano gli esuli, quasi allegorie della comunione eucaristica. L’ego deve man mano spogliarsi delle sue vesti lacere e apprendere a mostrasi nudo dinanzi a Dio, senza provare vergogna. Nudità è, secondo me, l’altro nome del cristiano. E si tratta di una nudità che non ha a che fare con il corpo, ma con il cuore, con la personalità, con l’essere, che si mostra a Dio così com’è, conscio dei suoi mali, dei suoi peccati, dei suoi vizi, per essere da lui risanato, liberato. Si stenta a comprendere che il peccato è una malattia che uccide il corpo e che riserva all’anima l’infausto destino della seconda morte, quella eterna. Si tende piuttosto a ridimensionarne gli esiti, come se fosse normale, quindi umano, sguazzarci dentro. Il percorso educativo immaginato da Marco Guzzi ci conduce dinanzi ad uno specchio che ci rimanda tanto la nostra immagine distorta quanto quella risanata, cioè quella che dovrebbe essere in conformità col disegno liberante di Dio. Ma che cosa libera l’uomo se non lo Spirito? “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”, scrive Paolo ai Galati. È un’elencazione che si apre con l’amore che, a cascata, genera la gioia, e questa la pace, e così via, fino al dominio di sé. In altri termini, l’ego, spogliatosi dei suoi abiti consunti, si fa io cristico, passando attraverso le fasi dell’io in conversione e dell’io in relazione. Le maschere cadono. Resta l’uomo cosciente della sua filiazione divina, della sua origine e del suo destino oltremondano. Io sono un “darsipacista telematico”, nel senso che seguo gli incontri tenuti da Marco via web. Ne sono stato e ne sono tormentato. Alcune volte è come se l’anima si rifiutasse di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda delle parole che convertono scavando. È come se la frattura originaria ed originante si facesse dolore. Sono stato sul punto di mollare tutto, dopo aver messo mano all’aratro. Molto più semplice costruirsi qualche idolo su misura delle proprie esigenze distorte che convertirsi, lasciarsi aprire le orecchie, guardarsi dentro con l’occhio scrutante di Dio. Ma cosa ne avrei ricavato? Il ritorno in terra di schiavitù, dov’è pianto e stridore di denti, già qui, in questa dimensione di vita. Il lavoro spirituale è, per l’appunto, un lavoro. Semmai va preso a piccole dosi, o meglio nelle dosi che si confanno a ciascuno di noi. La mia personale esperienza mi suggerisce di centellinare, di muovere piccoli passi. Troppa acqua non irriga ma distrugge. L’azione ingannevole dell’ego è anche quella di convincerci che i risultati devono essere immediati e che, se non lo sono, non vale la pena di proseguire. Scoperto l’inganno, ci si premunisce nel senso di interpretare quel dolore intimo come segno che qualcosa si muove nella giusta direzione, che si sta demolendo un ostacolo, che si sta abbattendo una resistenza al cambiamento. È la giusta interpretazione, non una giustificazione che ci si dà per consolarsi. Mentre termino di scrivere queste note, mi giunge dall’esterno un cinguettio. Mi allieto. Non tutto è perduto. Anzi, tutto è guadagno per chi si fida dello Spirito.
sul sito web www.darsipace.it
JORGE MARIO BERGOGLIO, PAPA FRANCESCO
Sono a casa mia quando fuoriesce il fumo bianco che segnala l’elezione del nuovo pontefice, dopo le dimissioni di Benedetto XVI. Sono le 19.06 del 13 marzo 2013. Dopo più di un’ora di attesa, il cardinale protodiacono, Jean-Louis Tauran, pronuncia l'atteso “habemus papam” e il nome del nuovo pontefice: Francesco. Il cardinale Jorge Mario Bergoglio è il 266° successore di Pietro. Il silenzio, che era sceso sulla gremitissima piazza San Pietro, si scioglie alle prime parole del nuovo Vescovo di Roma: “Fratelli e sorelle, buonasera!”. Resto sconcertato. Guardo mia madre che mi chiede chi fosse il nuovo Papa. Non lo so, le rispondo. Non lo conosco. Nessuno lo dava per favorito, né i bookmaker né gli uomini di Curia. Resta confermato che chi entra papa in conclave, ne esce cardinale. I nomi di Scola, Ravasi, Dolan, etc., escono di scena. Lo Spirito Santo ha operato una scelta diversa e di rottura col passato. Questa è la mia prima impressione dopo aver ascoltato le prime esternazioni del Pontefice e valutato i suoi primi passi. Sacerdote umile, vicino ai poveri, molto socievole, auspica una Chiesa povera che sia testimone della carità del Cristo. Indossa una croce di ferro, quella che portava prima dell’elezione. Indossa scarpe comuni, non quelle rosse. Niente ermellino e niente camauro. I segni del potere papale sono l’umiltà e la povertà, il servizio e la preghiera. Invita la piazza a pregare su di lui. Per molti è ritornato sotto altre spoglie Giovanni XXIII, come afferma anche mons. Loris Capovilla che ne fu il segretario particolare. Lancia messaggi semplici, comprensibili, popolari. La preghiera al posto della teologia, spesso complicata e cavillosa. La semplicità evangelica invece di certi ritualismi privi d’anima. E l’invito ai confessori ad essere misericordiosi con i penitenti, perché Dio è essenzialmente buono e misericordioso, è sempre pronto al perdono. Quante volte ci ostiniamo a non chiedergli perdono e non siamo capaci di perdonare noi stessi! La pace va a farsi benedire se non siamo capaci di accettare il perdono del Padre! L’omelia del 14 marzo tenuta nella Cappella Sistina è “programmatica”. Vi sono le linee essenziali del Suo pontificato: camminare nella luce di Dio; edificare la Chiesa sulla roccia e non sulla sabbia; confessare il Cristo, cioè esserne testimoni credibili.
