sabato 8 agosto 2020

Secondo stadio: il confronto con coloro che sono a noi prossimi.

 

Secondo stadio: il confronto con coloro che sono a noi prossimi.

È la seconda fase della dinamica del confronto.

Prendiamo ad esempio una formazione politica. Vi sarà un confronto interno, anche duro e serrato, tra tesi e antitesi. L’esito delle diverse opinioni sarà (dovrebbe essere) una sintesi di esse, che definirei come quella posizione che salva elementi di verità relativa, le buone ragioni, le intuizioni presenti in ciascuna tesi per comporre un mosaico il più possibile coerente, intelligibile e unitario.

È la cosiddetta unità del molteplice che viene a comporsi secondo la metodologia della parola, del concetto che si fa dialogo e comunicazione tra quanti appartengono ad una formazione politica, il cui obiettivo primario non può che essere il perseguimento e il mantenimento dell’unità interna, che è destinata a manifestarsi all’esterno del consesso e a darne una percezione più o meno calcata di unità e affidabilità pubblica.

Se questa unità interna, frutto di una sintesi alta, dovesse corrompersi e quindi rivelarsi effimera e di facciata, fragile e incostante, l’output del confronto interno sarebbe dato da una disarmonia che invano ha tentato di farsi unità durevole intorno agli organi rappresentativi.

Ciò che è disunito, disomogeneo, oscillante determina una perdita di consensi popolari e una crescente difficoltà a dar vita ad alleanze con altre formazioni politiche affini o meno distanti quanto ad idee, valori e programmi.

La disunione interna, inoltre, funziona come deterrente all’avvicinamento alla formazione politica di nuovi soggetti individuali e associativi, che quindi ne subisce un danno considerevole e difficilmente riparabile se non col passare del tempo e l’impostazione di nuove dinamiche interne funzionali alla coerenza e al consolidamento del gruppo.  

Se si perde il momento favorevole, si perde tutto, e bisogna ricominciare a tessere la tela.

In mancanza di una sintesi alta e che faccia salve in qualche modo le buone ragioni di tutti i portatori di tesi e antitesi; se il metodo del dialogo, anche protratto nel tempo e severo, non ha condotto a nulla di fattuale e concreto – giacché dobbiamo operare nella realtà concreta e non nel mondo iperuranico -, varrà il principio democratico del peso della maggioranza, espresso e verificato in modo palese e da tutti accettato quale regola e norma dirimente.

La maggioranza, tuttavia, non deve schiacciare la minoranza (dittatura della maggioranza), ma ricercare con essa intese percorribili anche solo parzialmente, cooptandola nell’assetto organizzativo e direttivo della formazione politica.

Le posizioni democratiche di maggioranza e minoranza coesistono col principio di unità, nel senso che esse non si contrappongono necessariamente tra loro, ma collaborano fedelmente tra loro per mantenere integra l’immagine del partito, quell’unità dei più comunque raggiunta per via del dialogo o per via di un voto espresso e consapevole. Se ciò non dovesse accadere, si formerebbero correnti di opposizione; la minoranza si tramuterebbe in preconcetta e ostile opposizione alla maggioranza, e correnti oligarchiche e elitarie farebbero a meno e ripudierebbero le dinamiche del confronto, detenendo tutto il potere interno.

Ma si delinea un altro rischio: che la minoranza, trasmutatasi in opposizione, decida di abbandonare la formazione politica e di dar vita ad un nuovo soggetto politico di contrasto, accrescendo i fenomeni del localismo, del particolarismo e della proliferazione delle liste civiche, specie oggi che gli ideali ispiratori delle grandi tradizioni politiche dell’Ottocento e del Novecento sono stati espunti sotto la massiccia ed eterodiretta pressione di un uso politico distorto e fazioso della giustizia (giustizialismo), che ha favorito taluni e processato altri, e l’ingresso nell’arena politica delle élite economiche e finanziarie che hanno anch’esse scalzato la politica, sostituendosi ad essa. Ma quando l’economia si sostituisce alla politica non fa della politica economica, fa ben altro: fa dell’economia uno strumento per la massimizzazione dei profitti delle élite economiche, emarginando le politiche sociali e salariali. Lo Stato, i cittadini passano in secondo piano, mentre l’economia dovrebbe essere al servizio della politica del valore umano e non viceversa.    

L’ideale consiste nella pura passione politica, nella lucida consapevolezza morale che essa è tanto una scienza quanto un’arte complessa e talvolta complicata in virtù del fatto che può ricondursi agli stamenti primordiali della pace e della guerra, sotto il profilo psicologico soggettivo all’io sano o all’ego belligerante. In questo senso, non posso non condividere la definizione che della commistione tra guerra e politica diede Karl VON CLAUSEWITZ (1780-1831): «La guerra non è soltanto un atto politico, ma un vero istrumento politico, una prosecuzione dell’attività politica, nella sua continuazione con altri mezzi». In altre parole, la politica sarebbe un surrogato della guerra, ovvero una guerra condotta con altri mezzi, senza spargimento di sangue ma di vittime, di vinti e vincitori.

Le vittorie, per chi conosce i rudimenti della politica in azione, non deve mai presentarsi come totale o totalizzante, schiacciante, così da tramutare il vinto in un implacabile e subdolo nemico; essa deve lasciare al vinto un discreto margine di azione e di movimento, qualche possibilità di manovra, di modo che resti avversario ma non nemico, e possa, date certe condizioni di dialogo, avvicinarsi gradualmente e progressivamente alle posizioni del vincitore fino a divenirne, in qualche caso, suo alleato.        

Si ricordi che è meglio avere accanto e poter esercitare qualche forma di controllo sul proprio avversario che tenerlo a distanza, di modo che se ne possano intuire le mosse, i tatticismi, i rapporti trasversali con altre parti politiche avverse, sulle quali, quindi, sarà possibile esercitare, a mezzo terzi, una qualche forma di sorveglianza per tutelarsi da eventuali insidie, trame e colpi bassi. Ciò accade perché nessuno o pochissimi, per orgoglio, presunzione o semplice stupidità, sa mantenere un segreto a lungo, conosce l’arte del silenzio e del tacere.

Il depositario di un segreto si sentirà legittimato dal suo orgoglio e dalla tentazione di ostentare un potere che in realtà non possiede a rivelare ciò che conosce. Tanto sarà sufficiente al vincitore per porre in essere strategie diversive e di annullamento delle azioni dei vinti e dei loro alleati esterni. Non solo. Attraverso il vinto/alleato avviene la diffusione di notizie false o parzialmente veritiere che determina un effetto domino. Questa è una modalità diversiva molto utilizzata nella vita politica.

