mercoledì 12 maggio 2010

RUVO DIMENTICA IL 9 MAGGIO E ALDO MORO

Gentile Direttore,
premetto di essere stato allevato politicamente alla scuola di Aldo Moro fin da diciassettenne, quando entrai a far parte del Movimento Giovanile della D.C. Mio padre ne fu un seguace della prima ora, apprezzandone le qualità politiche, culturali ed umane, non disgiunte dalla testimonianza cristiana, tenace e sincera, emersa anche nei giorni terribili della sua detenzione nella prigione del popolo delle Brigate Rosse. Con mia madre furono a casa sua, in via dei Fori Trionfali a Roma, orami molti anni fa. Mi descrissero una casa senza sfarzi, comune, ed una famiglia semplice ed accogliente. Nel mio studio, accanto alla mia scrivania, vi è una foto di Moro a Ruvo dei primi anni ’70 del precedente secolo. Gli sono accanto Trisorio Liuzzi, Francesco Anselmi, indimenticato segretario politico della D.C., l’on. Laforgia, che ho avuto il piacere di rivedere qualche giorno addietro. Alle sue spalle si scorgono l’on. Dell’Andro e uno degli uomini della sua scorta, Oreste Leonardi, che sarà trucidato quel terribile 16 marzo 1978 in via Fani.
Quando rileggo i suoi scritti e discorsi, mi accorgo di quale capacità di analisi della situazione politica vi fosse in lui, della sua visione lungimirante e, per molti versi, profetica. Descritto, anche in un recente libro di Pansa, “I Cari estinti”, come involuto ed incomprensibile, Moro in realtà aveva una sottile e complessa dialettica, non già per gusto intellettualoide o per confondere le acque, ma perché l’esercizio del pensare e del riflettere è complesso, non è affatto agevole. Complesso sì, quindi, ma non complicato. La realtà, specie quella odierna, è variegata ed articolata; la politica, che è esercizio di realismo, ne rispecchia l’articolazione, la complessità dei rapporti e delle relazioni, degli interessi e delle istanze. Ma c’era in lui anche l’utopia come prefigurazione di una nuova fase storica e sociale, che andava affrancandosi da zavorre e pesi ereditati dal passato. Le sue riflessioni sul ’68 – che non fu tutto rose e fiori - non furono trancianti o reclamanti un ritorno all’ordine e alla severità, spesso di facciata, di un mondo ormai tramontato, che sopravviveva in determinate sacche della società italiana, ma aperte al confronto, attente ai segni dei tempi, che andavano letti e decifrati con intelligenza e spirito libero ed aperto.
Moro non fu un passatista né un conservatore. Semplicemente perché il cristiano non può esserlo, in quanto figlio di Colui che fa nuove tutte le cose. E con Ruvo Moro ebbe un rapporto molto stretto, che si rinnovava ad ogni tornata elettorale e tutte le volte che il paese necessitava di interventi per sollevarsi dal punto di vista economico. Sarebbe lunghissimo l’elenco delle opere pubbliche realizzate grazie al suo interessamento.
Ma Ruvo fa fatica a ricordarlo pubblicamente, come pare abbia dimenticato un altro suo grande benefattore, il sen. Onofrio Jannuzzi. Mi rammarica constatare che parti politiche che dovrebbero mantenerne vivo il ricordo e l’insegnamento abbiano fatto passare sotto silenzio il 9 maggio, in cui si commemorano Moro e tutte le vittime del terrorismo, comprese quelle del terrore mafioso come il siciliano Peppino Impastato, ucciso lo stesso giorno in cui fu assassinato Moro. Mi rammarica per una semplice ragione, perché i giovani, specie coloro che intendessero occuparsi di politica, saranno sempre più privi di punti di riferimento culturali e morali, incalzati dai vaniloqui della attuale classe politica nazionale che, tranne poche eccezioni, non offre uno spettacolo particolarmente edificante, o meglio uno show con veline, corruttori ed escort. Ricordare Aldo Moro, Salvemini, Tommaso Fiore, Berlinguer ed altri, con opportune manifestazioni, non è esercizio di retorica o sfoggio di vecchiume e dell’argenteria di famiglia, tanto per darle una lucidata, ma un momento di riflessione sui contenuti della politica e della vita, su cosa significhi fare politica al servizio delle persone e delle comunità. Senza cultura, ci diceva Renato Dell’Andro, non c’è politica. C’è solo improvvisazione e goffaggine, azioni scoordinate e senza respiro.
Caro Direttore, è uno sfogo sommesso che affido a lei e alla folta platea di Ruvo live, certo di interpretare il pensiero e la perplessità di molti iscritti ai partiti del centrosinistra ruvese, che mi hanno accostato e con i quali ho lungamente parlato. La mia speranza è che si comprenda che soltanto arieggiando le nostre radici culturali sarà possibile favorire un reale cambiamento, in senso più umano e civile, della politica, tanto a livello locale che nazionale.
Gradisca i miei ossequi.