Si apre indubbiamente una nuova fase per la Chiesa. È una fase che prevede una sorta di spogliamento per rivestirsi di una nuova umanità, quella cristica, rigenerata nell’amore di Dio, al quale spesso è stato affibbiato un carattere permaloso, suscettibile, feroce, vendicativo. Dio come Giove. Dio, il nemico della felicità dell’uomo, il castigatore dei peccatori. Questa visione di Dio va bandita. Per sempre. Perché non è vera, non corrisponde al Dio del Cristo, il buon pastore, il padre misericordioso, il buon samaritano, il guaritore. Continuare a nutrire la visione “nera” di Dio rende un alto servizio a Satana, il divisore, che è bugiardo fin dalla nascita e che quindi insinua nelle menti degli uomini idee sempre false di Dio.
Lo Spirito Santo ha fatto un buon lavoro. Ne siamo grati ai Cardinali. Nella speranza che il Signore conceda lunga vita a Papa Francesco, secondo i suoi disegni di salvezza e di misericordia.
su Fermento, aprile 2013
lunedì 13 febbraio 2012
BAMBOCCIONI, SFIGATI E PRECARI. IL DESTINO DEI GIOVANI SECONDO LA POLITICA.
Per chi è giovane “mala tempora currunt”. Non soltanto per loro, invero, ma anche per chi ha un posto fisso e si sente accusare di essere grigio e monotono e di essere un privilegiato. “Che monotonia il posto fisso!” ha esclamato il capo del governo Monti. Meglio cambiare lavoro, meglio accettare la sfida del nuovo, del cambiamento! Che se ne fa uno del posto fisso? Il posto fisso ti annebbia il cervello e ti rende idiota.
Cominciò il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, pace all’anima sua, che nel 2007, dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato definì bamboccioni i giovani che “restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi”. Nel 2009 fu la volta del mitico Renato Brunetta, il quale propose di varare “una legge per far uscire di casa i ragazzi a 18 anni”. Nel 2012, come abbiamo visto, si è lanciato sul corpo già sfibrato dei giovani Monti, il ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, quello del Welfare, Elsa Fornero, e quel tale Michel Martone, viceministro del Lavoro, che ha affibbiato il termine “sfigati” ai giovani che a vent’otto anni non si sono ancora laureati. Si è poi corretto e ha dichiarato di “non essere stato sobrio.” Meno male che qualcuno ha il pudore di riconoscere di alzare il gomito e di straparlare, cosa che accade molto spesso in ambito politico, dove francamente pare non ci siano problemi di precariato, di come far quadrare il magro bilancio familiare, di come assicurare un lavoro (non precario, ovviamente) ai propri figli, ma di escort, di indennità, di privilegi, e così via, facendo salvi ovviamente coloro che si impegnano sul serio e non frequentano i salotti della Roma bene ed i circoli viziosi della Capitale.
È quindi stato breve il passaggio dalla visione montiana della monotonia del posto fisso, meramente ideologica e di stampo liberista, all’attacco all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, che prevede che nelle aziende con più di 15 dipendenti chi venga licenziato senza «giusta causa» abbia diritto al reintegro e non solo a un’indennità economica. Abolire l’art. 18 significa dare piena libertà di licenziare. Questa è una “fissa” di Monti e di Elsa Fornero, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, ed è una fissa voluta per compiacere gli investitori internazionali, i quali, secondo Monti, non investono in Italia a causa della rigidità in uscita.