Si rammenti un’altra lezione: il più delle volte il politico è, come nell’interpretazione dei sogni, come “un morto che parla”. La nostra voce popolare (è noto il detto “vox populi, vox Dei”) sostiene difatti che i morti, quando vengono in sogno, parlino “a doppio”, in altri termini evochino l’esatto contrario di ciò che potrebbe verificarsi nella vita reale. Ad esempio, se si sogna un proprio parente, vivo, che muore, gli si allunga la vita. Credenze popolari, miti, forse superstizioni o folleggi dell’inconscio.

Nel rapporto dialogico con l’altra parte o con coloro dei quali non ci si fida, può essere molto utile il ricorso ad uno stratagemma volto, per l’appunto, a testarne la fedeltà: elevare (rectius: far credere) l’altro a confidente esclusivo.

Vediamo come funziona in pratica questo stratagemma: A confida a B un fatto che si è inventato di sana pianta, avendo però l’accortezza di aggiungere di averlo confidato anche a C e D, i quali invece ne sono totalmente all’oscuro. A chiede a B di mantenere in ogni caso su di esso il più stretto riserbo. Orbene, se B è infedele, essendo stato messo a conoscenza che del fatto sono al corrente anche C e D, cadrà nel trabocchetto: rivelerà il fatto di cui A gli ha parlato, ritenendo in caso di sua divulgazione di poter ricorrere alla giustificazione di non essere stato lui il delatore, ma C o D, i quali, come ho detto, non sanno nulla. Ecco così smascherato senza ombra di dubbio un soggetto di cui non ci si può affatto fidare, ma che, all’occorrenza, potrebbe essere agevolmente strumentalizzato.

Di qui emerge il valore assoluto del silenzio misto a grande prudenza: ascoltare molto e parlare poco o semplicemente zittire come nel segreto confessionale o sigillo sacramentale (sigillum confessionis), le cui caratteristiche sono indicate nel Codice di Diritto Canonico: a) il sigillo proibisce al confessore di fare uso o avvalersi delle conoscenze acquisite; b) il sigillo proibisce a chi è costituito in autorità e ha avuto notizia dei peccati in una confessione […] di avvalersi di tale notizia in alcun modo per il governo esterno; c) la violazione diretta del sigillo sacramentale comporta la scomunica latae sententiae.        

Laicizzando l’argomento del sigillum confessionis, chi riceve la notizia o viene a conoscenza di un fatto su cui vige la massima riservatezza e lo divulga, dovrebbe essere “scomunicato”, cioè, con tutte le cautele del caso, allontanato dai centri decisionali, pur tenendo in debito conto quanto ho detto a proposito del nemico, il cui ruolo va in qualche modo degradato o depotenziato, ma che non andrebbe  emarginato del tutto perché ciò potrebbe rivelarsi politicamente rischioso.

Molti nemici, molto onore? Lo slogan mussoliniano funziona meno o non funziona affatto in un regime democratico. Esso ha una propria logica, una propria ragione d’essere soltanto in un contesto dittatoriale o tirannico, in cui il nemico viene soppresso, talvolta fisicamente, esiliato o messo nelle condizioni di non nuocere, senza contare l’apporto allo sviluppo del nemicismo offerto dalle numerose spie, che ottengono cospicui benefici, e l’azione pesantemente repressiva delle forze dell’ordine, nonché quella punitiva dei tribunali di regime, vale a dire non indipendenti dal potere, ma mere appendici giustizialiste di esso. 

In questo nostro tempo in cui si danno per acquisiti il pluralismo politico e la democrazia, forse sarebbe il caso di soffermarsi sulla possibilità che un regime formalmente democratico impercettibilmente, con passo felpato, ovvero attraverso forti spinte cosiddette populiste, si diriga verso una deriva pseudo-democratica se non autoritaria nella  sostanza.

La forma non può celare la sostanza per lunghi periodi, per cui progressivamente le istituzioni tenderanno a sposare le soluzioni autoritarie e a favorirle. Ma è necessaria una precisazione. Al termine populismo si è data una accezione negativa, per cui esso sarebbe un fenomeno degenerativo del popolarismo, inteso come dottrina che pone al centro delle politiche pubbliche i bisogni e le aspettative dei ceti popolari. Il popolarismo fu centrale nella vicenda storico-politica del Partito Popolare Italiano fondato da don Luigi Sturzo nel 1919, e poi in quella della Democrazia Cristiana di DE GASPERI, DOSSETTI, LA PIRA, FANFANI, MORO, per citarne alcuni tra gli esponenti più insigni.

Il popolarismo democristiano fu sostanzialmente centrista, sintesi di una visione della D.C. che Renato DELL’ANDRO, sindaco di Bari, parlamentare, sottosegretario e infine giudice della Corte costituzionale, avrebbe efficacemente sintetizzato nei seguenti termini: «Se essere di destra significa essere rispettosi delle leggi, tutori dell’ordine democratico, allora vuol dure che la D.C. è un partito di destra. Se essere di sinistra significa garantire lo sviluppo sociale, assicurare e salvaguardare la dignità della persona umana, andare incontro alle istanze sociali e popolari, allora vuol dire che la D.C. è un partito di sinistra. La verità è che la D.C. è un partito di centro, garante dello sviluppo complessivo della società nel rispetto delle leggi e dell’ordine democratico».     

La D.C., quindi, partito di centro, ma vincolato all’alleanza con le sinistre.

Quanto le sinistre, il P.C.I. alleato del PCUS, e i regimi comunisti abbiano favorito le istanze sociali e popolari, nonché la dignità della persona umana, è evidente a tutti, nel senso che essi hanno agito in una prospettiva rivoluzionaria,  liberticida e disumanizzante. Penso ai milioni di morti causati dai regimi comunisti. Ora, quando una formula politica sovrasta la verità dei fatti ed è, quindi, una sovrastruttura, il dato storico inoppugnabile e oggettivo, quella formula va cassata e sostituita da un’altra che sia rispettosa della verità dei fatti e dell’oggettivo dato storico. Per ciò non può esserci nessun tipo di incontro tra comunismo e democrazia e valori cristiani. Essi si contrappongono e si elidono a vicenda.

Vi è anche un popolarismo di sinistra, ma esso si coniuga, come la storia insegna, più con l’utopismo ed un estremismo che ne è la risultante, che assume spesso modalità violente e reazionarie. Delle forze di destra è una visione arcigna di popolarismo, che anch’esso si manifesta utopisticamente, secondo modalità peroniste, nonché con una certa dose di violenza verbale e non verbale.      

