giovedì 17 giugno 2010

INTERVISTA AD HYPERION

Don Tonino ci spiega il multiculturalismo
Intervista a Salvatore Bernocco, autore di un saggio su Don Tonino Bello


Una semplice lezione spesso è l’occasione giusta per mettere a confronto idee ed emozioni senza barriere linguistiche: il discorso potrebbe nascere in inglese e concludersi facilmente accarezzando un altro idioma. Parlando di multiculturalità e fenomeni migratori, non è stato difficile considerare il testo che il nostro amico Salvatore Bernocco, un affezionatissimo della “penna”, ha pubblicato su Mons. Antonio Bello dal titolo “Sul passo degli ultimi”.
La voglia di voler condividere quei pensieri con tutti gli amici di Hyperion ha bussato subito alla porta, tanto da spingerci a parlare con Salvatore (che abbiamo già conosciuto con le sue poesie qualche mese fa) sul nostro blog, quasi fossimo in una normale lezione. Ora, se volete, tocca a voi commentare e apportare il vostro contributo.
In copertina, Don Tonino accarezza dei bambini africani. Scorrendo tra i capitoli spesso si parla di “convivialità delle differenze”.
«Più volte nei discorsi e negli scritti di Don Tonino si è parlato di diversità tra i popoli, di accoglienza come valori positivi. L’espressione “convivialità delle differenze” si riferisce ad una tavola imbandita, dove siedono tutti gli uomini senza distinzioni. L’idea della tavola assume un valore importante poiché offre l’immagine di una vera uguaglianza sostanziale: tutti i commensali sono sullo stesso livello, hanno gli stessi diritti, non ci sono discriminazioni».
Perché esorcizzare lo straniero?
«Abbiamo timore dello straniero perché ci mette in crisi apportando nuovi valori e culture con le quali confrontarsi. Ovviamente, non tutti vogliono mettersi in discussione. Don Tonino ha concretizzato la parola “accoglienza” con la prima mensa domenicale per marocchini, alla quale egli stesso sedeva per condividere la povertà, accettando quello che avanzava. Oggi c’è il rischio di confondere l’accoglienza con lo sfruttamento di poveri immigrati messi nei campi a lavorare per pochi soldi».
Cosa ha rappresentato Don Tonino per la tua vita?
«Quando era in vita, lo ascoltavamo perché era carismatico, ma non ne ero un “seguace in senso stretto”. Dalla sua morte in poi ho scoperto cose che prima non conoscevo».
Cosa?
«In una lettera, ad esempio, mi parlava di libertà e tolleranza verso chi non la pensa come noi, di guardarmi dagli adulatori. Sii fiero della tua libertà, mi scrisse da Alessano».
Perché è ancora amato?
«Si è concretamente occupato degli umili: recupero dei tossicodipendenti; viaggi negli scenari di guerra, come a Sarajevo quando era ormai già segnato dalla malattia; la mensa per gli immigrati, come abbiamo visto. Ha vissuto realmente la povertà evangelica».
Abbiamo aperto parlando di “accoglienza” e “convivialità delle differenze”. Che ruolo gioca, in questo, la conoscenza delle lingue straniere?
«Conoscere le lingue straniere, l’inglese in particolare, ti permette di entrare in contatto con tantissima gente eliminando qualsiasi barriera linguistica e di avere quindi un contatto diretto, tangibile, con chi non condivide la stessa cultura. Personalmente, ho sempre avuto una grande passione per le lingue straniere. Negli anni ’70 iniziai a frequentare il Lord Byron College, che fondò la prima sede proprio a Ruvo. L’amore per l’inglese nasce sicuramente grazie alla musica, considerandomi un grande estimatore di Barry White».
Per qualcuno, la passione per le culture straniere mette a repentaglio l’identità nazionale…
«Non sono in contrasto. È un arricchimento mantenere la propria cultura originaria ed orientarsi verso una straniera. In USA, per esempio, c’è un grande interesse per la lingua italiana e per quella latina. Proprio gli States, come sappiamo, ci mostrano la convivenza reale di più culture».

Siamo giunti al termine. L’occasione, lo speriamo, ci ha fatto conoscere attraverso le parole di Salvatore Bernocco un minimo tratto del pensiero di Don Tonino Bello. Chiudiamo con questo passaggio riportato nel quarto capitolo: «se il colore della pelle è una variabile dipendente, l’amore è indipendente da ogni valutazione cromatica. Nelle diversità dei popoli, anzi, si annida una ricchezza che solo i miopi non scorgono».

a cura di Alessandro Acella

venerdì 11 giugno 2010

PERCHE’ I CATTOLICI IN POLITICA?