(Lettera a ruvolive e ruvodipugliaweb)

domenica 9 maggio 2010

Don Tonino Bello, amante di Cristo ed amico degli uomini


Diciassette anni fa, il 20 aprile 1993, Don Tonino spirava, lasciando segni indelebili del suo passaggio su questa terra di Puglia e nella Chiesa diocesana e non solo. Il suo insegnamento non sta tanto nelle sue parole, leggere ed incisive come poesie, quanto nei suoi gesti ed atti, nel suo comportamento, autentiche testimonianze dell’amore di Cristo per i poveri, gli ultimi, i dimenticati, gli oppressi dalle tante strutture di peccato che soffocano l’uomo e ne uccidono la speranza nell’avvento di un tempo isaitico, tempo di pace, di eclissi definitiva del male, di esaltazione del bene e del bello, di vittoria della paternità e della maternità di Dio sugli escamotage e gli inganni dell’Anticristo, il quale ordisce soffocanti reticoli di morte.
Don Tonino fu difensore della vita umana, attore e protagonista di battaglie per il lavoro, per la risurrezione dei giovani abbindolati dalle lusinghe delle droghe, che danno piacere senza benessere e poi dolori infiniti, per la difesa del territorio pugliese dall’occupazione manu militari con aerei e testate mortifere. Fu propugnatore di politiche dal volto umano, misericordiose, rivolgendo ai politici molti (ed inascoltati) appelli a prendersi cura delle città e delle parti più deboli e ferite di esse.
Si rivolse ai suoi sacerdoti con la tenerezza di un padre, invitandoli ad abbracciare la povertà evangelica in vista della ricchezza inestimabile del regno di Dio, a disfarsi di ritualismi senza anima per condividere la ferialità del quotidiano, per scendere a testa alta nelle piazze e nelle strade non per fare opera di proselitismo, ma per operare il bene, dal quale scaturiscono credibilità, fiducia, fede e rinnovato desiderio di Dio.
La nuova evangelizzazione di don Tonino verteva sulla veridicità della testimonianza personale. Evangelizzare, in altre parole, vuol dire essere cristiani piuttosto che dirsi cristiani, secondo la penetrante riflessione del cardinale Tettamanzi. Fedele interprete del Concilio Vaticano II, avrebbe tradotto sul piano pastorale le attese e le speranze da esso suscitate, quella nuova primavera punteggiata di freschezza, pulizia, carità, apertura al mondo di cui sono portatori sani gli uomini e le donne permeati dalla forza dello Spirito Santo che, se accolto, fa nuove tutte le cose. Senza dimenticare quanto sta scuotendo la Chiesa, chiamata a purificarsi e a convertirsi per le miserie di pochi che vengono spacciate come mancanze di una moltitudine, con don Tonino, memori del suo messaggio e dei suoi gesti, siamo chiamati ad interpretare una diversità che non è mai lontananza dalle cose del mondo, ma lievito e fermento di una coscienza rinnovata e sensibile, refrattaria all’egoismo, che interpella gli animi ed i cuori di chi è alla ricerca della verità e di un senso da dare alla propria vita.