Aldo MORO ne era consapevole, riconoscendo che «agli antipodi del comunismo, ma come il comunismo, il Movimento sociale è nella democrazia, è nel Parlamento, sperimenta la vitalità della polemica delle idee, della rinuncia alla violenza, della fecondità dell’influenzare e del convincere, ma pensa ad altro, ha la mente rivolta ad altro» (dalla Relazione introduttiva al VII Congresso nazionale della D.C., Firenze, 24 ottobre 1959).

La sua parabola politica non si discostò dal centro-sinistra, fino al punto di spingersi alla costruzione di un governo di solidarietà nazionale col P.C.I. di Enrico BERLINGUER, il quale gli fu talmente riconoscente – se di riconoscenza può parlarsi in politica – da schierare, dopo l’agguato di via Mario Fani il 16 marzo 1978, il P.C.I. sulla linea della fermezza (rectius: della durezza) per coprirsi alla sua sinistra. Nessuna trattativa con le B.R. era possibile proprio in quanto anch’esse erano in ogni caso figlie dell’ideologia marxista-leninista, tant’è vero che molti compagni di quel tempo definivano eufemisticamente i brigatisti come “compagni che sbagliano”, non come terroristi e assassini. Soggetti erranti, quindi; figli degeneri, ma pur sempre compagni, termine che deriva dal latino medievale companio-onis, “colui che ha il pane in comune”, e quindi per estensione logico-interpretativa colui che è fatto della stessa pasta o che mangia lo stesso pane.    

La solidarietà nazionale, tuttavia, contemplava il coinvolgimento del P.C.I. nell’area della maggioranza parlamentare, non in quella di governo. MORO non si spinse fino al punto di ipotizzare un tale coinvolgimento, tenendo ben separati e distinti il P.C.I. e la D.C. Ciò nonostante, tale formula non fu gradita a Washington, a Mosca e ad altri paesi dell’Europa occidentale, sicché si presume che alla triste vicenda MORO abbiano preso parte anche i servizi segreti di talune potenze, come ad esempio la CIA o un suo segmento corrotto (Secret Team) utilizzato per le operazioni “sporche” (a tal proposito consiglio la lettura del libro di Paolo CUCCHIARELLI, edito per i tipi di Ponte alle Grazie nel 2018, “L’ultima notte di Aldo Moro”).   

L’operazione Moro, alias operazione Fritz, fu un complotto internazionale piuttosto che un’operazione “casereccia”, condotta e gestita dalle sole Brigate Rosse. Vi fu semmai una progressiva stratificazione di complottisti, con al primo stadio le B.R. e personaggi dei servizi segreti deviati che vi si erano infiltrati, italiani e non, con l’inserimento e la sovrapposizione, a questo primo strato, di altre entità interessate ad eliminare MORO perché personaggio scomodo e destabilizzante, che indicava la direzione di marcia alla D.C. sebbene il suo peso politico all’interno del partito non andasse oltre il 10%.

Non ho mai compreso fino in fondo perché MORO, nonostante i chiari segnali di desistere dall’apertura al P.C.I. che gli provenivano dagli Stati Uniti in particolare, non abbia scelto di optare per un’altra soluzione, per una via che potesse metterlo al riparo dalle annunciate ritorsioni contro la sua persona.

Ho già scritto che MORO si concepiva solo all’interno di un panorama politico di centro-sinistra e aveva chiuso alle destre. Ecco, perché, ad esempio, non aprire un confronto con le destre presenti in Parlamento? Non erano state anch’esse legittimate a rappresentare il popolo italiano? Giorgio ALMIRANTE sedeva in Parlamento a pieno titolo, essendovi stato eletto da una parte del corpo elettorale. Come mai questo tener duro nei confronti delle destre? Per ossequio alla teoria dell’arco costituzionale così come delineato dalle forze cielleniste? Perché fasciste o monarchiche?

Ma la ricostituzione del P.N.F. era ed è vietata dalla nostra Costituzione, per cui si sarebbe potuto almeno tentare di dialogare anche con le forze di destra, e ciò nell’ottica e nel rispetto della stessa matrice culturale dialogica morotea, senza l’ineluttabilità di aprire al P.C.I. in un contesto geopolitico sfavorevole a simile operazione. Le esclusioni che avvengono a prescindere dai contenuti conducono a fare scelte obbligate, ed esse a perseguire obiettivi di compromesso spesso confliggenti con i valori, gli ideali e le progettualità politiche e programmatiche di una formazione politica.

MORO temeva una sorta di revanscismo fascista dopo il governo TAMBRONI e l’azione di SEGNI? Riteneva che la destra missina potesse essere talmente forte da condizionare significativamente l’azione democratica della Democrazia Cristiana e scatenare un pericoloso conflitto politico permanente con le sinistre, con conseguenti moti di piazza, disordini, repressioni? Presto scopriremo l’arcano, ma questa è la tesi, ad esempio, di Corrado GUERZONI, collaboratore di MORO, che egli riporta nel suo libro intitolato “Aldo Moro”, edito da Sellerio nel 2008.

Forse, e sottolineo l’avverbio, vi erano negli anni Settanta più punti di contatto tra la D.C. e le destre parlamentari che non con il P.S.I. e con il Partito Comunista Italiano, gramsciano certo, ma fino ad un certo punto, piuttosto partito togliattianamente di lotta e di governo, un ossimoro che ne rivela la doppiezza di fondo.

Accadeva anche a Ruvo di Puglia che i comunisti sobillassero i contadini per il tramite della CGIL e li inviassero a protestare sotto il palazzo comunale per le più svariate ragioni, perché pioveva a dirotto o c’era afa e calura (ma cosa c’entrasse l’Amministrazione comunale con la meteorologia ad oggi non è stato reso noto), mentre nella sede istituzionale, anzi dietro le quinte, chiedevano favori e garanzie.

Ciò detto, molti provvedimenti dei governi a guida D.C. furono approvati anche col voto dei parlamentari di destra, ragion per cui a quei segnali di apertura e di dialogo, che taluni reputavano ingannevoli e subdoli, sarebbe stato doveroso rispondere con qualche forma di confronto costruttivo con quelle forze, invece di tenerle congelate sine die in ossequio al dogma dell’arco costituzionale e non a  quello, più spazioso e foriero di nuove possibilità e riscatti, dell’arco parlamentare.           