Periodicamente torna di attualità la questione della partecipazione dei cattolici alla vita politica del nostro Paese. Ne ha scritto ultimamente sulla Gazzetta del Mezzogiorno anche Mons. Ruppi. Perché sarebbe necessaria tale presenza? Quale sarebbe lo specifico apporto dei cattolici alla politica? Quale diversa qualità li connoterebbe rispetto ai “laici”?
Il discorso è complesso ed attiene al messaggio evangelico, che tutto trasuda amore per l’uomo e le comunità degli uomini, dove si sperimentano la quotidianità del vivere, la difficoltà di essere uomini e donne portatori naturalmente di diritti inalienabili, di dignità non conculcabili né dallo Stato né da altri. Vi sono diritti alla vita, alla pace ed alla felicità che rivengono per via diretta da una lettura in termini sociali ed economici dei vangeli. Il messaggio di Dio agli uomini è un messaggio di pace e di fecondità di vita.
Non appartiene al Cristianesimo una visione di una felicità posticipata all’aldilà. È una lettura errata e nera dei vangeli, pessimistica e demotivante: se la felicità è raggiungibile solo in Paradiso, perché saremmo venuti al mondo? Solo per soffrire e morire, come talune correnti cattoliche postulano? Esse seminano dolore in eccesso e timori di cui Gesù non ha mai parlato. Egli, anzi, ha parlato di felicità piena, conseguibile già qui ed ora. Come? In che modo? Mettendosi al servizio degli altri, senza nulla pretendere in cambio, inaugurando un circolo virtuoso di amore a cui risponde altro amore. Questo è il centro del messaggio evangelico: la letizia e l’amore che la genera.
Il cristiano che si impegna in politica porta con sé questa visione della vita; è capace, con la preghiera e la meditazione, di scrutare i segni dei tempi grazie ad una sensibilità spirituale che molti non posseggono. Il cristiano scruta i segni, li legge alla luce del vangelo, ne trae spunti di analisi per progettare città a misura d’uomo, in cui regnino la solidarietà e la prosperità. Il bene comune è il bene pubblico, e su questa simmetria egli si incontra con tutti gli uomini e le donne di buona volontà che, partendo da altri umanesimi, hanno a cuore l’uomo, la vita, la creazione. Il dialogo fra culture politiche diverse nasce da questo comune fondamento: la tutela della vita umana, dalla nascita alla fine naturale. Su queste questioni etiche ci sono scontri e polemiche e, direi, grosse contraddizioni che andrebbero superate con intelligenza e sapienza. Un esempio: aree di pacifismo e di ambientalismo laici postulano la difesa dell’ambiente e della vita animale, ma dicono cose poco convincenti rispetto alla tutela della vita nascente e morente. Aborto ed eutanasia, secondo me, contrastano finanche con i presupposti ideologici del pacifismo e dell’ambientalismo. Prenderne coscienza sarebbe un grosso passo avanti. Ecco, il cattolico pone questioni di merito senza integralismi e con pieno rispetto per le altrui visioni, in un rapporto che, come ci insegnavano Moro e Dell’Andro, è di confronto e di dialogo, giacché nel dialogo qualcosa di noi resta in loro e viceversa. La nuova umanità nasce sempre da atti di amore e di dialogo, da un arricchimento reciproco che è vita nuova in corso d’opera.