Una marea di sciocchezze, con tutto il rispetto per Monti, il quale, pur essendo professore alla Bocconi, sa poco o niente di come vive una famiglia monoreddito con figli (inoccupati) a carico. Mettere i lavoratori a posto fisso contro i precari non è una buona idea. A cosa conduce? Ve lo dico subito: alla totale deregolamentazione del mercato del lavoro e alla riduzione delle tutele e garanzie sociali per tutti. Col pretesto di tutelare i precari, si sottraggono diritti a chi un lavoro ce l’ha e con quel lavoro manda avanti la sua famiglia. È il modello economico aggressivo che vige negli USA, dove le anticamere degli studi di psichiatri e psicologi sono affollate di pazienti affetti dall’angoscia e dallo stress.
Il modello sociale che ci viene proposto è disumanizzante. È la resa incondizionata al mondo della finanza, a quel mondo che è all’origine della crisi economica mondiale.
I bamboccioni, gli sfigati, i giovani precari sono figli di questa società che dà la certezza che non vi sono sicurezze, che la famiglia è un optional, che non puoi fare progetti perché è perfettamente inutile. La famiglia d’origine è rimasta l’unico baluardo allo sfascio totale, col sopperire alle esigenze dei bamboccioni e degli sfigati per necessità di cose. Chi non vorrebbe essere autonomo ed indipendente se ne avesse le possibilità?
Concludo auspicando che da parte di chi ci governa si abbia più rispetto e sensibilità per la vita delle persone. L’uomo non è un burattino nelle mani di qualche burattinaio pieno di soldi e di sé. Monti rifletta prima di parlare, considerato, fra l’altro, che è stato nominato senatore a vita dal presidente Napolitano, il che significa posto fisso e ben retribuito fino alla fine dei suoi giorni.
S.B.
Cominciò il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, pace all’anima sua, che nel 2007, dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato definì bamboccioni i giovani che “restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi”. Nel 2009 fu la volta del mitico Renato Brunetta, il quale propose di varare “una legge per far uscire di casa i ragazzi a 18 anni”. Nel 2012, come abbiamo visto, si è lanciato sul corpo già sfibrato dei giovani Monti, il ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, quello del Welfare, Elsa Fornero, e quel tale Michel Martone, viceministro del Lavoro, che ha affibbiato il termine “sfigati” ai giovani che a vent’otto anni non si sono ancora laureati. Si è poi corretto e ha dichiarato di “non essere stato sobrio.” Meno male che qualcuno ha il pudore di riconoscere di alzare il gomito e di straparlare, cosa che accade molto spesso in ambito politico, dove francamente pare non ci siano problemi di precariato, di come far quadrare il magro bilancio familiare, di come assicurare un lavoro (non precario, ovviamente) ai propri figli, ma di escort, di indennità, di privilegi, e così via, facendo salvi ovviamente coloro che si impegnano sul serio e non frequentano i salotti della Roma bene ed i circoli viziosi della Capitale.
È quindi stato breve il passaggio dalla visione montiana della monotonia del posto fisso, meramente ideologica e di stampo liberista, all’attacco all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, che prevede che nelle aziende con più di 15 dipendenti chi venga licenziato senza «giusta causa» abbia diritto al reintegro e non solo a un’indennità economica. Abolire l’art. 18 significa dare piena libertà di licenziare. Questa è una “fissa” di Monti e di Elsa Fornero, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, ed è una fissa voluta per compiacere gli investitori internazionali, i quali, secondo Monti, non investono in Italia a causa della rigidità in uscita.
Una marea di sciocchezze, con tutto il rispetto per Monti, il quale, pur essendo professore alla Bocconi, sa poco o niente di come vive una famiglia monoreddito con figli (inoccupati) a carico. Mettere i lavoratori a posto fisso contro i precari non è una buona idea. A cosa conduce? Ve lo dico subito: alla totale deregolamentazione del mercato del lavoro e alla riduzione delle tutele e garanzie sociali per tutti. Col pretesto di tutelare i precari, si sottraggono diritti a chi un lavoro ce l’ha e con quel lavoro manda avanti la sua famiglia. È il modello economico aggressivo che vige negli USA, dove le anticamere degli studi di psichiatri e psicologi sono affollate di pazienti affetti dall’angoscia e dallo stress.
Il modello sociale che ci viene proposto è disumanizzante. È la resa incondizionata al mondo della finanza, a quel mondo che è all’origine della crisi economica mondiale.
I bamboccioni, gli sfigati, i giovani precari sono figli di questa società che dà la certezza che non vi sono sicurezze, che la famiglia è un optional, che non puoi fare progetti perché è perfettamente inutile. La famiglia d’origine è rimasta l’unico baluardo allo sfascio totale, col sopperire alle esigenze dei bamboccioni e degli sfigati per necessità di cose. Chi non vorrebbe essere autonomo ed indipendente se ne avesse le possibilità?
Concludo auspicando che da parte di chi ci governa si abbia più rispetto e sensibilità per la vita delle persone. L’uomo non è un burattino nelle mani di qualche burattinaio pieno di soldi e di sé. Monti rifletta prima di parlare, considerato, fra l’altro, che è stato nominato senatore a vita dal presidente Napolitano, il che significa posto fisso e ben retribuito fino alla fine dei suoi giorni.