Quanto avrebbe fatto BERLUSCONI nel 1994, con Nino MARTINAZZOLI che ne rifiutò l’appoggio ed il sostegno politico, forse in ossequio alle medesime pregiudiziali ideologiche di certa sinistra interna cattocomunista, avrebbe potuto tentarlo MORO, con gradualità, andando in profondità alle questioni, sollecitando le destre ad una palingenesi democratica, e con tutte le accortezze del caso. Non lo fece e le conseguenze, in un contesto geopolitico segnato dal Trattato di Jalta, furono tragiche per lui, la sua famiglia, la Democrazia Cristiana, il paese. 

Mio padre mi diceva che MORO era piuttosto inflessibile. Se si era persuaso di intraprendere una certa via, non c’era modo di fargli cambiare idea. Dialogante, quindi, ma testardo, parzialmente malleabile, non manovrabile. 

Abbiamo detto che MORO riteneva che il M.S.I. pensasse ad altro, avesse la mente rivolta ad altro. In che cosa consisterebbe questo “altro” non si evince chiaramente. Forse il M.S.I. pensava alla instaurazione di una nuova dittatura? Ma questa ipotesi estrema e, ritengo, assai improbabile, sconfesserebbe le affermazioni di MORO sull’affidabilità democratica del Movimento Sociale Italiano. Si evince dal discorso tenuto a Firenze (vedi supra) che una maggioranza organica di centro-destra (il governo monocolore SEGNI era sostenuto da una maggioranza che comprendeva i liberali, i monarchici e i missini) avrebbe saldato «intorno al comunismo vecchie e nuove solidarietà», il che «porrebbe l’Italia alla mercé del comunismo e postulerebbe il ricorso alla dittatura di destra per salvare l’Italia dalla dittatura di sinistra».

Ecco spiegato il motivo per cui MORO riteneva impossibile l’incontro con le forze di destra.

Qui, forse, vi è una insuperabile pregiudiziale antifascista di MORO che ricadeva sul M.S.I. Le sue conclusioni su una dittatura di destra quale conseguenza di un pericolo comunista, francamente non mi convincono molto. C’è come una fuga in avanti di MORO, una forzatura, come un precostituire delle ragioni politiche ed ideologiche per giustificare il dialogo con talune forze di sinistra per arginare l’avanzata del P.C.I., del resto assai poco probabile, a mio modesto avviso, proprio in virtù dell’assetto geopolitico disegnato a Jalta nel febbraio 1945.

L’elogio del fenomeno della Resistenza al regime fascista, tuttavia, su cui si fonda la nostra Repubblica e la sua Carta costituzionale, non può far passare in secondo piano i crimini efferati compiuti dai resistenti, specie dai partigiani comunisti, alcuni esponenti dei quali furono fatti riparare dal P.C.I. in Cecoslovacchia per sottrarli alla giustizia italiana. In Cecoslovacchia, del resto, si formò il primo nucleo armato del fenomeno brigatista (si legga il testo di Rocco TURI, Storia segreta del PCI, Rubbettino, 2013).  

La stessa esecuzione di Benito MUSSOLINI, avvenuta il 28 aprile 1945 a Giulino, frazione dell’allora comune di Mezzegra, in provincia di Como, a colpi di arma da fuoco, insieme all’amante Claretta PETACCI, non fu atto di cui andare molto fieri, e men che meno il vilipendio del suo cadavere e di quelli della stessa PETACCI, di Nicola BOMBACCIAlessandro PAVOLINI e Achille STARACE a piazzale LoretoMilano il 29 aprile 1945.

Il 27 gennaio 1962 a Napoli, all’VIII Congresso della D.C., MORO avrebbe stabilizzato l’alleanza col P.S.I., pur contro i veti ecclesiastici, elevando ulteriormente una barriera nei confronti della destra e della sua politica, «della quale è altresì caratteristica un furioso, testardo, disperato disconoscimento della realtà delle cose, dei dati nuovi della storia umana, delle esigenze ormai irrefrenabili di dignità, di libertà, di giustizia, di progresso e di pace».

Sulla base di queste affermazioni dogmatiche ed aspirazioni, invece stranamente attribuite alla sinistra, MORO chiuse in via permanente e definitiva a qualsiasi ipotesi di dialogo e men che meno di alleanza con le destre: «[…] noi non abbiamo mai incontrato né crediamo di poter mai incontrare forze di destra».    

         Ma qui una digressione si impone, in quanto attinente al M.S.I. e non solo, in merito all’istituzione delle Regioni. Personalmente ritengo che vadano abolite le Regioni, non le Provincie, enti più prossimi al cittadino. Su questo tema Giorgio ALMIRANTE (1914-1988) «era stato sempre un accanito avversario dell’istituzione delle Regioni, nelle quali vedeva una non necessaria e ulteriore abdicazione da parte dello Stato alle proprie prerogative e ai propri poteri, un decentramento legislativo e amministrativo che non sarebbero serviti ad altro se non a sminuire l’autorità dello Stato centrale e ad aumentare esponenzialmente la spesa pubblica» (A. GRANDI, Almirante, Biografia di un fascista, Sperling & Kupfer, 2014).

         Come dargli torto? Le Regioni altro non sono che arche contenenti individui di cultura generalmente mediocre, che, lungi dal promuovere lo sviluppo regionale, sono fruitori di garanzie e indennità. Sarebbe stato molto meglio lasciare le Provincie, nate nel 1859 e confermate nel 1947 dai Padri Costituenti.

Se il repubblicano Ugo LA MALFA (1903-1979) sosteneva che il loro costo era alto, mentre le loro funzioni sempre più vuote di contenuto, cosa potremmo dire oggi del costo delle Regioni e delle loro funzioni? Nei primi undici mesi del 2014, il budget delle Regioni italiane per la voce di spesa era pari a 1,739 miliardi di euro, Una cifra da capogiro, sicuramente lievitata negli anni successivi.   