Salvatore Bernocco

DALLA PARTE DEL SANTO PADRE

Se guardiamo, a distanza di qualche tempo e a mente più serena, alla campagna di stampa ordita contro il Santo Padre e la Chiesa cattolica, non possiamo esimerci dall’evidenziarne la virulenza e la pretestuosità. Intendiamoci bene su un punto: la pedofilia è un crimine abominevole, degno della massima riprovazione, di una severa condanna non soltanto morale ma anche penale. Chi lo compie commette un peccato di inaudita gravità, specie poi se veste l’abito talare o è un religioso. Chi ha fatto voto di servire Dio non può nel contempo servire l’Anticristo. L’inferno sarà semmai più duro per costoro (ma aggiungo anche per chi, pur sapendo, omise di intervenire), ha ammonito Monsignor Charles Scicluna, il "promotore di giustizia" della Congregazione per la Dottrina della Fede, come se ci fosse una sorta di gradazione della pena là dove le anime bruciano per la lontananza da Dio. Se l’Inferno dantesco fosse attuale, costoro sarebbero posti nel girone dei lussuriosi o dei traditori. Tuttavia, ci preme sottolineare che la reazione del Santo Padre è stata ferma e decisa. Non ci sono sconti per nessuno né più coperture o trasferimenti di sede. La sofferenza di Benedetto XVI è intensa per i peccati della Chiesa, a cui si richiede totale conformità all’insegnamento evangelico, esempio coerente e fedele, amore casto verso gli uomini, specie i più indifesi. La conversione della Chiesa è un tema di estrema attualità. Anch’essa infatti è chiamata a convertirsi, a vestire i panni del buon samaritano, liberandosi di quelli del fariseo e del levita o del lupo travestito da pecora. Come scrive il più grande esorcista vivente, Padre Gabriele Amorth, anche nella Chiesa si avverte puzza di zolfo. Lo affermò, suscitando un certo stupore, anche Paolo VI molti anni or sono.
Ma, detto questo, non comprendiamo come mai analoghi polveroni mediatici non siano stati sollevati per analoghi terribili episodi accaduti all’interno di altre confessioni religiose. Non si comprende fino in fondo perché si sia spulciato nella vita di Benedetto XVI e finanche in quella di Giovanni Paolo II, a caccia di scoop, di elementi da cui potesse evincersi l’infedeltà di costoro, un’azione sistematicamente volta a coprire i misfatti di taluni loschi individui. Non parliamo di complotto, ce ne guarderemmo bene, ma di una tendenza a demonizzare tutta la Chiesa per i peccati di alcuni, partendo dal basso per sferrare colpi in alto, alla cieca, facendo di tutta l’erba un fascio. È un’operazione pericolosa e dagli esiti imprevedibili.
Ma non tutto il male viene per nuocere. Questo è il momento propizio per liberarsi di pesi e zavorre, imboccare nuove vie, separare, per quanto possibile, il grano dalla zizzania, anche se la zizzania ha il colore della porpora. L’umanità ha bisogno di esempi positivi, di credere che Dio ami attraverso l’amore disinteressato di uomini e donne cristiani. Rivelare il Dio infinitamente buono spetta a ciascun cristiano. In caso contrario assisteremmo ad una fuga non soltanto dalla Chiesa, ma dall’idea stessa di un Dio misericordioso e amante. Non ci sarebbe esito più nefasto di questo.