Salvatore Bernocco - Fermento Maggio 2010

venerdì 23 aprile 2010

La Chiesa ed i suoi peccati

Nascondersi dietro un dito non serve a nulla. Celare, glissare, inventarsi giustificazioni, trasferire, assumere contegni sdegnati è profondamente errato. La verità, come ci è stato insegnato fin da piccoli, prima o poi viene a galla, e si impone sulle mistificazioni e le menzogne. Bisogna andare a fondo, fare pulizia, giudicare partendo da se stessi, disfarsi senza indugio del male fatto agli altri, pagare un prezzo che, se riguarda creature innocenti ed indifese, deve essere altissimo. La pedofilia è una pratica abominevole e diffusa. È un peccato mortale ed è un reato penale. Per i sacerdoti ed i religiosi che si siano macchiati di tale infamante peccato (e reato), tale prezzo non può che consistere nell’allontanamento immediato dal ministero. Non hanno vocazione, sono predatori di anime candide, lupi travestiti da pecore. Bisogna dargli il benservito. Che vadano altrove a curarsi, se possibile, e a riflettere sulle loro miserie, sottomettendosi alla giustizia umana, ai tribunali civili, senza godere di coperture e scudi.
La Chiesa di Cristo non può assolutamente tollerare che uomini e donne che hanno fatto voto di fedeltà ad essa, di amare, di essere casti, di perseguire la purezza, violentino i piccoli di Dio, i bambini. È meglio per costoro che si mettano una macina al collo e si gettino a mare. Papa Benedetto XVI ha intrapreso un cammino di pulizia, malgrado gli attacchi di certa stampa. E non da oggi. Ricordo perfettamente che uno dei primi atti del suo pontificato è consistito nel rimuovere dal suo ministero padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del Cuore Immacolato di Maria, il quale si è ritirato a vita privata. Tra i motivi del provvedimento, il decreto del 27 maggio 2005 della Congregazione per la dottrina della fede – il primo emesso dalla Congregazione nel pontificato di Benedetto XVI e che porta la firma del nuovo Prefetto, l’ex Arcivescovo di San Francisco, il Cardinale Levada -, anche le accuse di abuso sessuale rivolte contro il religioso da alcuni che furono suoi seguaci e seminaristi negli anni Settanta e Ottanta.
Idem dicasi per il sacerdote messicano, fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, sospeso a divinis il 19 maggio 2006 per pedofilia, violazione del segreto confessionale ed alcune relazioni sessuali che il fondatore aveva intrattenuto con donne dalle quali ha avuto anche alcuni figli. La prima visita apostolica, dal 1956 al 1959, non giunse mai a una formale conclusione a causa della morte di Pio XII. Nel 2004, l'allora cardinale Joseph Ratzinger chiese ed ottenne da Giovanni Paolo II l'autorizzazione a riaprire il caso. A seguito di questa nuova indagine, nel gennaio del 2005 il sacerdote fu costretto a dimettersi dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, sotto il pontificato di Benedetto XVI.
Provvedimenti che parlano da soli e sui quali occorre perseverare, ove necessario. È un momento di penitenza e di conversione, come ha ricordato Sua Santità. È un periodo di prova, di sofferenza e di buio da cui può sorgere una Chiesa più cristiana. Non è questione di omosessualità né di celibato: l’omosessualità è una tendenza che non conduce necessariamente al peccato, mentre la pedofilia è una depravazione (come non rammentare il turismo sessuale di tanti italiani? Moltissimi non sono né celibi né tanto meno gay). Piuttosto è questione di coerenza e di fede, di santità, di invocazione incessante allo Spirito Santo, affinché non abbandoni il cuore dell’uomo e lo renda un essere nuovo e nobile, un alter Christus.