 

giovedì 30 luglio 2020

IL CONFRONTO CON SE STESSI


IL CONFRONTO

All’inizio c’è un’idea, una questione, un problema di carattere pubblico, che attiene cioè alle politiche pubbliche, che richiede un confronto, che è composto da diverse fasi o stadi.
Il primo stadio del confronto è quello con sé stessi.
Occorrono la conoscenza della problematica ed un approccio plurale, multilivello o multidisciplinare. Entrano nel campo dell’analisi le convinzioni personali, le convenzioni sociali che pure influenzano le convinzioni individuali, i pre-giudizi, gli approfondimenti della tematica anche dal punto di vista etico, condotti sulla base di studi specifici e di colloqui con persone sagge e competenti, dotate di equilibrio e amanti del bene comune, scevre da interessi egoistici, moralmente sane. È molto raro trovare persone con codeste virtù e qualità morali, civili e intellettuali e che godano di generale e buona reputazione. Se qualcuno di esse vi è, non indugiate a salire e scendere le scale di casa sua anche più volte al giorno.
Mai affidarsi, prima di addentrarsi nel confronto con sé medesimi, al consiglio dei novizi, degli improvvisatori o dei millantatori, i quali sostengono di sapere ma che in realtà non sanno nulla. Costoro sanno di non sapere, ma si spacciano per sapienti, causando gravi e durevoli turbative, travisamento dei fatti, superficialità e dubbi, tortuosità concettuali che incrementano la confusione che regna nelle nostre società avanzate eppure così carenti di sapienza nelle sue due connotazioni: a) la sapienza del cuore (sapientia cordis); b) la sapienza della mente (sapientia mentis). Esse sono unite inestricabilmente.
Ma chi è il sapiente, il saggio? È colui che è andato alla fonte della questione, che ha risalito la corrente, che è sceso agli inferi di sé per poi tornare in sé dopo un lungo e doloroso lavoro di scavo, potature interiori, disinfestazioni e bonifiche dei pensieri, combattimenti spirituali contro il male in tutte le sue forme e manifestazioni, affinché emergesse e si imponesse quell’umiltà che si contrappone al peccato primordiale della superbia, dell’orgoglio.
La superbia è la madre del narcisismo cattivo, fondato sul risucchiamento degli altri in sé, sull’incorporazione degli altri in sé, sulla loro fagocitazione. Gli altri, in termini diversi, sono io; essi sono il riflesso dei miei pensieri e delle mie azioni, così che non vi sia spazio per il rispecchiamento dei loro volti, unici e irripetibili, in me.
Io solo sono, gli altri sono immagine di me. Ma, mentre io sono perfetto, gli altri non lo sono affatto.
Questa visione patologica conduce progressivamente a forme di chiusura alla vita sempre più marcate, fino al totale avvitamento su sé stessi e, quindi, al rinnegamento e al rigetto delle relazioni interpersonali e sociali costruttive. È una modalità suicidaria piuttosto frequente nella stagione della bellezza effimera: l’estetica del sé ha sotterrato e superato il vero e sano concetto di bellezza e di etica.
Vi è anche un narcisismo buono. Esso rafforza l’io senza spezzare i vincoli che lo legano, nella reciproca libertà, ad un tu, ad un noi comunitario. Le persone restano persone da me distinte; esse non sono la mia proiezione, ma rientrano nel concetto di umanità plurale, che è ricchezza nella molteplice diversità dell’intendere e del sentire.
Avere una esatta consapevolezza di sé e un moderato rapporto con lo specchio favoriscono l’evoluzione della parte spirituale e animica della persona, tenendola al riparo da fenomeni nevrotici, oggi così diffusi che potrei parlare di pandemia della nevrosi o di nevrosi di massa.   
Avere una mia precisa identità; avere una personalità che non fa dei miei simili uno specchio distorcente della mia persona; riconoscermi esattamente come uomo, quindi come creatura limitata e fallibile, capace di compiere tanto il bene quanto il male, ricettacolo di vizi e di virtù, cumulo indistinto di grano e zizzania, mi rende membro sereno di una comunità di persone a cui sento totalmente di appartenere così come sono nella mia realtà intima, giacché la vita si vive più dentro che fuori di noi.
Nessun cedimento al nichilismo dilagante, che è la morte dell’anima, quindi della propria vera identità umana, filosofia della lenta agonia umana, dell’eutanasia; nessun rovesciamento dei valori umani a seconda delle circostanze e delle correnti; nessuno smottamento al relativismo etico e al sincretismo, fenomeni degenerativi rivenienti dall’annuncio urbi et orbi della morte del Dio cristiano, dallo scientismo e dal positivismo illuminista e materialista (comunista e post-comunista) che fa della ragione l’ente supremo che non si sposa con le esigenze dello spirito e le ragioni della fede, tutte liberatorie per l’essere umano che si indìa, che cioè le accoglie nelle parole e negli esempi del Cristo.  
Se eliminassimo la Bibbia, se abbattessimo le chiese per costruire case, che cosa diverrebbe l’uomo? Finirebbe ogni umanesimo, compresi gli umanesimi non cristiani che pure, che lo si riconosca o no, discendono da quell’umanesimo, dal Cristo, senza il quale nulla sarebbe comprensibile.  
Scrive bene Etienne GILSON: «Sarebbe la non esistenza di Dio, non la sua esistenza, a darci dei problemi irresolubili di logica e di ragione».