S.B.
Etichette:
art. 18,
bamboccioni,
Fornero,
Monti,
sfigati
DOVE SEI? Riflessione per il tempo di Quaresima
“Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l'uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto.»“
Sono i versetti 8-10 del capitolo terzo del libro della Genesi, intitolato “La caduta”. La caduta dell’uomo ha inizio con la paura di Dio e con il nascondimento. Dalla condizione di intimità con Dio si passa ad una condizione di dolore. L’uomo si scopre nudo, avverte cioè che la sua condizione è mutata a causa di un atto di disobbedienza. Nudità equivale a miseria morale, senso di colpa, peccato, che altro non è che una condizione di alienazione rispetto al nostro io divino, quello sano ed integro.
Prendo a spunto per la riflessione sul tempo di Quaresima la domanda che Dio rivolge ad Adamo: “Dove sei?”.
Dio sa bene dove l’uomo è. Se non lo sapesse non sarebbe Dio. In questo senso la domanda è retorica se non superflua. Ma il punto è che Dio inaugura un dialogo con l’uomo proprio nel momento più critico dei loro rapporti e l’uomo e lo invita a riflettere sulla propria condizione interiore, sul suo essere nel mondo.
Quella domanda vale anche per noi. Dio si rivolge a ciascuno di noi e ci chiede: “Dove sei?”. Dove ti trovi? Dove sei rispetto all’accoglienza della buona notizia? In quale punto ti trovi del tuo cammino interiore dall’io egoico all’io secondo il Cristo? Ti trovi allo stesso punto dell’anno scorso, di tre anni fa, o hai fatto dei passi in avanti? È cambiato il tuo modo di rapportarti al tuo prossimo, sei più altruista, ti accosti a chi soffre, oppure ti fai risucchiare dal gorgo del tuo egoismo e ti tieni alla larga dal fratello? Come va con la preghiera, con la meditazione, con la frequenza ai sacramenti della riconciliazione e della comunione? Ci credi veramente o sei dubbioso? Quale idea ti sei fatta di Dio? Pensi che sia il Padre misericordioso, il Buon Samaritano, il Pastore che si prende cura della pecora smarrita, oppure un dio che si diverte a seminare croci e sofferenze?
Quella domanda è quindi fondamentale. È onnicomprensiva ed è pedagogica perché è diretta a farci crescere, a farci prendere consapevolezza della nostra attuale condizione interiore. Rispondendo a quella domanda ci giudichiamo e ci vediamo alla luce del piano divino di redenzione e salvezza. Se la nostra coscienza, in qualche punto, ci rimorde, è segno che dobbiamo revisionare mezzi e fini. Ma in che modo si cresce? Come un atleta migliora le sue prestazioni attraverso la disciplina ed il duro allenamento, con rinunce e sacrifici, così l’uomo interiore si sviluppa attraverso la cura dell’anima, la disciplina interiore, la meditazione delle cose dello spirito. Qual è il segno che il lavoro interiore è stato efficace, che ci siamo evoluti spiritualmente e cristianamente? Il segno è l’altro. Non Dio, il quale non ha bisogno di noi, ma l’altro uomo. Posso concludere in questi termini: l’altro è il termine di confronto e di paragone della verità del nostro rapporto col Signore.
La Quaresima è il tempo propizio per risintonizzarci sulla lunghezza d’onda dell’amore per il prossimo. Se avessimo bisogno di libri di testo, suggerirei di leggere il breve ma intenso lavoro di Martin Buber, “Il cammino dell’uomo”, edito dalle edizioni Qiqajon della Comunità di Bose. E di soffermarsi sulle parabole del Buon Samaritano e del Padre misericordioso, due pietre miliari dell’amore di Dio per ogni uomo e, quindi, misura dell’amore che dovremmo dimostrare concretamente ad ogni uomo e donna che incontriamo sul nostro cammino.
Salvatore Bernocco
Sono i versetti 8-10 del capitolo terzo del libro della Genesi, intitolato “La caduta”. La caduta dell’uomo ha inizio con la paura di Dio e con il nascondimento. Dalla condizione di intimità con Dio si passa ad una condizione di dolore. L’uomo si scopre nudo, avverte cioè che la sua condizione è mutata a causa di un atto di disobbedienza. Nudità equivale a miseria morale, senso di colpa, peccato, che altro non è che una condizione di alienazione rispetto al nostro io divino, quello sano ed integro.
Prendo a spunto per la riflessione sul tempo di Quaresima la domanda che Dio rivolge ad Adamo: “Dove sei?”.
Dio sa bene dove l’uomo è. Se non lo sapesse non sarebbe Dio. In questo senso la domanda è retorica se non superflua. Ma il punto è che Dio inaugura un dialogo con l’uomo proprio nel momento più critico dei loro rapporti e l’uomo e lo invita a riflettere sulla propria condizione interiore, sul suo essere nel mondo.