copyright Salvatore Bernocco

sabato 17 aprile 2010

Conferimento cittadinanza onoraria a Baglioni e Costanza


Alla presenza di numerose autorità civili e militari e di un folto pubblico, si è tenuta il 15 aprile scorso a Ruvo di Puglia la cerimonia pubblica del conferimento della cittadinanza onoraria a Luciano Baglioni e Pietro Costanza, i principali artefici della cattura dei malviventi della Banda della Uno bianca. Molto apprezzati sono stati gli interventi del magistrato Daniele Paci, a capo del pool che sostenne il lavoro di Baglioni e Costanza, del sindaco e dell’ex sindaco di Baricella, Bottazzi e Zanardi, del dottor Montaruli in rappresentanza del Questore, del magg. dei Carabinieri Colella, comandante della Compagnia di Trani, in rappresentanza dell’Arma, del colonnello dei CC. Nicola Pricchiazzi, coordinatore provinciale dell’A.N.C.
La manifestazione è stata introdotta dal dott. Salvatore Bernocco, responsabile dell’Ufficio Stampa dell’A.N.C. “Cataldo Stasi” di Ruvo di Puglia e, per l’occasione, moderatore, il quale ha ricordato che il sacrificio di Dino Stasi interpella le coscienze sull’assurdità del male e la necessità assoluta di combatterlo con le armi del diritto e della giustizia. “Grazie a Luciano Baglioni e a Pietro Costanza – ha proseguito - nel 1994 i componenti del sodalizio criminale vennero tradotti in carcere. Qualcuno mi ha chiesto quale fosse la ragione per cui il Comune di Ruvo di Puglia avesse deciso di conferire la cittadinanza onoraria a loro due. Ho dato la mia personale versione. La ragione è molto semplice e sta in un nome: Dino Stasi. La ragione sta nel legame indissolubile fra una vittima innocente e coloro che, col loro impegno instancabile, ne hanno vendicato la morte. E quindi la ragione seconda sta nel legame stretto fra costoro e la città che diede i natali a quella vittima innocente. Una benemerenza si merita anche per questa ragione, non soltanto per meriti scientifici, letterari, culturali. Ruvo di Puglia, il Consiglio Comunale, è stato all’altezza della sua storia di civiltà. Ha compiuto un atto di grande sensibilità e di riconoscenza”. È stata quindi la volta del presidente del Consiglio Comunale di Ruvo, Vito Ottombrini, che ha brevemente ripercorso la triste vicenda della banda e ha sottolineato il dovere di vigilare affinché la giustizia faccia il suo corso, evitando l’applicazione di sconti di pena che suonerebbero come un grave insulto alle vittime ed ai loro famigliari. Le motivazioni del conferimento della cittadinanza onoraria sono quindi state lette dal sindaco, ing. Michele Stragapede, il quale ha evidenziato che ai due benemeriti, fregiati il 30 aprile 1997 dell’encomio solenne dall’allora Ministro dell’Interno on. Giorgio Napolitano, va il sentito omaggio dell’intera Comunità ruvese che, con la cittadina onoraria, ha inteso esprimere loro i sentimenti di viva e perenne gratitudine per aver assicurato alla giustizia gli assassini del giovane Cataldo Stasi e di molti altri, e liberato il Paese da un incubo. “La Civica Amministrazione di Ruvo di Puglia – ha concluso il primo cittadino - certa di interpretare i sentimenti di tutte le forze politiche e sociali e dell’intera collettività, li indica altresì alle future generazioni quale esempio di dedizione al proprio dovere ed alla legge, dalla cui scrupolosa e spontanea osservanza può sorgere un’Italia migliore, più civile, democratica ed onesta”.