Salvatore Bernocco
Fermento, Giugno 2010

mercoledì 12 maggio 2010

RUVO DIMENTICA IL 9 MAGGIO E ALDO MORO

Gentile Direttore,
premetto di essere stato allevato politicamente alla scuola di Aldo Moro fin da diciassettenne, quando entrai a far parte del Movimento Giovanile della D.C. Mio padre ne fu un seguace della prima ora, apprezzandone le qualità politiche, culturali ed umane, non disgiunte dalla testimonianza cristiana, tenace e sincera, emersa anche nei giorni terribili della sua detenzione nella prigione del popolo delle Brigate Rosse. Con mia madre furono a casa sua, in via dei Fori Trionfali a Roma, orami molti anni fa. Mi descrissero una casa senza sfarzi, comune, ed una famiglia semplice ed accogliente. Nel mio studio, accanto alla mia scrivania, vi è una foto di Moro a Ruvo dei primi anni ’70 del precedente secolo. Gli sono accanto Trisorio Liuzzi, Francesco Anselmi, indimenticato segretario politico della D.C., l’on. Laforgia, che ho avuto il piacere di rivedere qualche giorno addietro. Alle sue spalle si scorgono l’on. Dell’Andro e uno degli uomini della sua scorta, Oreste Leonardi, che sarà trucidato quel terribile 16 marzo 1978 in via Fani.
Quando rileggo i suoi scritti e discorsi, mi accorgo di quale capacità di analisi della situazione politica vi fosse in lui, della sua visione lungimirante e, per molti versi, profetica. Descritto, anche in un recente libro di Pansa, “I Cari estinti”, come involuto ed incomprensibile, Moro in realtà aveva una sottile e complessa dialettica, non già per gusto intellettualoide o per confondere le acque, ma perché l’esercizio del pensare e del riflettere è complesso, non è affatto agevole. Complesso sì, quindi, ma non complicato. La realtà, specie quella odierna, è variegata ed articolata; la politica, che è esercizio di realismo, ne rispecchia l’articolazione, la complessità dei rapporti e delle relazioni, degli interessi e delle istanze. Ma c’era in lui anche l’utopia come prefigurazione di una nuova fase storica e sociale, che andava affrancandosi da zavorre e pesi ereditati dal passato. Le sue riflessioni sul ’68 – che non fu tutto rose e fiori - non furono trancianti o reclamanti un ritorno all’ordine e alla severità, spesso di facciata, di un mondo ormai tramontato, che sopravviveva in determinate sacche della società italiana, ma aperte al confronto, attente ai segni dei tempi, che andavano letti e decifrati con intelligenza e spirito libero ed aperto.
Moro non fu un passatista né un conservatore. Semplicemente perché il cristiano non può esserlo, in quanto figlio di Colui che fa nuove tutte le cose. E con Ruvo Moro ebbe un rapporto molto stretto, che si rinnovava ad ogni tornata elettorale e tutte le volte che il paese necessitava di interventi per sollevarsi dal punto di vista economico. Sarebbe lunghissimo l’elenco delle opere pubbliche realizzate grazie al suo interessamento.
Ma Ruvo fa fatica a ricordarlo pubblicamente, come pare abbia dimenticato un altro suo grande benefattore, il sen. Onofrio Jannuzzi. Mi rammarica constatare che parti politiche che dovrebbero mantenerne vivo il ricordo e l’insegnamento abbiano fatto passare sotto silenzio il 9 maggio, in cui si commemorano Moro e tutte le vittime del terrorismo, comprese quelle del terrore mafioso come il siciliano Peppino Impastato, ucciso lo stesso giorno in cui fu assassinato Moro. Mi rammarica per una semplice ragione, perché i giovani, specie coloro che intendessero occuparsi di politica, saranno sempre più privi di punti di riferimento culturali e morali, incalzati dai vaniloqui della attuale classe politica nazionale che, tranne poche eccezioni, non offre uno spettacolo particolarmente edificante, o meglio uno show con veline, corruttori ed escort. Ricordare Aldo Moro, Salvemini, Tommaso Fiore, Berlinguer ed altri, con opportune manifestazioni, non è esercizio di retorica o sfoggio di vecchiume e dell’argenteria di famiglia, tanto per darle una lucidata, ma un momento di riflessione sui contenuti della politica e della vita, su cosa significhi fare politica al servizio delle persone e delle comunità. Senza cultura, ci diceva Renato Dell’Andro, non c’è politica. C’è solo improvvisazione e goffaggine, azioni scoordinate e senza respiro.
Caro Direttore, è uno sfogo sommesso che affido a lei e alla folta platea di Ruvo live, certo di interpretare il pensiero e la perplessità di molti iscritti ai partiti del centrosinistra ruvese, che mi hanno accostato e con i quali ho lungamente parlato. La mia speranza è che si comprenda che soltanto arieggiando le nostre radici culturali sarà possibile favorire un reale cambiamento, in senso più umano e civile, della politica, tanto a livello locale che nazionale.
Gradisca i miei ossequi.

(Lettera a ruvolive e ruvodipugliaweb)