Quella domanda vale anche per noi. Dio si rivolge a ciascuno di noi e ci chiede: “Dove sei?”. Dove ti trovi? Dove sei rispetto all’accoglienza della buona notizia? In quale punto ti trovi del tuo cammino interiore dall’io egoico all’io secondo il Cristo? Ti trovi allo stesso punto dell’anno scorso, di tre anni fa, o hai fatto dei passi in avanti? È cambiato il tuo modo di rapportarti al tuo prossimo, sei più altruista, ti accosti a chi soffre, oppure ti fai risucchiare dal gorgo del tuo egoismo e ti tieni alla larga dal fratello? Come va con la preghiera, con la meditazione, con la frequenza ai sacramenti della riconciliazione e della comunione? Ci credi veramente o sei dubbioso? Quale idea ti sei fatta di Dio? Pensi che sia il Padre misericordioso, il Buon Samaritano, il Pastore che si prende cura della pecora smarrita, oppure un dio che si diverte a seminare croci e sofferenze?
Quella domanda è quindi fondamentale. È onnicomprensiva ed è pedagogica perché è diretta a farci crescere, a farci prendere consapevolezza della nostra attuale condizione interiore. Rispondendo a quella domanda ci giudichiamo e ci vediamo alla luce del piano divino di redenzione e salvezza. Se la nostra coscienza, in qualche punto, ci rimorde, è segno che dobbiamo revisionare mezzi e fini. Ma in che modo si cresce? Come un atleta migliora le sue prestazioni attraverso la disciplina ed il duro allenamento, con rinunce e sacrifici, così l’uomo interiore si sviluppa attraverso la cura dell’anima, la disciplina interiore, la meditazione delle cose dello spirito. Qual è il segno che il lavoro interiore è stato efficace, che ci siamo evoluti spiritualmente e cristianamente? Il segno è l’altro. Non Dio, il quale non ha bisogno di noi, ma l’altro uomo. Posso concludere in questi termini: l’altro è il termine di confronto e di paragone della verità del nostro rapporto col Signore.
La Quaresima è il tempo propizio per risintonizzarci sulla lunghezza d’onda dell’amore per il prossimo. Se avessimo bisogno di libri di testo, suggerirei di leggere il breve ma intenso lavoro di Martin Buber, “Il cammino dell’uomo”, edito dalle edizioni Qiqajon della Comunità di Bose. E di soffermarsi sulle parabole del Buon Samaritano e del Padre misericordioso, due pietre miliari dell’amore di Dio per ogni uomo e, quindi, misura dell’amore che dovremmo dimostrare concretamente ad ogni uomo e donna che incontriamo sul nostro cammino.
Salvatore Bernocco
domenica 11 dicembre 2011
TEMPO DI AVVENTO, TEMPO DI ATTESE
L’Avvento precede la nascita del Cristo, che in verità viene in noi (e vi resta col Padre e lo Spirito Santo) ogni qualvolta siamo in grado, col nostro impegno, di dare vita a chi vita non ne ha, di costruire itinerari di liberazione dell’uomo di questi nostri tempi segnati da una superficialità e da un consumismo frenetico, che tutto riduce alla dimensione del giornaliero, del possesso di cose inutili ed ingombranti, dei beni materiali, e che attende il Natale come l’ennesima occasione di darsi ai bagordi e a quelle manifestazioni di falsa gioia che sono il precipitato del cosiddetto nichilismo. Parlare oggi di interiorità, cioè di una dimensione di vita interiore dove l’uomo può ritrovarsi ed essere pienamente se stesso, è pura follia. Se tutto è apparenza ed esteriorità; se tutto si celebra nell’attimo fuggente; se la vita di un essere umano ha valore se vi è ricchezza, potere, salute, bellezza, allora più che di Avvento saremmo tentati di parlare di Restaurazione, cioè di un tempo abitato da idoli pagani e dall’idolatria dell’ego.
L’Avvento è un tempo di attesa di un evento che, se accolto, cambia la vita in meglio, dandole senso e profondità. Gesù si incarna, Dio si incarna e si manifesta al mondo, in primis a gente di scarto, emarginata, ai pastori. Nasce povero, “al freddo ed al gelo”, e per giunta pende su di Lui la mannaia di Erode, cioè del potere che si oppone alla venuta del regno di Dio fra gli uomini, cosa che accade anche ai nostri giorni. Il fedele cristiano è dileggiato per la sua fede, sebbene si discetti tanto di tolleranza e di rispetto da parte di settori del laicismo nostrano che, in realtà, sono tolleranti verso tutti tranne che verso chi si professa credente. È la croce del seguace del Cristo.