sabato 10 aprile 2010

Ad una madre mancata - Fermento Aprile 2010

AD UNA MADRE MANCATA


Una lettera scritta con caratteri maiuscoli, a mano, con tratto agitato, sconvolto. Don Vincenzo l’ha ritrovata ai piedi della immagine di Sant’Anna, in chiesa, e me l’ha affidata per una riflessione, per rivolgere una parola di conforto e di speranza a colei che l’ha estesa in un momento difficile e doloroso della sua esistenza.
Questa donna ha perso il bambino tanto desiderato e ne soffre indicibilmente. “Sto tanto male, – scrive – sono andata dallo psichiatra e dallo psicologo, ma non mi hanno saputo aiutare. Solo tu puoi. Ti prego, dammi la possibilità di averne un altro, perché la mia vita non ha più senso”.
Vorrei dire a questa donna, la cui fede è forte, che sono certo che il Signore, per intercessione di Sant’Anna, esaudirà il suo desiderio. Bisogna continuare ad avere fede, a pregare, sapendo che il Padre non dà uno scorpione a chi gli chiede del pane, e lo dà a tempo debito. I suoi disegni superano i nostri. Se agli uomini competono i progetti, solo da Lui viene la risposta. Sono convinto che il Signore, che è Padre, non farà mancare il suo sostegno, che ordinariamente viene dalle persone che ci ha messo accanto, dagli amici, dai conoscenti, dai medici, dagli specialisti. La medicina è al servizio dell’uomo che soffre, ma, se il medico cura, è da Dio che viene la guarigione, che è dell’anima e del corpo.
Così, Signora, non si affligga, non disperi, ma preghi incessantemente e con fiducia Colui al quale nulla è impossibile. Perché il suo bambino, tanto desiderato, non è venuto alla luce? Questo nessuno può saperlo. Potremmo dire sciocchezze o frasi di circostanza che lasciano il tempo che trovano. Malgrado il dolore e la disperazione, Lei lancia un forte appello ad accogliere la vita, ad evitare l’aborto, a non abbandonare creature innocenti alla mercè di chi vorrebbe disfarsene.
Lei, Signora, è una donna da ammirare per fede ed amore. È una donna che, con poche e vibranti parole, ci insegna che la maternità non è una sciagura, ma un dono. Auguri, allora, nella speranza che il Signore della vita esaudisca presto gli aneliti del suo cuore di madre attraverso l’intercessione di Sant’Anna e della Regina dei Santi.

giovedì 8 aprile 2010

Cittadinanza onoraria a Baglioni e Costanza

Il 15 aprile 2010, con inizio alle ore 18,00, si terrà a Ruvo di Puglia presso il Liceo Scientifico Statale “Orazio Tedone”, sito in Via Alessandro Volta, nei pressi dello stadio comunale, la cerimonia pubblica del conferimento della cittadinanza onoraria a Luciano Baglioni e Pietro Costanza, i protagonisti principali delle indagini che condussero alla individuazione ed alla cattura dei malviventi della famigerata banda della Uno bianca, l’organizzazione criminale che, a partire dal 1987 e sino all'autunno del 1994, commise 103 azioni criminali, ferendo 102 persone ed uccidendone 24, fra le quali il carabiniere ruvese Cataldo Stasi, deceduto a Castel Maggiore il 20 aprile 1988 insieme al collega sardo Umberto Erriu.
Stasi aveva compiuto 22 anni il 15 aprile, giorno in cui cade la manifestazione del conferimento della massima onorificenza cittadina, deliberata il 5 novembre 2009 dal Consiglio Comunale, all’unanimità dei componenti, su proposta del Partito Democratico (prima firmataria l’ex Sindaco Lia Caldarola) e sollecitazione dell’Associazione Nazionale Carabinieri di Ruvo di Puglia, la cui sede è intitolata al carabiniere ruvese, presieduta da Roberto D’Ingeo che, con una delegazione dell’associazione, sarà a Castel Maggiore e a Baricella il prossimo 20 aprile per l’annuale commemorazione dei due caduti.
Il programma prevede la partecipazione del Sindaco, Michele Stragapede, del Presidente del Consiglio Comunale, Vito Ottombrini, dei due benemeriti, dei Sindaci di Castel Maggiore e Baricella, di numerose autorità civili e militari. Prevista altresì la presenza dei famigliari di Cataldo Stasi e del magistrato Daniele Paci che, agli inizi del 1994, costituì un pool di investigatori per risolvere il caso, dopo 7 anni di omicidi e crimini ancora senza un colpevole reale. Moderatore Salvatore Bernocco, addetto stampa dell’A.N.C. di Ruvo di Puglia.

venerdì 2 aprile 2010