CONSIGLI AI POLITICI PARTE 1 - HORTATIONES AD HOMINES IN RE PUBLICA EXERCITATOS

INTRODUZIONE

Siamo nel lontano 1978.
Entro nell’agone politico, seguendo le orme paterne, dopo la barbara soppressione di Aldo Moro. Mi iscrivo alla Democrazia Cristiana, aderendo alla corrente morotea. Dopo qualche anno divento componente del direttivo sezionale.  
         Avevo 17 anni, essendo nato a Ruvo di Puglia il 23 agosto 1961 in via San Francesco d’Assisi dall’unione tra mio padre Giovanni Giuseppe Antonio e mia madre Caterina Sorice, venuta alla luce a Tripoli, in Libia, il 4 aprile 1935. Sono il primogenito. Ho un fratello, Cataldo Renato, nato nel 1964, e una sorella, Anna Maria, nata nel 1969. Siamo cresciuti in via Santa Barbara, dove molti anni addietro, a pochi passi dalla nostra abitazione, sorgeva un mulino.
         Mio padre era di origini ruvesi. Vi nacque il 17 marzo 1930, terzo di quattro figli maschi (Michele, Francesco e Vincenzo), nati dal connubio tra mio nonno Salvatore, mugnaio, e mia nonna Filomena, rinomata sarta da donna.
         La passione per la politica nelle fila della Democrazia Cristiana colse presto mio padre, che intanto studiava presso il magistrale di Molfetta, raggiungendolo ogni giorno a piedi giacché non vi erano possibilità economiche. Molfetta dista da Ruvo circa 15 chilometri e mi riesce difficile immaginare mio padre che percorre a piedi tutto quel tratto di strada, sotto il sole o sotto la pioggia, come un viandante medievale o un cercatore di Dio.
Sono figlio di altri tempi e di altre stagioni. Provengo da una famiglia di umili origini, lavoratrice, timorata di Dio.
Gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso sono stati fantastici, bellissimi! Non soltanto perché ero adolescente, ma in quanto fluttuavano odori e fragranze, cose, oggetti, luci, suoni, gusti e valori che oggi non sento più, non scorgo più, non respiro più.
È come se fossero scomparsi da questi luoghi che comunque conservano tuttora l’attaccamento ad alcune antiche tradizioni popolari e religiose: la festa dell’Ottavario del Corpus Domini a giugno e quella dei SS. Medici Cosma e Damiano a settembre, i riti e le suggestive processioni pasquali.
Eppure, a volte, quando sono in pace con me stesso e la mente è calma e spaziosa, mi sembra di risentire quegli effluvi, di rivedere i carretti dei contadini parcheggiati per le vie cittadine, monumenti mobili ai lavoratori dei campi. O forse è solo uno scherzo mancino della memoria se quel panorama di odori, luci, suoni, cose, colori accesi e  genuini sapori si muovono delicatamente nella mia anima e, rievocandoli, li rende presenti e vivi.
E mi sento vivo anche per questo potere straordinario della memoria di trasmettere al cuore impulsi di vita fresca e dolce.
Sono quindi legato alla mia storia, alle mie origini, ai volti e alle cose che vissi, agli occhi celesti di mio padre, al timbro suadente della sua voce, all’arte di mia madre, anch’ella sarta da donna. Così come era valente nel cucire, così era saggia nell’amministrare la casa, nell’economia domestica, e nel vegliare su di noi. Siamo stati protetti dal loro amore e lo saremo per sempre.
Mia madre è ancora in vita, per mia fortuna, essendo scapolo o single, come si dice oggi per indorare la pillola, per mia scelta o per mia colpa o per la forza del destino.
Si lamenta spesso per i dolori fisici e anche per quelli dell’anima: senectus ipsa est morbus (P. Terenzio AFRO), cioè la vecchiaia è per sé stessa una malattia.
Vissuta in Sicilia, ad Aci Trezza, ha patito la fame e gli stenti con mia nonna Venerina ed i suoi due fratelli, Mimmo e Gaetano, il primo morto prematuramente a causa di un incidente stradale a Roma. Per tale ragione, sebbene non mangi che una fettina di pane, esso non deve mai mancare in casa e sulla tavola. Il pane per lei rappresenta la vita ed una forma di riscatto psicologico rispetto a quei tempi bui e di carestia.
Mio nonno Cataldo, suo padre, fu fatto prigioniero degli americani e deportato negli States. Siccome sapeva cucinare divinamente, lo assegnarono alla mensa degli ufficiali, e da quel luogo colmo di ogni bendidio inviava pacchi di cibo alla volta della Sicilia, i quali però solo raramente giungevano a destinazione. E così mia madre percorreva allegramente e spensieratamente (i poveri non sanno di avere bisogni superflui o anche necessari) i tratturi delle campagne sicule per raccogliere fichi d’india e qualcosa che fosse commestibile, come le carrube. Spesso si portava al porticciolo del paese e riusciva ad ottenere dai pescatori una manciata di pesce. Sotto i bombardamenti degli aerei americani, silenti, impauriti  e nascosti in grotte al passaggio dei nazisti, fu testimone oculare dell’uccisione di un sacerdote da parte di costoro. Una vicenda che non avrebbe mai dimenticato e che trascina con sé, anche oggi che l’età e gli acciacchi non le consentono di camminare speditamente e di uscire.
Oggi è un susseguirsi di ricordi e di oblii, di domande sul passato e sul presente, di vuoti di memoria, di parole ripetute o non comprese, di occhi lucidi e di quei dolori dell’anima che si rinnovano e per i quali non vi è rimedio alcuno, semmai acutizzati da vicende familiari dolorose che non possono che accettarsi. Anche nella mia famiglia, che pensavo immune da certe situazioni, ci si divide e ci si separa. Certo, dov’è la novità? Di cosa dovrei meravigliarmi? Sono vicende di desolante attualità, per cui nessuno vi dà più peso o si preoccupa più di tanto. E noi, in fondo, non siamo diversi dagli altri esseri umani.
È giusto – si osserva – separarsi quando l’amore declina e muore, e così va in frantumi la nostra concezione del matrimonio come patto indissolubile contratto dinanzi a Dio. L’uomo osa dividere ciò che Dio ha unito. La debolezza, la precarietà e la relatività di idee e visioni di cui ci siamo nutriti in gioventù, che erano poste a fondamento dell’ordine sociale e morale, fanno sì che ci si adegui alla realtà senza più esprimere una critica o un richiamo all’ordine interiore, nella consapevolezza che la pace, tanto ambita, è la tranquillità dell’ordine.
Si desidera la felicità. Si ambisce alla serenità. Ci si divide credendo che la divisione possa essere il modo per ritrovare serenità e felicità, quindi unità.
Così non è.  
Vi è una contraddizione insanabile, giacché nessuna divisione dà la felicità o la serenità, anzi accentua il malessere e il disordine interiori che si manifesteranno a tempo debito e quando meno ce lo si aspetta.   
Ma andiamo a lambire qualche argomento di natura politica.

domenica 21 luglio 2013

LUMEN FIDEI

LUMEN FIDEI 22 luglio 2013 alle ore 8.20 La prima enciclica di Papa Francesco, scritta a quattro mani conBenedetto XVI, affronta il nodo della fede nelle società secolarizzate. Vi aveva messo mano Benedetto XVI. Ma recail segno del nuovo papa, Francesco. Oggetto della enciclica “Lumen Fidei” è lafede, il suo significato, il suo valore, l’importanza che essa riveste perl’uomo contemporaneo, così poco attento ad illuminare tutti gli angoli dellasua esistenza e che vive sotto luci artificiali e disorientanti. Queste lucisono le deificazioni e le idolatrie del successo, del denaro, del sesso, a cui,sin dalle sue prime parole e dai suoi primi gesti, papa Bergoglio ha contrappostola luce della fede nel Cristo di Dio, Colui che è fedele all’uomo e che loillumina con la luce intima dello Spirito Santo. Ma che vi sia fede nel Cristo,e che quindi vi sia la Sua luce, è testimoniato dalle opere, poiché la fedesenza le opere è nulla, è un inganno: “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senzavestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro:"Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro ilnecessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, èmorta in sé stessa” (Gc 2, 15-17). Quindi, la vera fede, quella che èportatrice di luce, è operosa ed attiva amica dell’uomo, solidale ecaritatevole. Del resto, il primo viaggio pastorale di papa Bergoglio è stato aLampedusa, terra di confine e di povertà, non nelle ricche ed adorne stanze di qualche palazzo del potere. Quando la società contemporanea separa la fede dalla ragione o, allamaniera del filosofo Nietzsche, la fede dalla libertà, compie un atto suicida.Nessuna filosofia può illuminare il presente ed il futuro. Solo un atto di fedenel Cristo che ha vinto la morte può illuminare l’oggi e l’oltre. Solo un atto di fede può farlo, purché sia unatto consapevole, voluto, desiderato, sentito. Come ebbi modo di scriverequalche tempo fa, “non c’è abbaglio più grande di non credere nell’esistenza diDio. Non c’è errore più grossolano di credere in Lui senza aver riflettuto”. Sela riflessione è accurata, non si può che giungere alla conclusione che tutto èopera di Dio. Per alcuni si tratta di un’evidenza, per altri di una faticosaconquista, per altri ancora di una favola o di una invenzione umana persfuggire all’angoscia esistenziale. Di fronte al mistero dell’universo, sipossono nutrire due atteggiamenti, o di sgomento e di paura oppure di meraviglia e di gioia. Ecco,la fede è la sorgente di questo secondo modo di vedere le cose. Dio è Luce edè Verbo, o meglio parola che salva perché intrisa di luce. Ma, come sappiamo,la luce venne nel mondo, ma il mondo non la accolse. A chi l’accoglie, però, èdato di diventare figlio di Dio, quindi di essere egli stesso luce del mondo,parola che salva, azione che santifica. L’arrivo della Madonna Pellegrina di Fatima nella nostra comunitàparrocchiale ci sia propizio ad addentrarci, con la preghiera e le opere, nelmistero del Cristo fatto uomo, ed accresca la nostra fede in Lui, che èVia,Verità e Vita. SalvatoreBernocco Copyright Fermento - Luglio 2013