Ma l’Avvento è tempo di riflessione in vista dell’azione concreta per il bene della comunità, e non mi riferisco soltanto a quella parrocchiale. Intendo riferirmi alla nostra comunità cittadina, alla vita politica ed amministrativa locale, che auspichiamo possa portare risultati concreti, tangibili, specie in relazione all’ambito della solidarietà sociale. Le povertà sono molteplici, certo, ma la povertà materiale, le condizioni in cui versano tante famiglie ruvesi dovrebbero sollecitare ad impostare politiche di impatto, destinando all’emergenza sociale tutte le risorse disponibili. Così, piuttosto che di festival o di iniziative che oramai hanno fatto il loro tempo, sarebbe preferibile occuparsi di poveri e di povertà, di ambiente e di vivibilità. Se in una famiglia manca il necessario; se in una famiglia mancano il cibo ed i soldi per mandare i figli a scuola o per pagare le bollette, e nella città, altrove si suona o si spendono fior di quattrini per due, tre ore di musica o spettacolo o teatro o cerimonie, allora si commette un grave peccato sociale, che andrebbe confessato. La giustizia reclama che si badi prima di tutto all’essenziale e che ci si occupi dei senza voce, dei non garantiti, dei precari, di quanti, disoccupati o inoccupati o con redditi da fame, scivolano verso la disperazione.
Se un membro del corpo sociale è malato, tutto il corpo ne risente. Non si salva nessuno. È illusorio pensare il contrario. Le sacche di privilegi hanno generato e generano – come si assiste questi giorni – miserie maggiori, crisi economiche e finanziarie, determinate per l’appunto dall’avidità degli uomini. Bisogna cambiare strada e farlo presto, aiutando le membra affaticate ed oppresse a sollevarsi. Questo è esercizio di politica cristiana. Questo è vero esercizio di carità. Tutto il resto è materia diabolica.
L’Avvento è un tempo di attesa di un evento che, se accolto, cambia la vita in meglio, dandole senso e profondità. Gesù si incarna, Dio si incarna e si manifesta al mondo, in primis a gente di scarto, emarginata, ai pastori. Nasce povero, “al freddo ed al gelo”, e per giunta pende su di Lui la mannaia di Erode, cioè del potere che si oppone alla venuta del regno di Dio fra gli uomini, cosa che accade anche ai nostri giorni. Il fedele cristiano è dileggiato per la sua fede, sebbene si discetti tanto di tolleranza e di rispetto da parte di settori del laicismo nostrano che, in realtà, sono tolleranti verso tutti tranne che verso chi si professa credente. È la croce del seguace del Cristo.
Ma l’Avvento è tempo di riflessione in vista dell’azione concreta per il bene della comunità, e non mi riferisco soltanto a quella parrocchiale. Intendo riferirmi alla nostra comunità cittadina, alla vita politica ed amministrativa locale, che auspichiamo possa portare risultati concreti, tangibili, specie in relazione all’ambito della solidarietà sociale. Le povertà sono molteplici, certo, ma la povertà materiale, le condizioni in cui versano tante famiglie ruvesi dovrebbero sollecitare ad impostare politiche di impatto, destinando all’emergenza sociale tutte le risorse disponibili. Così, piuttosto che di festival o di iniziative che oramai hanno fatto il loro tempo, sarebbe preferibile occuparsi di poveri e di povertà, di ambiente e di vivibilità. Se in una famiglia manca il necessario; se in una famiglia mancano il cibo ed i soldi per mandare i figli a scuola o per pagare le bollette, e nella città, altrove si suona o si spendono fior di quattrini per due, tre ore di musica o spettacolo o teatro o cerimonie, allora si commette un grave peccato sociale, che andrebbe confessato. La giustizia reclama che si badi prima di tutto all’essenziale e che ci si occupi dei senza voce, dei non garantiti, dei precari, di quanti, disoccupati o inoccupati o con redditi da fame, scivolano verso la disperazione.
Se un membro del corpo sociale è malato, tutto il corpo ne risente. Non si salva nessuno. È illusorio pensare il contrario. Le sacche di privilegi hanno generato e generano – come si assiste questi giorni – miserie maggiori, crisi economiche e finanziarie, determinate per l’appunto dall’avidità degli uomini. Bisogna cambiare strada e farlo presto, aiutando le membra affaticate ed oppresse a sollevarsi. Questo è esercizio di politica cristiana. Questo è vero esercizio di carità. Tutto il resto è materia diabolica.
mercoledì 12 ottobre 2011
INTERVISTA A RUVO LIVE - OTTOBRE 2011
- A quattro mesi dalla vittoria delle elezioni e dall'insediamento del nuovo sindaco, cosa pensa del lavoro finora svolto?