domenica 9 maggio 2010

Don Tonino Bello, amante di Cristo ed amico degli uomini


Diciassette anni fa, il 20 aprile 1993, Don Tonino spirava, lasciando segni indelebili del suo passaggio su questa terra di Puglia e nella Chiesa diocesana e non solo. Il suo insegnamento non sta tanto nelle sue parole, leggere ed incisive come poesie, quanto nei suoi gesti ed atti, nel suo comportamento, autentiche testimonianze dell’amore di Cristo per i poveri, gli ultimi, i dimenticati, gli oppressi dalle tante strutture di peccato che soffocano l’uomo e ne uccidono la speranza nell’avvento di un tempo isaitico, tempo di pace, di eclissi definitiva del male, di esaltazione del bene e del bello, di vittoria della paternità e della maternità di Dio sugli escamotage e gli inganni dell’Anticristo, il quale ordisce soffocanti reticoli di morte.
Don Tonino fu difensore della vita umana, attore e protagonista di battaglie per il lavoro, per la risurrezione dei giovani abbindolati dalle lusinghe delle droghe, che danno piacere senza benessere e poi dolori infiniti, per la difesa del territorio pugliese dall’occupazione manu militari con aerei e testate mortifere. Fu propugnatore di politiche dal volto umano, misericordiose, rivolgendo ai politici molti (ed inascoltati) appelli a prendersi cura delle città e delle parti più deboli e ferite di esse.
Si rivolse ai suoi sacerdoti con la tenerezza di un padre, invitandoli ad abbracciare la povertà evangelica in vista della ricchezza inestimabile del regno di Dio, a disfarsi di ritualismi senza anima per condividere la ferialità del quotidiano, per scendere a testa alta nelle piazze e nelle strade non per fare opera di proselitismo, ma per operare il bene, dal quale scaturiscono credibilità, fiducia, fede e rinnovato desiderio di Dio.
La nuova evangelizzazione di don Tonino verteva sulla veridicità della testimonianza personale. Evangelizzare, in altre parole, vuol dire essere cristiani piuttosto che dirsi cristiani, secondo la penetrante riflessione del cardinale Tettamanzi. Fedele interprete del Concilio Vaticano II, avrebbe tradotto sul piano pastorale le attese e le speranze da esso suscitate, quella nuova primavera punteggiata di freschezza, pulizia, carità, apertura al mondo di cui sono portatori sani gli uomini e le donne permeati dalla forza dello Spirito Santo che, se accolto, fa nuove tutte le cose. Senza dimenticare quanto sta scuotendo la Chiesa, chiamata a purificarsi e a convertirsi per le miserie di pochi che vengono spacciate come mancanze di una moltitudine, con don Tonino, memori del suo messaggio e dei suoi gesti, siamo chiamati ad interpretare una diversità che non è mai lontananza dalle cose del mondo, ma lievito e fermento di una coscienza rinnovata e sensibile, refrattaria all’egoismo, che interpella gli animi ed i cuori di chi è alla ricerca della verità e di un senso da dare alla propria vita.

Salvatore Bernocco - Fermento Maggio 2010

venerdì 23 aprile 2010

La Chiesa ed i suoi peccati

Nascondersi dietro un dito non serve a nulla. Celare, glissare, inventarsi giustificazioni, trasferire, assumere contegni sdegnati è profondamente errato. La verità, come ci è stato insegnato fin da piccoli, prima o poi viene a galla, e si impone sulle mistificazioni e le menzogne. Bisogna andare a fondo, fare pulizia, giudicare partendo da se stessi, disfarsi senza indugio del male fatto agli altri, pagare un prezzo che, se riguarda creature innocenti ed indifese, deve essere altissimo. La pedofilia è una pratica abominevole e diffusa. È un peccato mortale ed è un reato penale. Per i sacerdoti ed i religiosi che si siano macchiati di tale infamante peccato (e reato), tale prezzo non può che consistere nell’allontanamento immediato dal ministero. Non hanno vocazione, sono predatori di anime candide, lupi travestiti da pecore. Bisogna dargli il benservito. Che vadano altrove a curarsi, se possibile, e a riflettere sulle loro miserie, sottomettendosi alla giustizia umana, ai tribunali civili, senza godere di coperture e scudi.
La Chiesa di Cristo non può assolutamente tollerare che uomini e donne che hanno fatto voto di fedeltà ad essa, di amare, di essere casti, di perseguire la purezza, violentino i piccoli di Dio, i bambini. È meglio per costoro che si mettano una macina al collo e si gettino a mare. Papa Benedetto XVI ha intrapreso un cammino di pulizia, malgrado gli attacchi di certa stampa. E non da oggi. Ricordo perfettamente che uno dei primi atti del suo pontificato è consistito nel rimuovere dal suo ministero padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del Cuore Immacolato di Maria, il quale si è ritirato a vita privata. Tra i motivi del provvedimento, il decreto del 27 maggio 2005 della Congregazione per la dottrina della fede – il primo emesso dalla Congregazione nel pontificato di Benedetto XVI e che porta la firma del nuovo Prefetto, l’ex Arcivescovo di San Francisco, il Cardinale Levada -, anche le accuse di abuso sessuale rivolte contro il religioso da alcuni che furono suoi seguaci e seminaristi negli anni Settanta e Ottanta.
Idem dicasi per il sacerdote messicano, fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, sospeso a divinis il 19 maggio 2006 per pedofilia, violazione del segreto confessionale ed alcune relazioni sessuali che il fondatore aveva intrattenuto con donne dalle quali ha avuto anche alcuni figli. La prima visita apostolica, dal 1956 al 1959, non giunse mai a una formale conclusione a causa della morte di Pio XII. Nel 2004, l'allora cardinale Joseph Ratzinger chiese ed ottenne da Giovanni Paolo II l'autorizzazione a riaprire il caso. A seguito di questa nuova indagine, nel gennaio del 2005 il sacerdote fu costretto a dimettersi dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sotto il pontificato di Benedetto XVI.
Provvedimenti che parlano da soli e sui quali occorre perseverare, ove necessario. È un momento di penitenza e di conversione, come ha ricordato Sua Santità. È un periodo di prova, di sofferenza e di buio da cui può sorgere una Chiesa più cristiana. Non è questione di omosessualità né di celibato: l’omosessualità è una tendenza che non conduce necessariamente al peccato, mentre la pedofilia è una depravazione (come non rammentare il turismo sessuale di tanti italiani? Moltissimi non sono né celibi né tanto meno gay). Piuttosto è questione di coerenza e di fede, di santità, di invocazione incessante allo Spirito Santo, affinché non abbandoni il cuore dell’uomo e lo renda un essere nuovo e nobile, un alter Christus.