lunedì 10 giugno 2013

EMERGENZA POVERTA’ A RUVO

Per quanto ne so, sono tante le famiglie ruvesi che versano in condizioni di estrema precarietà economica, anzi di povertà. Se non erro, oltre 400 nuclei familiari sono seguiti dalla Caritas cittadina (non so nulla di quelli seguiti dai Servizi Sociali, ma posso immaginare che si tratti di un numero ragguardevole), i cui fondi a disposizione non sono affatto sufficienti a sopperire alle continue richieste di aiuto per pagare le bollette della luce e del gas, dell’acqua, condominiali. Le stesse parrocchie sono prese d’assalto da persone in cerca di un sostegno. Molte persone che vivevano al limite del decoro, sono state risucchiate indietro. Il ceto medio si è complessivamente impoverito e, con esso, si registra il declino delle attività commerciali, costrette anch’esse a fare i conti con una spesa per i consumi che si è notevolmente ridimensionata. Sono pochi coloro che riescono a risparmiare qualcosa. La maggior parte dei monoreddito fa fatica ad arrivare con qualche euro in tasca alla famosa “terza settimana”. Insomma, il quadro economico-sociale è preoccupante, e vi è il concreto rischio che, prima o poi, frustrazione e depressione si convertano in violenza e ribellione. Alcune avvisaglie ci sono già state, ma sembra che uno, due, cinquanta morti a causa della crisi economica, facciano testo solo per due, tre giorni al massimo, con il solito condimento di proclami e promesse, dopo di che tutto finisce nel dimenticatoio. I problemi, chi ce li ha, se li tiene. Questa la triste sintesi. L’emergenza si sta trasformando in una condizione stabile di precarietà. La recessione economica, che non accenna a regredire, ha eroso diritti e sicurezze. A livello locale, credo sia ora di attivarsi in modo più razionale e meno dispersivo, immaginando semmai la formazione di una task force contro le povertà, composta dalle associazioni del volontariato, laiche e religiose, dal Comune, dalle parrocchie. È necessario un coordinamento delle azioni, degli interventi e delle iniziative di sostegno delle persone che non dispongono di un reddito sufficiente a vivere, molte delle quali sono sconosciute alla rete della solidarietà, trovando poco dignitoso venire allo scoperto. Credo manchi un censimento delle povertà. Sarebbe bene pensarci, quale strumento di rilevazione delle emergenze locali, dai cui esiti poi prendere spunto per impostare mirate politiche sociali e della solidarietà. Nel frattempo, sperando che le istituzioni locali vogliano prendere in seria considerazione il nostro suggerimento, dobbiamo intervenire come possiamo. Chi può, dia di più. Lo dia alla Caritas cittadina, alla sua parrocchia, di persona. Non lesini il suo aiuto, se è nella possibilità di darlo. Se stendiamo la mano, Gesù la guarisce dal suo inaridimento (v. Mc 3, 1-6), il che significa che ci rende capaci di “estenderci”, di amare di più, secondo il suo volere. Salvatore Bernocco Su "Fermento" del mese di giugno 2013