Penso che il Sindaco Ottombrini si stia impegnando molto per affrontare e risolvere problematiche di non poco conto, alcune delle quali, quali quelle inerenti ai comparti edilizi, rivenienti dal passato non recente. È chiaro che la nuova amministrazione necessita di un periodo di rodaggio per entrare nel merito delle questioni amministrative, tenendo in debito conto che la squadra assessorile è composta di uomini e donne che non hanno mai amministrato, fatta eccezione per Salvatore Lovino, oggi Assessore al Bilancio, ieri alle Attività Produttive ed alla Polizia Municipale. Alcune figure sono alla loro prima esperienza, come l’architetto Altamura. I vincoli di bilancio ed il rispetto del patto di stabilità stanno massacrando gli enti locali, impedendo loro di spendere pur in presenza di un avanzo di amministrazione. Ciò è penalizzante e paralizzante.
- Quali sono i nodi difficili da districare, per il nuovo Sindaco?
Ho già accennato alla questione dei comparti edilizi. Ci sono poi le problematiche della raccolta dei rifiuti solidi urbani, del P.U.G., della Ruvo Servizi, della riorganizzazione della macchina amministrativa. Quest’ultima questione è di fondamentale importanza e andrebbe risolta con celerità. Stiamo scontando ritardi e difficolta a causa dell’assenza di figure dirigenziali e di un’organizzazione più snella e memo farraginosa. È evidente che tutto il peso gestionale non può gravare sulle spalle del solo ing. Stasi o di qualche dipendente di buona volontà che sopperisce come può.
-Cosa pensa, da scrittore e giornalista, della capacità di comunicare, di Palazzo Avitaja?
Bisogna comunicare di più e meglio. Penso che questo sia un nodo da sciogliere. Al momento si è un po’ carenti sotto questo aspetto, ma ciò è imputabile al processo di riorganizzazione degli uffici e dei servizi. Sono certo che nel nuovo assetto la comunicazione sarà privilegiata.
- E’ pentito di aver militato a fianco di Ottombrini?
Assolutamente no. Con Vincenzo Fracchiolla, Rino Di Rella, Roberto D’Ingeo, Biagio Livorti, Daniela Lamura ed altri amici ed amiche tenemmo a battesimo la lista “INSIEME”, che ha dato il suo contributo alla vittoria del centrosinistra. Non siamo riusciti a far eleggere un nostro rappresentante in seno al Consiglio Comunale, ma facciamo parte a pieno titolo di questa maggioranza, ai cui vertici partecipa un nostro rappresentante. Oggi “INSIEME” è non solo una lista civica, ma un laboratorio politico-culturale che mette insieme persone che hanno compiuto scelte diverse e che sono portatrici di istanze diverse. Alcuni sono confluiti in SEL, altri nel PD, altri mantengono la loro autonomia dai partiti, ma continuiamo a procedere uniti, insieme. Il futuro della politica del centrosinistra sta in un di più di unità, e credo che questa unità sia più facilmente perseguibile in un contesto politico e associativo che vada oltre i partiti pur rispettando i partiti.
- Qual è la sua posizione adesso?
È di assoluta collaborazione con la nuova amministrazione, non solo in quanto dipendente comunale, ma anche nella mia veste e caratterizzazione politico-culturale. Mi definisco ancora moroteo, sebbene Moro sia scomparso nel 1978. Il confronto ed il dialogo ne caratterizzarono la vita politica, culturale ed umana. Io resto ancorato a quei fondamenti culturali, ritenendo che nessuno abbia la verità in tasca, ma che essa si debba ricercare insieme, faticosamente. Ovviamente per dialogare bisogna essere in due e rispettarsi. Assisto purtroppo a molti monologhi all’insegna del poco rispetto.
- Dia un voto alla giunta, assessore per assessore.
Mi permetta di non fare valutazioni. È troppo presto per giudicare l’operato degli assessori. Sono tutti impegnati a dare il meglio di sé, su questo non ho dubbi.
- Qual è la maniera per far rinascere Ruvo, secondo lei?
Ogni ripartenza ha bisogno di poggiare su basi culturali solide, di visioni nuove ed avanzate, di coraggio e lungimiranza. Bisogna prendere le mosse dalle nostre tradizioni culturali e proiettarle con un po’ di fantasia nel futuro. Bisogna accogliere il nuovo, non averne timore. Bisogna osare, sforzarsi di immaginare percorsi nuovi, alternativi. Per tale ragione guardo con particolare speranza alle nuove generazioni. Loro possiedono il dono della visione. Sono dei visionari. Fra di loro ci sono dei creativi. Se saremo capaci di affidarci a giovani di qualità e spessore culturale e morale, faremo progressi. Badi bene, però, che non ne faccio una mera questione anagrafica. Per me è giovane chi ha lo spirito ancora giovane. Ruvo è piena di persone di tutte le età in grado di dare e di sognare un paese migliore.