copyright Salvatore Bernocco

sabato 17 aprile 2010

Conferimento cittadinanza onoraria a Baglioni e Costanza


Alla presenza di numerose autorità civili e militari e di un folto pubblico, si è tenuta il 15 aprile scorso a Ruvo di Puglia la cerimonia pubblica del conferimento della cittadinanza onoraria a Luciano Baglioni e Pietro Costanza, i principali artefici della cattura dei malviventi della Banda della Uno bianca. Molto apprezzati sono stati gli interventi del magistrato Daniele Paci, a capo del pool che sostenne il lavoro di Baglioni e Costanza, del sindaco e dell’ex sindaco di Baricella, Bottazzi e Zanardi, del dottor Montaruli in rappresentanza del Questore, del magg. dei Carabinieri Colella, comandante della Compagnia di Trani, in rappresentanza dell’Arma, del colonnello dei CC. Nicola Pricchiazzi, coordinatore provinciale dell’A.N.C.
La manifestazione è stata introdotta dal dott. Salvatore Bernocco, responsabile dell’Ufficio Stampa dell’A.N.C. “Cataldo Stasi” di Ruvo di Puglia e, per l’occasione, moderatore, il quale ha ricordato che il sacrificio di Dino Stasi interpella le coscienze sull’assurdità del male e la necessità assoluta di combatterlo con le armi del diritto e della giustizia. “Grazie a Luciano Baglioni e a Pietro Costanza – ha proseguito - nel 1994 i componenti del sodalizio criminale vennero tradotti in carcere. Qualcuno mi ha chiesto quale fosse la ragione per cui il Comune di Ruvo di Puglia avesse deciso di conferire la cittadinanza onoraria a loro due. Ho dato la mia personale versione. La ragione è molto semplice e sta in un nome: Dino Stasi. La ragione sta nel legame indissolubile fra una vittima innocente e coloro che, col loro impegno instancabile, ne hanno vendicato la morte. E quindi la ragione seconda sta nel legame stretto fra costoro e la città che diede i natali a quella vittima innocente. Una benemerenza si merita anche per questa ragione, non soltanto per meriti scientifici, letterari, culturali. Ruvo di Puglia, il Consiglio Comunale, è stato all’altezza della sua storia di civiltà. Ha compiuto un atto di grande sensibilità e di riconoscenza”. È stata quindi la volta del presidente del Consiglio Comunale di Ruvo, Vito Ottombrini, che ha brevemente ripercorso la triste vicenda della banda e ha sottolineato il dovere di vigilare affinché la giustizia faccia il suo corso, evitando l’applicazione di sconti di pena che suonerebbero come un grave insulto alle vittime ed ai loro famigliari. Le motivazioni del conferimento della cittadinanza onoraria sono quindi state lette dal sindaco, ing. Michele Stragapede, il quale ha evidenziato che ai due benemeriti, fregiati il 30 aprile 1997 dell’encomio solenne dall’allora Ministro dell’Interno on. Giorgio Napolitano, va il sentito omaggio dell’intera Comunità ruvese che, con la cittadina onoraria, ha inteso esprimere loro i sentimenti di viva e perenne gratitudine per aver assicurato alla giustizia gli assassini del giovane Cataldo Stasi e di molti altri, e liberato il Paese da un incubo. “La Civica Amministrazione di Ruvo di Puglia – ha concluso il primo cittadino - certa di interpretare i sentimenti di tutte le forze politiche e sociali e dell’intera collettività, li indica altresì alle future generazioni quale esempio di dedizione al proprio dovere ed alla legge, dalla cui scrupolosa e spontanea osservanza può sorgere un’Italia migliore, più civile, democratica ed onesta”.