IL MESSAGGIO DI FATIMA

Ho avuto modo, nello scorso numero di “Fermento”, di annunciare l’arrivo, nella nostra Comunità parrocchiale, della venerata immagine della Madonna Pellegrina del Santuario di Fatima, che vi sosterà dal 29 luglio al 4 agosto. La chiesa del SS. Redentore sarà l’unica tappa pugliese del simulacro mariano tanto caro ai fedeli, per cui auspichiamo che ad accoglierla ci siano non soltanto i fedeli ruvesi, ma anche quelli dell’intera Diocesi. È bene, quindi, soffermarsi sul messaggio centrale che la Vergine Maria ci diede, apparendo ai tre pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco: pregare e fare sacrifici per la conversione del mondo e la salvezza delle anime. Un particolare non va sottovalutato, e cioè che le apparizioni della Vergine furono precedute dalla apparizione di un angelo. Lo racconta la stessa Lucia dos Santos nelle sue memorie. Ella vide una misteriosa figura “simile ad una statua di neve”. Fuggita, non volle raccontare nulla ai familiari, cosa che invece fecero le compagne con le quali si trovava. Fu per questo che Lucia preferì recarsi al pascolo di “Cabeço” con i due cugini, Francesco e Giacinta. Mentre essi si riparavano dalla pioggia e giocavano, apparve nuovamente quella figura, “un giovane fra i quattordici e i quindici anni, che il sole rendeva trasparente come se fosse di cristallo”. Questi invitò i bambini a pregare, prostrati con lui, in riparazione delle offese subite da Dio da parte dei peccatori, e, in particolare, con le parole: “Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima, divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della Terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze con cui Egli stesso è offeso, e, per i meriti infiniti del Suo Santissimo Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, vi chiedo la conversione dei poveri peccatori”. Riapparso nuovamente nell'estate del 1916, si rivelò come l’angelo protettore del Portogallo, ordinando ai pastorelli di fare sacrifici per la salvezza della loro patria, devastata dalle guerre civili. Nell'ultima manifestazione, l'angelo apparve ai tre pastorelli con un calice ed un'ostia sanguinante nelle mani. Porse il calice a Francesco e Giacinta, e ordinò a Lucia di mangiare l'ostia, dopo di che pregò loro di fare sacrifici in riparazione degli oltraggi nei confronti del sacramento dell'Eucaristia. Scomparso l'angelo, i pastorelli non ebbero più visioni fino al 1917, quando fecero il loro incontro con la Madonna a Cova d'Iria. Ora, dalla lettura di quanto precede, possiamo delineare un percorso di fede e di opere personali, per prepararci meno indegnamente ad accogliere la Madonna Pellegrina di Fatima. Lo sintetizzerei in alcuni punti: 1) la recita frequente del Santo Rosario, preghiera che la Madonna gradisce molto, raccomandata, fra gli altri, da San Pio da Pietrelcina, il quale scriveva: “Amate la Madonna e fatela amare, recitate il Rosario e bene. Satana mira sempre a distruggere questa preghiera, ma non ci riuscirà mai: è la preghiera di Colui che trionfa su tutto e su tutti.”; 2) preghiera all’Angelo Custode e alla SS. Trinità, in particolare allo Spirito Santo; 3) pregare per la conversione dei peccatori, senza dimenticare che lo siamo anche noi; 4) revisione della propria vita alla luce del Vangelo e del Catechismo della Chiesa Cattolica, quindi dei rapporti che abbiamo con noi stessi, con Dio, con il nostro prossimo, se sono improntati alla carità, all’amore, all’accoglienza oppure all’egoismo. Ricordiamoci che il Signore è presente nel nostro prossimo, e che ciò che facciamo al più piccolo dei nostri fratelli e sorelle è fatto a Lui; 5) compiere atti concreti di carità e di solidarietà, specie verso chi versa in stato di bisogno. La grave crisi economica, che sta mietendo molte vittime, ci obbliga a “mettere mano al portafoglio” e ad essere generosi; 6) frequenza ai sacramenti della riconciliazione e della comunione, adorando il Signore, realmente presente nell’Eucaristia. In questo modo, col cuore contrito e dischiuso alla Parola, possiamo dare il benvenuto alla Madre Celeste, presentandoci a Lei in modo dignitoso. Pensate ad un ospite che giungesse a casa nostra e la trovasse in disordine. Che idea si farebbe di noi? Quindi, per quanto ci è possibile, mettiamo in ordine la nostra casa interiore. Alla nostra pace ed ai nostri bisogni ci penserà il Signore, attraverso Maria, Sua e nostra tenera Madre. Salvatore Bernocco Su "Fermento" del mese di giugno 2013

martedì 7 maggio 2013

ACCOGLIAMO LA MADONNA PELLEGRINA DEL SANTUARIO DI FATIMA

La parrocchia del SS. Redentore, in occasione dell’Anno della Fede indetto da papa Benedetto XVI dall'11 ottobre 2012 al 24 novembre 2013, ospiterà dal 29 luglio al 5 agosto prossimi la venerata immagine della Madonna Pellegrina del Santuario di Fatima, che atterrerà all’aeroporto di Roma – Fiumicino il 6 aprile 2013, per benevola concessione del Rettore di quel santuario. Essa, che toccherà diverse località e comunità diocesane italiane, giungerà quindi a Ruvo, unica tappa pugliese del simulacro tanto caro ai fedeli, proveniente da Sora, paese del frusinate. Com’è noto, la Vergine apparve a tre piccoli pastori, i fratelli Francisco e Giacinta Marto (9 e 7 anni) e alla loro cugina Lucia dos Santos (10 anni), il 13 maggio 1917, mentre badavano al pascolo in località Cova da Iria (Conca di Iria), vicino alla cittadina portoghese di Fatima. Essi riferirono di aver visto scendere una nube e, al suo diradarsi, apparire la figura di una donna vestita di bianco con in mano un rosario, che identificarono con la Madonna. Dopo questa prima apparizione la Signora avrebbe dato appuntamento ai bambini per il 13 del mese successivo, e così per altri 5 incontri, dal 13 maggio fino al 13 ottobre. Si tratta di un’occasione utile ad intensificare “la riflessione sulla fede per aiutare tutti i credenti in Cristo a rendere più consapevole ed a rinvigorire la loro adesione al Vangelo, soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che l'umanità sta vivendo” (Porta fidei, 8). È un cambiamento che interpella le nostre coscienze di credenti in Cristo, per verificare, in spirito di verità e di confronto serrato con la parola di Dio, se siamo sulla “retta via” oppure se “inciuciamo” con il “mondo”. La circostanza eccezionale della “visita” della bella immagine della Vergine nella nostra Comunità, è quindi stimolo ad intraprendere un percorso di conversione. La Vergine Maria ha a cuore la nostra conversione, che cioè ci decidiamo a scegliere la via della Trinità, che è via di comunione, e ad estromettere dalle nostre esistenze lo spirito del male, le cui manifestazioni più evidenti sono le divisioni, l’invidia, le guerre, la ricerca dei piaceri sensibili, il disordine interiore, la disperazione. Lo spirito del male si combatte con la carità e la preghiera, e non vi è preghiera più potente del Santo Rosario. La via trinitaria inizia dallo Spirito Santo, passa attraverso il Cuore della Madre che introduce i suoi devoti nel Cuore del Figlio, per poi finire nel seno del Padre. Ritengo che l’invocazione allo Spirito Santo debba precedere ogni preghiera, ogni azione, ogni decisione, perché Egli dona sapienza e saggezza, fortezza e consiglio. Il “Veni Creator Spiritus”, inno liturgico dedicato allo Spirito Santo, è la preghiera che recito spesso e che consiglio a tutti di recitare, conscio che i doni dello Spirito sono quanto di più desiderabile possa esserci. La presenza dell’icona della Madonna di Fatima vedrà impegnata la Comunità del SS. Redentore, e non solo, ad onorare il Signore per il tramite della Madre di Dio e Madre nostra. Molte saranno le occasioni di incontro, di riflessione e di preghiera. Il mio auspicio è che l’intera città ed i fedeli della Diocesi approfittino di questa “visita” per unirsi nella lode al Signore, autore della vita e difensore dei poveri, e che parta un messaggio forte di speranza e di gioia in una fase complessa e delicata della vita politica, economica e sociale italiana e mondiale. Senza Dio non si va da nessuna parte, invano si affaticano i costruttori, invano si fanno progetti. La Vergine viene a Ruvo per ricordarci tutto questo. Salvatore Bernocco su "Fermento" - maggio 2013