Penso che il Sindaco Ottombrini si stia impegnando molto per affrontare e risolvere problematiche di non poco conto, alcune delle quali, quali quelle inerenti ai comparti edilizi, rivenienti dal passato non recente. È chiaro che la nuova amministrazione necessita di un periodo di rodaggio per entrare nel merito delle questioni amministrative, tenendo in debito conto che la squadra assessorile è composta di uomini e donne che non hanno mai amministrato, fatta eccezione per Salvatore Lovino, oggi Assessore al Bilancio, ieri alle Attività Produttive ed alla Polizia Municipale. Alcune figure sono alla loro prima esperienza, come l’architetto Altamura. I vincoli di bilancio ed il rispetto del patto di stabilità stanno massacrando gli enti locali, impedendo loro di spendere pur in presenza di un avanzo di amministrazione. Ciò è penalizzante e paralizzante.
- Quali sono i nodi difficili da districare, per il nuovo Sindaco?
Ho già accennato alla questione dei comparti edilizi. Ci sono poi le problematiche della raccolta dei rifiuti solidi urbani, del P.U.G., della Ruvo Servizi, della riorganizzazione della macchina amministrativa. Quest’ultima questione è di fondamentale importanza e andrebbe risolta con celerità. Stiamo scontando ritardi e difficolta a causa dell’assenza di figure dirigenziali e di un’organizzazione più snella e memo farraginosa. È evidente che tutto il peso gestionale non può gravare sulle spalle del solo ing. Stasi o di qualche dipendente di buona volontà che sopperisce come può.
-Cosa pensa, da scrittore e giornalista, della capacità di comunicare, di Palazzo Avitaja?
Bisogna comunicare di più e meglio. Penso che questo sia un nodo da sciogliere. Al momento si è un po’ carenti sotto questo aspetto, ma ciò è imputabile al processo di riorganizzazione degli uffici e dei servizi. Sono certo che nel nuovo assetto la comunicazione sarà privilegiata.
- E’ pentito di aver militato a fianco di Ottombrini?
Assolutamente no. Con Vincenzo Fracchiolla, Rino Di Rella, Roberto D’Ingeo, Biagio Livorti, Daniela Lamura ed altri amici ed amiche tenemmo a battesimo la lista “INSIEME”, che ha dato il suo contributo alla vittoria del centrosinistra. Non siamo riusciti a far eleggere un nostro rappresentante in seno al Consiglio Comunale, ma facciamo parte a pieno titolo di questa maggioranza, ai cui vertici partecipa un nostro rappresentante. Oggi “INSIEME” è non solo una lista civica, ma un laboratorio politico-culturale che mette insieme persone che hanno compiuto scelte diverse e che sono portatrici di istanze diverse. Alcuni sono confluiti in SEL, altri nel PD, altri mantengono la loro autonomia dai partiti, ma continuiamo a procedere uniti, insieme. Il futuro della politica del centrosinistra sta in un di più di unità, e credo che questa unità sia più facilmente perseguibile in un contesto politico e associativo che vada oltre i partiti pur rispettando i partiti.
- Qual è la sua posizione adesso?
È di assoluta collaborazione con la nuova amministrazione, non solo in quanto dipendente comunale, ma anche nella mia veste e caratterizzazione politico-culturale. Mi definisco ancora moroteo, sebbene Moro sia scomparso nel 1978. Il confronto ed il dialogo ne caratterizzarono la vita politica, culturale ed umana. Io resto ancorato a quei fondamenti culturali, ritenendo che nessuno abbia la verità in tasca, ma che essa si debba ricercare insieme, faticosamente. Ovviamente per dialogare bisogna essere in due e rispettarsi. Assisto purtroppo a molti monologhi all’insegna del poco rispetto.
- Dia un voto alla giunta, assessore per assessore.
Mi permetta di non fare valutazioni. È troppo presto per giudicare l’operato degli assessori. Sono tutti impegnati a dare il meglio di sé, su questo non ho dubbi.
- Qual è la maniera per far rinascere Ruvo, secondo lei?
Ogni ripartenza ha bisogno di poggiare su basi culturali solide, di visioni nuove ed avanzate, di coraggio e lungimiranza. Bisogna prendere le mosse dalle nostre tradizioni culturali e proiettarle con un po’ di fantasia nel futuro. Bisogna accogliere il nuovo, non averne timore. Bisogna osare, sforzarsi di immaginare percorsi nuovi, alternativi. Per tale ragione guardo con particolare speranza alle nuove generazioni. Loro possiedono il dono della visione. Sono dei visionari. Fra di loro ci sono dei creativi. Se saremo capaci di affidarci a giovani di qualità e spessore culturale e morale, faremo progressi. Badi bene, però, che non ne faccio una mera questione anagrafica. Per me è giovane chi ha lo spirito ancora giovane. Ruvo è piena di persone di tutte le età in grado di dare e di sognare un paese migliore.
Iscriviti a:
Post (Atom)
